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La mostra che non ho visto #38. Laura Cionci

Laura Cionci in un ritratto fotografico di Daria Paladino
Laura Cionci
in un ritratto fotografico di
Daria Paladino

Dopo aver conosciuto le opere di grandi artisti e la poetica, cos’è che mi attira verso il loro lavoro in profondità? La personalità, il carattere e la storia delle loro vite: come sono finiti a modellare le proprie idee.

Ho perduto moltissime mostre soprattutto perché quelle più interessanti sono state presentate quando io non ero ancora nata o nei primi anni ottanta ancora troppo piccola per capire.

Niente da fare.

Forse per le mostre del mio tempo ho come una visione alla Midnight in Paris. Il film chiarisce il concetto del “si stava meglio quando si stava peggio”. Bisogna avere coscienza del presente per renderlo vivo come passato, poi, nel futuro. A quanto vedo è uno stato mentale ed energetico difficilissimo da ottenere.

Preferisco concentrarmi sulle persone se possibile: il nascosto procedimento creativo degli artisti (e non solo) più che la visione dell’opera compiuta. Cosi in seguito, prendo atto dell’opera in maniera completa e soddisfacente.

I momenti tra un progetto e l’altro, i momenti di vita quotidiana, di svago, di festa, di incontri, quando in alcune situazioni tra gente “comune”, si mescolano celebrità artistiche, cinematografiche, sportive, musicali. Tutte con un pensiero: divertirsi, sperimentarsi e conoscere. Sciogliersi, dimenticare bevendo o brindare per celebrare. Ballare, conversare, incontrare strani personaggi divertenti, anonimi. Incontrare anonimi personaggi, famosi.

Un mix infernale che regala o che deruba, in ogni caso che lascia segni interattivi.

Che sinergie, che legami, quali e quanti filtri vengono usati nelle relazioni?

Una vera carenza attuale, tutto sfugge ora, non riusciamo a fermarci su noi stessi, figuriamoci sugli altri. Eppure gli altri sono la risposta a quello che cerchiamo: siamo noi.

Mi domando spesso anche perché non abbiamo più, noi nel mondo dell’arte, questo spirito di aggregazione che vivevano un tempo neanche troppo remoto (vedi fino agli anni 60/70) la voglia dell’unione fa la forza e di conseguenza questo bisogno di incontrarsi per condividere, scambiarsi ed arricchirsi insieme, un conoscersi reale con lo scopo di aumentarsi: un sano egoismo, una straordinaria sincerità.

Credo molto nella memoria e nel modo in cui il passato viene a noi sotto forma di mille esseri, un’infinità di coinvolgimenti e racconti visivi e scritti. In fondo tutto è memoria nell’arte.

Per questo mi aggrappo a chi ora mi sta di fronte come artista, come essere umano, perché quello che vedrò in seguito o sto vedendo ora è la proiezione di qualcosa di vissuto, di sentito, dal gusto di un passato anche se prossimo, ma non realmente presente.

Prendo un esempio per capirci e mi godo il momento del racconto fattomi, di un tempo lontano per me e lo faccio mio, scrivendolo qua, ricordandolo. Il racconto di un processo creativo di un momento qualsiasi, che vale tutte le mostre che non ho visto del personaggio.

Storie e storie nello STUDIO 54.

Una grande artista di cui non farò il nome, mi raccontava qualche anno fa la sua esperienza da giovane rampante sbarcata a New York.

Tutti in quel momento parlavano e sparlavano dello studio. A pochissimi eletti il permesso di entrare nel tempio degli Dei dell’Olimpo ed essere dentro la storia.

Si mise in fila tra la grande folla. Mingherlina, piccola, con la pelle quasi trasparente, non sembrava dimostrare i suoi anni. Troppo piccola per entrare, troppo anonima per essere notata, troppo timida per farsi avanti.

Ad un certo punto la calca di gente che si era formata all’entrata crea una pressione verso la porta e la biondina, si ritrova catapultata in un secondo all’interno. Stordita e spaesata si inizia a rendere conto di essere riuscita ad entrare.

Quella sera come quasi ogni sera di quei tempi, Andy gironzolava con la sua corte al seguito tra luci, musica e bicchieri.

Lei si inizia ad ambientare, osserva attentissima come solo il suo occhio sa fare, inizia a conoscere gente e si amalgama lentamente al quel corpo unico e informe, brulicante sulla pista e sui divani di quel vecchio teatro dove il fumo vestiva, mettendo a proprio agio gli invitati.

Lo segue con gli occhi, è inevitabile non farlo: è una mina vagante, scatta improbabili foto con la sua macchinetta, quasi un giocattolo, come uno scherzo per accecarli tutti. Porta con se un sacco e gira nella sala in cerca di qualcuno scaltro. Inizia a chiedere a tutte le persone che gli sono accanto se vogliono infilare la mano nel sacco. – Chi ha coraggio di farlo?- Alla domanda, la persona coinvolta guarda il sacco e…il sacco si muove! C’è qualcosa dentro! Che diavoleria ci potrà mai essere? -No, no, io la mano là dentro non ce la metto- rispondevano ad uno ad uno tutti quelli interpellati.

La biondina divertita guardava la scena della gente che ridendo declinava l’invito, finché gli occhietti impenetrabili del pubblicista si posano sul volto della ragazza, come se qualcosa l’avesse chiamato a lei, come se un gigantesco occhio di bue si fosse acceso improvvisamente sulla sua testolina, Andy si gira e cammina verso di lei.

-Metti il tuo braccio dentro al sacco- una sfida ad avere fiducia. Lei lo guarda senza battere ciglio (piccola ma con un carattere da sbalordire chiunque – e ancora è cosi) e gli risponde – Ok -.

Lei, mentre me lo raccontava, dava ad intendere una sua sicurezza ma, nello stesso tempo che ascoltavo questa assurda storia, mi piaceva immaginare la sua faccia adolescente che nasconde il timore infantile, nell’istante esatto in cui lui apre il sacco e lei lentamente infila il suo braccio con i piccoli muscoli tesi dentro a quel buco in movimento. L’avrà fatto perché a chiederglielo era Andy? Più il braccio scendeva lento nel sacco più il sacco si muoveva.

Ecco, qualcosa di caldo, morbido… si, morbido.

Era un coniglio!

Andy non disse nulla e neanche la ragazza. Si guardarono con l’intesa di sapere cosa nascondeva il sacco, era il loro segreto ora. Lui sempre e costantemente impenetrabile sembrava continuasse a inventare opere ad ogni respiro, d’altronde lo aveva appena fatto.

La prese con se per mano ed in silenzio la condusse dove teneva la sua poltrona, il suo trono, dove ogni sera andava e si sedeva parlando, scattando foto o magari anche annoiandosi.

Mise la piccola bambolina seduta accanto alla sua poltrona, la volle lì accanto a se, l’unica di cui poteva fidarsi perché si era fidata, penso io.

Stettero tutta la sera seduti in quell’angolo di reame fino alla fine. Lei non si mosse più da là. Li immagino con lo stesso sguardo acceso, vigile, scopritore. Tutto era andato secondo i piani di Andy.

Non credo lei sia mai tornata allo studio, e non so neanche se si sono poi rivisti fuori nei giorni seguenti.

Alla prossima mostra o incontro o festa qualcuno mi lascerà il segno e io lascerò il mio.

Per tutto il resto non vissuto, il passato, ci sono le testimonianze. Lasciateci quelle scritte, quelle raccontate che creano il bagaglio e le opere stesse.

L’importante è esserci REALMENTE nel presente e creare SINERGIE tra chi c’è.

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