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Arte e Moda #2: contaminazioni, crossover. Intervista a Federica La Paglia e a Patrizia Ferri

Come abbiamo avuto modo di approfondire, è data per avvenuta una fertile contaminazione linguistica tra discipline che l’Arte visiva ha, nel tempo, sempre più lucidamente incarnato. Tra i suoi legami, quello con la Moda, favorito dall’Art Nouveau – con la complicità di un precedente: l’Arts and Crafts Movement –, dalle grandi trasformazioni durante la Belle époque e sicuramente dal Futurismo e dal Bauhaus.
Ma tra i due contesti, Arte e Moda, c’è una relazione pericolosa? Lo chiediamo a Patrizia Ferri  e Federica La Paglia che stanno lavorando proprio su questa tematica ampia, attraverso un’idea da tempo approfondita: l’Abito come protesi e interfaccia del Corpo, con tutte le declinazioni del caso, anche provocatorie ed estreme.

Da quale premessa siete partite per mettere a punto questa vostra ricerca?

P.F.: “Con la caduta del tabù manicheo tra cosiddetti linguaggi alti e linguaggi bassi, tra aree di specificità e discipline, la contaminazione e il rapporto tra arte e moda sta diventando sempre più stretto. Un qualcosa che nasce nell’avanguardia storica e che oggi diventa un fenomeno diffuso che ribalta gli schemi mentali e le logiche di lettura teoriche, aprendo un orizzonte più ampio dove arte e vita si stanno confondendo sempre più fino a sciogliersi l’una nell’altra, comprendendo sistema dell’arte e imprenditoria: emblematico il party alla Biennale di Venezia dove per festeggiare i 10 anni di attività della Fondazione Trussardi – lo citi anche tu nell’articolo # 1- Maurizio Cattelan “offre” una torta dove al posto della ciliegina ci sono finte cicche di sigaretta, e Anri Sala distribuisce una sciarpa tipo quelle dei tifosi con la scritta Maria Maria. Moltissimi artisti producono per case di moda e design e anche gli artisti politicamente e socialmente più impegnati non storcono più la bocca, basti ricordare le decorazioni di Yayoi Kusama per le facciate della catena di boutique di Louis Vuitton, firmando anche una collezione di vestiti, sponsor della sua grande mostra al Whitney. Non stiamo quindi scoprendo l’acqua calda, ma ci siamo prefisse di fare un po’ di ordine, pensando ad un approfondimento teorico e filologico come base per una visione inedita basata su una riflessione sui nuovi linguaggi e sulle nuovissime ibridazioni, rispetto ad un tema già trattato dalla critica contemporanea a partire da Germano Celant in primis, in anni non sospetti, ovvero quando parlare di contaminazione fra arte e moda non era una moda, secondo la scadente declinazione che oggi tutto verta sul cambiare look e sul glamour, adeguandosi acriticamente alle logiche della produzione. Un mercato che comunque va considerato, come sottolineava George Simmel all’inizio del secolo, quando era già legato culturalmente alle avanguardie storiche, Futurismo in primis, come motore di una visione estetica diffusa, a cui democraticamente ognuno possa in qualche modo accedere. Insomma era l’inizio di quell’ideologia dell’eterno presente che oggi è sotto i nostri occhi e con la quale tocca fare i conti.”

Credete che siano ormai superati gli steccati tra Arte alta e bassa e tra discipline? E che ciò non dia mai adito ad equivoci o sfruttamento (dell’Arte da parte, per esempio, della Fashion-culture)?

F.L.P.: “Il superamento tra discipline è una realtà consolidata e le influenze tra arte e moda vi sono sempre state. Certo, spesso la moda ha attinto dall’arte ma è pur vero che tanti artisti hanno dato il proprio contributo alle arti applicate e in molti, anche nel passato, si sono cimentati nel disegnare abiti e accessori; pensiamo ai già citati Futuristi o al Bauhaus, o alle incursioni nell’oreficeria di Capogrossi, Pascali, Consagra e tanti altri.
Oggi la relazione assume sfumature diverse, più complesse, che impongono una rilettura delle trasformazioni e commistioni dei linguaggi e una nuova analisi anche di ordine socio-politico oltre che culturale.”

Arte e moda sono due mondi davvero paragonabili?

P.F. “Paragonabili, ma ovviamente con le debite differenze, Achille Bonito Oliva ha detto una frase che sintetizza anche la nostra posizione, rimarcandone prima di tutto una sostanziale: “La moda veste l’umanità, l’arte la mette a nudo,” ovvero che l’artista nella sua ricerca di valore è (dovrebbe essere) autonomo nel suo processo creativo dalle esigenze del mercato, che arriverebbe in un secondo tempo a sancirne il “prezzo”, mentre gli stilisti partono da una ricerca di mercato che sono tenuti in qualche modo a rispettare.”Sono infatti “artieri”, ovvero artigiani creativi ma non creatori”. Ma, aggiungo, anche molti artisti si potrebbero definire da questo punto di vista artigiani creativi: dunque facciamo anche un distinguo tra sarti e stilisti ricercatori e anomali come Vivienne Westwood ad esempio, celebrata come un’ artista classica o Antonio Marras, che si definisce ironicamente “un uomo prestato agli stracci”: insignito della laurea honoris causa dall’Accademia di Brera e autore anche di installazioni e sculture, usando per i suoi abiti anche materiali di recupero ispirato da Louise Bourgeois, si rifugia spesso in un laboratorio ad Alghero dove sperimenta con un staff multietnico, per difendersi dice lui dalle tirannie dell’industria, dove oltre che “cose”, raccoglie anche cani, per cui ci sta anche simpatico. Tornando alla tua domanda una delle strade della trasformazione dello statuto dell’arte e della cultura in senso ampio sta proprio nella contaminazione fra i generi, nell’abbattimento reale degli steccati linguistici, quindi ben vengano quegli stilisti come personalità di confine tra arte e moda, particolarmente sensibili alle istanze antropologiche, sociali e culturali del mondo contemporaneo.”

Abito come apparecchio e dispositivo sostitutivo artificiale del corpo?

F.L.P.: “Innanzitutto sarebbe da intenderci sul termine “corpo”. La domanda lascia intendere una riflessione sul corpo umano individuale, ma nella nostra ricerca si stiamo soffermando con grande interesse e attenzione anche verso le riflessioni intorno al  “corpo sociale”. In tal caso l’abito – che lo si intenda come costruzione meramente esteriore o prolungamento organico – porta con sé un carico di senso differente, meno legato ad una speculazione intima.”

Corpo vs Anima, interiorità vs superficie, sostanza vs apparenza: la Moda e l’Abito come possono favorire una pace tra questi binomi oggi sempre più in feroce opposizione e in odor di mercificazione femminile?

F.L.P.: “Più che di pace forse potrebbe parlarsi di armonia, seppure – nella relazione tra Arte e Moda – spesso emerge uno stridore, più o meno lieve, che elude la pacificazione, per lasciar emergere una più interessante riflessione sulle matrici o gli effetti socio-culturali. Ma debbo dire che, personalmente, rifuggo un poco dallo sguardo sulla tematica strettamente femminile e, dunque, lascio la parola finale a Patrizia, più addentro alla questione.
Su un punto di certo siamo d’accordo, e cioè sulla necessità di guardare al confronto con il femminile in termini più ampi, non solo legati al corpo individuale, ma espressione di questioni sociali universali, che travalicano il genere. Il lavoro di Lucy + Jorge Orta in questo senso è esemplificativo.”

Patrizia, l’Abito e il Corpo – anche inteso come Corpo sociale – sono due realtà che se svincoliamo dalla Moda, sono affrontate specialmente dalle artiste donne in maniera drammatica: avete tenuto conto di questa riflessione?

P.F: “Sì, assolutamente, infatti è proprio una delle chiavi di lettura del nostro studio, che implica una visione complessa del rapporto tra abito e corpo al di là della moda, ma che naturalmente la comprende, e che intendiamo sottolineare. Infatti l’abito come protesi e interfaccia del corpo, da sempre viene utilizzato nella sua valenza simbolica come mezzo di comunicazione, di espressione artistica o come segnale di appartenenza e di identità. A seconda delle epoche e delle culture esso veicola il concetto di corpo come essenza e fisicità e in quanto tale esibito, ostentato, nascosto o addirittura ripudiato o negato. Nella nostra società complessa il corpo femminile ha una centralità anche drammatica come mezzo di controllo sociale, una sorta di campo minato dove la riflessione delle artiste ha un ruolo preciso che parte dalla consapevolezza in prima persona, come nella ricerca, una fra tutte, di Shirin Neshat. Oggi, quella femminile, è una fisicità complessa che incarna l’istanza fluida e critica di una sorta di corpo sociale che si modella e si forgia per rassomigliare il più possibile ai canoni e alle regole stringenti da una parte, mentre dall’altra può diventare un’autentica arma politica di contrapposizione, una vera e propria mina vagante, o una crisalide onirica di protezione della propria differenza. Comunque in una certa linea di artisti, uomini o donne che siano, trapela una tensione comune a sottolineare i contrasti sociali, insieme all’aspirazione ad un superamento dei generi e dei modelli imposti, per una consapevolezza dell’essere che coniughi apparenza e interiorità”.

Ricordo che alla presentazione alla stampa del passato Padiglione italiano curato da Sgarbi per la Biennale di Venezia 2011, egli tuonò contro “tutti gli stilisti” e “la moda, che ha mercificato l’arte”, aggiungendo, nel malaugurato tentativo di difendere il “suo” Padiglione: “Oggi conta più Vogue di vasari”. L’affermazione ha qualche barlume di verità… E’ così, secondo voi?

F.L.P.: “Tralasciando riflessioni su Sgarbi, personaggio addentro al mondo dello spettacolo che vive totalmente di tendenza dell’apparire (che è poi in effetti l’elemento che più della moda in senso stretto interessa la nostra ricerca), debbo rispondere che l’arte vive di per sé di mercato e che gli stilisti che attingono all’arte come alla pubblicità, alla strada e alle altre espressioni e vicende del proprio tempo. Gli artisti fanno lo stesso, ma in modo differente.”

 P.F.: “Ma prendiamola come è stata presa, ovvero come una delle solite sparate di Sgarbi, fine conoscitore del classico, ma non dell’arte contemporanea. Tra l’altro, se ben ricordo, a questo seguì una smentita e un passo indietro, probabilmente per timore di perdere gli inviti ai salotti della mondanità, nonché eventuali sponsor per le sue rassegne. Maurizio Cattelan tra gli altri replicò, ricordandogli che già dal Rinascimento e dal Barocco gli artisti progettavano feste e vestiti: Sgarbi era evidentemente troppo incavolato al momento per ricordarsene.”.

Dopo questi delucidazioni e la carrellata di esempi (si torni al precedente articolo, il # 1) sul rapporto tra l’Arte e una Moda con tutte le sue coniugazioni, e che passa attraverso l’Abito e un Corpo che è preminentemente femminile, con tutto quel che ne consegue, è un piacere chiudere con un ricordo e una frase, dedicata dal poeta Blaise Cendrars all’amica Sonia Delaunay, quando egli la vide a una festa con uno dei suoi abiti, e sperando che oggi sia possibile una concretizzazione di questo motto, almeno un po’ più spesso:

 “Sul vestito indossa un corpo”.

Un Corpo che, alquanto castigato e intellettuale, comprendeva quindi anima, intelligenza e grande creatività. Coloratissima, come voleva l’Italia Giacomo Balla [1]: in tempo di recessione economica, di crisi di moltissime aziende, Moda compresa, di mutamenti improvvisi di interi settori – per esempio quello tessile – e di fallimenti delle fabbriche, di vendite più o meno opportunistiche di storci Brand e di delocalizzazioni delle produzioni, un po’ di arcobaleno con pentolone di monete d’oro – come leggenda vuole – sarebbero utili. Come lo è tornare a investire nella Formazione, nella Ricerca e nella Cultura (anche del Progetto), nonché nel Made-in-Italy… ma questa è un’altra storia…

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Note

1.  (…) “Abolire le tinte neutre, sbiadite, fantasia, semioscure e umilianti. Noi vogliamo colorare l’Italia”.

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