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Verona contemporanea: dall’installazione di Daniel González al salto con le sculture di Igor Mitoraj, passando per Mat Collishaw

Meta del mio recente viaggio, Verona. L’incantevole cittadina, ubicata lungo le rive del fiume Adige, si caratterizza per la sua ricchezza artistica e architettonica. Tuttavia, nonostante le note bellezze locali risalenti a diverse epoche – come la medievale Chiesa di San Zeno al cui interno è conservata la splendida Pala rinascimentale del Mantegna – e i tanti eventi per il Festival del Centenario dell’Opera, mi aggiro in città in cerca di raffigurazioni artistiche maggiormente contemporanee.

E proprio lì, accanto alla Casa di Giulietta, il sito più affollato e ricercato dai turisti che arrivano in questa realtà urbana solo per toccare la statua della giovinetta (neanche fosse un santo che fa miracoli!!!), trovo ciò che cercavo: il Balcone di Romeo (2013) di Daniel González (Argentina, 1963 – vive e lavora tra Berlino e New York) a cura di Marco Meneguzzo. Un’indagine artistica, quella di González, imperniata sul rito della celebrazione e declinata in progetti pubblici, banner-painting di paillette e pezzi unici indossabili presentati in performance di alto impatto. Fine ultimo delle sue accattivanti opere è creare mondi deliranti, sexy e pieni di energia dove le convenzioni tradizionali finiscono per crollare, come accade nell’installazione site-specific menzionata, dove egli reinterpreta il racconto di Shakespeare imponendo una revisione dei ruoli. Infatti, in tale lavoro il posto di Romeo non è più ai piedi dell’amata ma di fronte al suo balcone. L’argentino stravolge così il rapporto formale, visivo e concettuale originario per adeguare i costumi di allora ai comportamenti attuali. Un cambiamento e ammodernamento imposto dalla lenta emancipazione femminile e che ha costretto l’uomo a mettersi sul suo stesso piano come afferma lo stesso Daniel:

“…l’installazione fonde l’architettura con i bisogni sociali dell’uomo, facendo sconfinare il mito di Shakespeare in un territorio tra realtà e immaginazione, in un fantastico universo onirico dove si mischiano magicamente pensieri, ricordi d’infanzia, memorie, ossessioni, fatti reali e sognanti.”

Inoltre, il protagonista non è altro che il ragazzo della porta accanto: quel giovane impacciato che al cospetto della sua bella non riesce a pronunciare parola alcuna. Pochi elementi costituiscono l’intervento: una semplice e leggera struttura di colore giallo fosforescente su cui sono attaccati gli immancabili lucchetti, un lampadario barocco e alcune piante. L’eccentrica tonalità dell’organismo architettonico rende visibile l’opera anche nelle ore notturne affinché Romeo’s Balcony si confronti 24 ore su 24 con il Balcone di Giulietta divenendo il suo alter ego, dissacrandolo. Conclude l’intervento la performance, realizzata con la collaborazione del Teatro Stabile di Verona, in cui il dramma shakespeariano ci riconduce alla commedia all’italiana.
Il progetto, visibile fino al 14 ottobre, anticipa la nona edizione di Art Verona che si terrà dal 10 al 14 ottobre.

Oltrepassata Piazza delle Erbe, m’immetto su Corso Porta Borsari, strada che successivamente conduce a Corso Cavour, dove ha sede FaMa Gallery. Vetri scuri e un campanello da suonare per accedere. Un grande open-space si apre di fronte a me. Sulle pareti bianche della sala espositiva spiccano le opere della personale di Mat Collishaw intitolata PRETENATURAL.

Classe 1966 (Nottingham, 1966 – vive e lavora a Londra), Mat è uno dei protagonisti della Young British Art, nonché uno degli artisti più interessanti del panorama artistico inglese. La sua poetica si concentra sulle infinite possibilità percettive dell’immagine, utilizzando vari medium quali la fotografia, la scultura, il video e le installazioni ambientali. Scopo ultimo del suo lavoro è introdurre lo spettatore all’interno di uno scenario visivo multi percettivo e sensoriale nel quale convivono caducità e vanitas. Collishaw vanta numerose esposizioni presso prestigiose gallerie e istituzioni europee e americane come la Lisson Gallery di Londra, la Galleria d’Arte Moderna di Bologna, la Cohen Gallery di New York, la XLV Biennale di Venezia. Inoltre, proprio quest’anno l’inglese è stato insignito del Premio Pino Pascali 2013.

L’emblematico titolo del progetto richiama volutamente la rappresentazione altra della realtà ovvero quella del soprannaturale e del ‘non ordinario’ rimandando, al contempo, alla pratica artistica del britannico. La sua ricerca, infatti, punta a mettere in discussione le rassicuranti certezze date dalle convenzionali riproduzioni del reale per soffermarsi, invece, sul sottile confine che separa la bellezza dalla corruzione, la vita dalla morte. Secondo l’artista produrre un’immagine è un atto di violenza poiché nega l’essenza dell’oggetto reale nel momento in cui esso viene rappresentato. Pertanto, la raffigurazione della natura effimera e transitoria è sostituita con una innaturale ed eterna. Attraverso i lavori qui presentati Mat cerca di cogliere e descrivere questo processo di disintegrazione subìto da tutto ciò che diviene immagine.

Una fredda atmosfera contraddistingue la mostra. Fiori, farfalle e uccelli intrappolati in opere dal sapore romantico e gotico al contempo. Se a primo impatto alcuni elementi riconducono la mente al calore e al piacere, dopo qualche instante emergono sensazioni sgradevoli grazie anche all’utilizzo delle nuove tecnologie che raffreddano l’iniziale percezione.

Entrando nell’ambiente lo sguardo è immediatamente catturato dall’inedita serie Burning Butterflies (2013, fotografie C-type), composta da ben 25 fotografie di differenti dimensioni. L’indissolubile rapporto tra bellezza e distruzione affiora con forza in ogni scatto proposto. Singole istantanee in cui è fissato un ripetitivo e ossessivo soggetto: delicate ali di farfalle indifese divorate da una fiamma ardente.

Più avanti, lo stesso tema è riproposto in Insecticide 28 (2012, fotografia C-type), dove è riprodotta una sorta di petite mort ovvero la rappresentazione di una vita appena cessata: i resti di una mosca schiacciata il cui cranio è ridotto in polvere. L’insignificante insetto è trasformato da Collishaw in un’immagine monumentale e mistica che sembra altro rispetto a ciò che realmente raffigura.

Accanto alla crudele visione ritorna un accenno di vitalità grazie a The Crystal Gaze No.5 (2012, fotografia lenticolare, specchio, luci LED, cornice in resina), un’opera 3D che progressivamente s’illumina mostrando un paesaggio ghiacciato al cui interno è intrappolato lo sguardo dell’osservatore. (Link del video http://www.youtube.com/watch?v=Cit8NYBaFQQ). Un percorso che va dalla luce alle tenebre, e viceversa, ispirato al mito greco di Orfeo ed Euridice, riletto attraverso le interpretazioni dei pensatori Maurice Blanchot, Goffrey Sirc e Jacques Lacan. Ne scaturisce un tragitto che diventa simbolo del processo creativo capace di compensare la perdita – di Euridice per Orfeo, della realtà per il Collishaw – con la produzione artistica.

Successivamente vengo attirata dall’installazione Preternaturalia (2010, poliestere, resina, fibra di vetro, acciaio, schermo LCD, vetro, disco rigido) dove, su uno schermo posto all’interno di un tabernacolo, è visibile un fiore che sboccia per poi essere inghiottito da un fuoco eterno che, contemporaneamente, lo nutre e lo consuma, come documentato nel video http://www.youtube.com/watch?v=QuWMrQDejuw.

Concludono la mostra tre lavori della serie Venal Muse Right (2013, fotografie C-type) ispirati a Les Fleurs du Mal di Baudelaire. In ogni immagine è riprodotto un fiore, geneticamente modificato, su cui sono presenti evidenti cicatrici e piaghe che, compromettendone la bellezza, sottolineano il loro inarrestabile destino verso il decadimento.

Bellezza e corruzione, luce e ombra, vita e morte, realtà e illusione, gradimento e repulsione: concetti opposti che invitano il pubblico a riflettere sulla contingenza, sull’effimera condizione dell’esistenza e, non da ultimo, sul danno che l’uomo sta apportando al mondo naturale.

Nuovamente all’aria aperta continuo il mio tour incontrando il Museo di Castelvecchio, antico edifico medievale a carattere difensivo costruito tra il 1354 e il 1358 su disposizione di Cangrande della Scala per ovviare a eventuali invasioni straniere e ribellioni popolari. Nel corso dei secoli il suddetto immobile è fu destinato a uso esclusivamente militare fino a ospitare nel Settecento l’Accademia Militare della Serenissima. Dopo il 1923 il castello subì un profondo cambiamento strutturale per divenire dal 1925 sede museale di collezioni d’arte di pregevole valore. Dal 1958, sotto la direzione di Licisco Magagnata, fu progettata una nuova sistemazione dell’intero complesso per rivalutarne il patrimonio storico-artistico. In tale occasione fu chiamato Carlo Scarpa (Venezia, 1906 – Sendai, 1978), uno dei maggiori architetti del Novecento, il quale ne curò sia il lavoro di ripristino sia l’allestimento. Nella splendida cornice del cortile di Castelvecchio quest’estate è stata ospitata la mostra Igor Mitoraj. Sculture, allestita in occasione delle celebrazioni del Centenario del Festival lirico dell’Arena. All’artista è stata, inoltre, commissionata la realizzazione della scenografia per la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, evento andato in scena unicamente nella data del 13 Luglio, diretta da Myung-Whum Chun e suonata dall’orchestra e dal coro della Fondazione Arena di Verona insieme all’orchestra e coro del teatro La Fenice di Venezia. L’allestimento scenico ideato era costituito da un torso trapassato da una croce e da due teste gigantesche, quest’ultime in seguito trasportate tra le mura del castello scaligero.

Nato a Oederan (Germania) nel 1944 da genitori polacchi, Igor Mitoraj ha studiato pittura prima presso la Scuola d’Arte di Cracovia e poi all’Accademia di Belle Arti della stessa città. Nel 1968 giunge a Parigi, dove prosegue la sua formazione all’Ecole Nazionale Superieure des Beaux-Art. In seguito ad un viaggio in Messico si avvicina alla scultura, forma artistica che da allora prediligerà, rimanendo affascinato da quella azteca e sudamericana. Dopo aver sperimentato la terracotta e il bronzo, scopre il marmo durante un viaggio a Pietrasanta, città in cui si trasferì definitivamente nel 1983. L’anno successivo fu invitato alla XLII Biennale d’Arte di Venezia, partecipazione che gli valse il riconoscimento internazionale incentivando l’esposizione dei suoi lavori in molti paesi e in importanti musei come il British Museum di Londra, gli Uffizi e il Giardino di Boboli a Firenze, la Valle dei Templi di Agrigento.

Ispirandosi alla scultura della tradizione classica e ai suoi personaggi più noti – come Icaro, Venere o Eros – Mitoraj propone opere scultoree frammentate, mutilate che stimolano lo spettatore a completarle attraverso la propria immaginazione. Busti o teste di grandi dimensioni dominano ogni angolo del giardino, inserendosi perfettamente nell’architettura della costruzione veronese. La sua rilettura dei modelli antichi mira a rappresentare per frammenti il tempo che è passato su queste sculture, in parte conservate e giunte fino a noi frantumate. La sua non è un’operazione nostalgica o romantica verso l’antico passato, piuttosto una sorta d’intervento chirurgico per isolare gli elementi di maggior rilievo. Un’attenta scelta che pone l’astante nella condizione di porsi domande cui nessuno potrà rispondere e che si aggiungeranno ai tanti enigmi che governano la storia del nostro passato.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Info

  •  Mat Collishaw – PRETENATURAL
  • 7 giugno – 14 settembre 2013
  • FaMa Gallery
  • Corso Cavour, 25/27 – 37121 – VERONA
  • ingresso gratuito: lunedì-sabato 10-13/14:30-19:30 – chiuso il lunedì
  • info: tel. +39 045.8030985 – fax. +39 045.8011410
  • sito: www.famagallery.com | email: info@famagallery.com

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