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Da rivedere: Film rouge – Rispecchiamenti e immagine tra fratellanza e destino

Quando il desiderio di emozioni legate ad una profonda compostezza e ad una riflessione lucida si accompagna alla richiesta di valori filmici elevati che garantiscano una grande eleganza, la risposta può sicuramente essere la visione di un film di Krzysztof Kieślowski (Varsavia, 27 giugno 1941 – Varsavia, 13 marzo 1996) In particolare, a parte la sua serie intitolata il Decalogo, all’interno della trilogia dedicata ai colori della bandiera francese e ai valori che secondo il maestro polacco di nascita ma transalpino d’adozione, la pellicola che più ci pare intersecare il tema dell’immagine, caro ovviamente ad una rivista come la nostra, che si occupa di arti visive, è Film Rouge.

Kieslowski è un regista interessato dagli interrogativi di ordine morale oltre che raffinato ricercatore sotto il profilo estetico, ma in questo suo lavoro tra i temi trattati figura anche quello dell’immagine e delle implicazioni filosofiche o forse oscuramente magiche e rivelatrici che essa può assumere rispetto alla realtà e alle sue verità riposte. Un po’ come nel celeberrimo Blow up di Antonioni, qui si riflettono, mirabilmente condensate in sequenze enigmatiche che in qualche modo si commentano da sole o che comunque proclamano la loro relativa indipendenza dalla parola, istanze che suggeriscono un legame intimo tra l’immagine e l’essenza del mondo, o forse è proprio il regista che riesce a costruire questo tipo di suggestione manipolando l’immagine su cui lavora e quindi indirettamente, noi che guardiamo? Potrebbe essere una spiegazione rassicurante proprio perché salutarmente banalizzante, ma bisogna ricordare che illustri filosofi (su tutti, i citatissimi Berger e Luckmann) hanno brillantemente sostenuto che la realtà stessa è una costruzione, e allora, costruen-do su una costruzione, si viene a creare con certe opere proprio un gioco di specchi da cui risulta forse qualcosa di più che non la somma delle due riflessioni.

Allo stesso modo, dal caleidoscopico gioco di storie della vita e delle anime che la popolano, a volte nascono incastri perfetti. La modella e indossatrice Valentine Dussaut (una Irene Jacob che alla presentazione del film a Cannes fu salutata come nuovo fenomeno del cinema francese, e non solo per la sua avvenenza, e nonostante qualcuno trovi invece ancora acerba questa sua interpretazione), mossa dal Caso ma poi sospinta dalla sua Volontà (altro polo filosofico fondante) incontra un anziano giudice in pensione per il tramite del cane di lui, rimasto investito accidentalmente dalla giovane con la sua auto ma rimasto solo ferito. La ragazza è fidanzata con un uomo in viaggio, lontano, con cui si sente telefonicamente con tutte le difficoltà che la distanza amplifica per la gelosia di lui, che si fa paranoica. Contemporaneamente, uno studente di giurisprudenza, anch’egli fidanzato, rischia spesso, in quanto vicino di casa, di incontrare Valentine, ma il contatto non avviene mai. Il nucleo del film è dunque la relazione particolare di repulsione/attrazione che si genera tra la modella ed il vecchio giudice: lei un po’ irrisolta, ma nutrita tuttavia da una certa fiducia cieca nella vita (nonostante abbia anche un fratello con problemi di tossicodipendenza) e lui arroccato nella sua solitudine astiosa verso il mondo, un misantropo il cui atteggiamento ha radici in profonde delusioni esistenziali. I due atteggiamenti opposti si rivelano però in qualche modo complementari, suggerendo la verità che ciascuno di essi porta con sé; il giudice, convinto che il prossimo sia cattivo dietro la facciata delle convenienti apparenze, passa le sue solitarie giornate intercettando clandestinamente le telefonate di alcune persone e rende partecipe la ragazza di questo suo segreto (e di quelli degli altri).

Il film tematizza, in sottotraccia, anche il poco consapevole uso della tecnologia che in stragrande maggioranza tutti noi facciamo, entrando in relazione, sia pure alla lontana, con altri capolavori del cinema come La conversazione di Francis Ford Coppola (sullo spionaggio telefonico) e come Blow out di Brian De Palma (per il valore dell’elemento audio e la ricerca che vi si accompagna). Infatti, Film Rouge inizia appunto con una vertiginosa carrellata della macchina da presa che accompagna l’impulso elettrico di un segnale telefonico che dall’Inghilterra giunge fino a Ginevra (Michel sta chiamando Valentine), e il ruolo del telefono sarà cruciale in tutta la storia, non solo per la difficoltà della giovane di ottenere amore dal suo compagno, ma anche per la chiusura del giudice, in ascolto degli altri solo in forma mediata, ed infine per la creazione della frattura tra il laureando in giurisprudenza e la sua fidanzata. A parte il mezzo comunicativo, quel che più conta, però, per Film Rouge, pellicola sulla Fratellanza come ideale abbinato al rosso della bandiera francese, è appunto il legame che si instaura tra i due protagonisti quando lei supera la repulsione per la ispida spigolosità di lui e ascolta le sue ragioni e ne fa occasione di conoscenza, finché lui, che in fondo desidera proprio di essere salvato dal suo pessimismo, compie i passi indietro necessari. Lui inizialmente sembrava non essere più interessato alle sorti del suo cane, mentre la modella viceversa sembra non riuscire a ritrovarsi in questa sua relazione a distanza col suo problematico fidanzato e intanto vive in modo sereno, forse un po’ meccanico, la sua professione sottoponendosi ad alcuni scatti pubblicitari di cui uno finirà con l’invadere sotto forma di cartellone pubblicitario, le vie di una Ginevra cheta e rarefatta. L’attività spionistica dell’ex giudice, che troverà spiegazione nelle sue confessioni alla sua giovane amica, serve però, nell’economia del film, anche a mettere di nuovo e meglio noi spettatori in contatto con lo studente di giurisprudenza che proprio in quel periodo diventa giudice anch’egli ma conosce anche un vertice di sofferenza sentimentale con la sua partner, telefonista del centro di meteorologia (ancora telefoni, ancora tecnologia). A questo punto le storie di rilevo si intuisce ancora più chiaramente che sono tre. La ragazza è interessata al giudice anziano per motivi che uniscono l’etica all’umanità in modo profondo, e lui è senz’altro conquistato anche dalla bellezza di Velentine, di cui si ferma (come accade anche al suo giovane collega) ad ammirare la foto pubblicitaria di passaggio in macchina, bloccando il traffico, ma per ovvi motivi di età i due non possono che avvicinare le loro anime… Mentre la modella è anche sottilmente proposta nel suo lato più seduttivo, come quando viene richiesta di creare un palloncino con il chewing gum nello studio fotografico o come quando, per puro estemporaneo gioco-sfida verso se stessa, beve, da una bottiglia di plastica, quanta più acqua può tutta d’un fiato. Dettagli questi, tipici dello stile allusivo, simbolico e/o metaforico di Kieslowski che in maniera brachilogica, come ha scritto qualcuno, evoca con un solo elemento tratto dalla quotidianità della comedie humaine un’intera tipologia di reazioni psicologiche, come quando mostra un’anziana che getta una bottiglia di vetro nell’apposito contenitore per la raccolta differenziata e Valentine che la aiuta, sottolineando così la differenza tra l’umanità e la fratellanza istintiva della ragazza e i diversi atteggiamenti dei protagonisti degli altri due film della trilogia in scene perfettamente analoghe (in Film bianco il personaggio si limita a sorridere, in Film Blue la protagonista tiene gli occhi chiusi e non si accorge di nulla). Le informazioni sulla vita dei personaggi vengono svelate a poco a poco: nel caso della ragazza soprattutto attraverso le sue telefonate, mentre il giudice in pensione si affida a un drammatico racconto del proprio background nell’ultima parte del film, mentre il laureando Auguste solo attraverso i fatti narrati si porrà come sublimata reincarnazione del giudice anziano. Le soluzioni didascaliche sono infatti al solito evitate dal regista polacco, ed è in modo assolutamente non prevedibile che lo scioglimento della vicenda implica che, nonostante le drammatiche esperienze della vita, l’apertura agli altri ed una fratellanza laica possono condurre ad una disposizione salvifica di sé e degli elementi in gioco, non bastando l’autoconfinamento nel dolore a produrre un risveglio dell’esistenza, ma solo una mera sopravvivenza ostinata che funziona solo per l’orgoglio, ma che non può forse protrarsi indefinitamente.

La regia, la fotografia e la musica del fido Zbignew Preisner sono fluide nel perseguire il fine dell’intimismo commosso, con qualche vetta di lirismo (l’ascolto di Valentine di un disco in un negozio di musica, con le cuffie: ancora tecnologia; una conversazione tra lei e il giudice) o di virtuosismo (la zoommata verso il basso nella scena del teatro, a seguire il dito puntato del giudice che indica il punto in cui gli cadde un libro anni prima, e a preannunciare l’arrivo della tempesta. È soprattutto qui che si intuisce che il personaggio di Trintignant e quella di Auguste, il neo-giudice, sono le vite parallele destinate ad un cambio della guardia: il secondo avrà la possibilità di ottenere ciò che è sfuggito dolorosamente al primo e che anche nel presente appare irrealizzabile… Il destino in alcuni casi si lascia presagire, in altri si diverte ad invertire i ruoli di protagonisti e comparse (nelle vite degli altri) togliendo e restituendo la nobiltà a suo piacimento più che assecondando le volontà di individui disorientati dalla loro stessa esistenza.

Già: la tempesta; vorremmo evitare il rischio di spoiler, qui, ma ci è inevitabile render conto di come il giudice suggerisce alla giovane un viaggio in traghetto che poi si rivelerà decisivo, per colpa di un disastro: la se-quenza mescola materiale televisivo di repertorio riferite al naufragio dell’Herald Free Enterprise nella Manica nel 1987 con scene girate dal regista comprendenti dei cameo per i protagonisti di Film Blu e Film Bianco. E l’affondamento sarà decisivo in un modo che si rivelerà compiutamente solo con gli ultimi foto-grammi, uno dei quali è appunto un’immagine impossibile, perché la copia dello scatto pubblicitario che ha portato il volto di Valentine sui cartelloni pubblicitari, e ciò sembra voler far riflettere, come si diceva all’inizio, su quanto sia nella realtà sia nei media (la TV che, come da suo statuto ontologico, registra in presa diretta il quotidiano, e sul cui schermo il giudice osserva come noi l’esito… del film; e la fotografia professionale, in cui ogni dettaglio è curatissimo), il Caso e le Volontà più o meno shopenhaueriane degli individui a tratti sembrano combattersi senza quartiere, altre volte sembrano congiurare bizzarramente per produrre strani e sofisticati arabeschi che comprendono ragnatele di rimandi tra i fili (telefonici e non) che ci uniscono o meno, e anche la ripetizione dell’identico. Ma Irene Jacob non era stata diretta d’altra parte, da Kieslowski, già in La doppia vita di Veronica? A parte gli scherzi, pare che la chiusura del film sia stata proposta al regista dal montatore Jacques Vitta, circostanza che porta a considerare anche il rapporto di particolare vicinanza che il cineasta polacco sapeva mantenere con la troupe e con i tecnici; si potrebbe citare, oltre alla fiducia nelle capacità recitativa degli attori, la preoccupazione di Kieslowski quando, per colpa di un ritardo nel reperire una speciale protezione, la Juliette Binoche in Film Blu fu chiamata come da copione, a strofinare, camminando, le nocche di una mano su una parete volutamente, per smania di infelicità, graffiandosi veramente; il regista protestò duramente per l’inefficienza dell’impiegato della produzione di turno.

La fotografia di Potr Sobocinski ovviamente privilegia i toni caldi, anche all’esterno, sfruttando le luci radenti e soffuse dei tramonti, e gli accenti rossi, una lunghezza d’onda che si dice arrivi prima all’occhio, e anche nell’animo, se Jean-Louis Trintignant in questa sua superba interpretazione – l’ultima prima dell’acclamatissimo Amour” di Haneche dell’anno scorso a Cannes – superando il cinismo del suo personaggio chiede alla coinvolgente Jacob di Valentine di trattenersi ancora un po’ a casa sua – “Resti ancora un momento” – perché “C’è una bella luce”… Il suo sguardo alla fine del film ne avrà una diversa.

Film Rouge è stato l’ultimo film di Kieslowski, e probabilmente il più riuscito della trilogia, tuttavia a Cannes gli fu preferito Pulp Fiction (la giuria era presieduta da Clint Eastwood), altro film certamente di grande caratura, ma parte della critica protestò. In USA Red fu accolto positivamente ma ottenne solo tre candi-dature all’Oscar (regia, fotografia e sceneggiatura originale) mentre le musiche di Preisner ottennero un premio ai Cèsar francesi.

Siamo in molti a ritenere che il capitolo conclusivo della trilogia di Kieslowski, meritasse decisamente qualche riconoscimento in più, con il suo messaggio malinconico ma positivo ed il magisterio tecnico che unisce con leggerezza dimensione quotidiana, filosofia e poesia.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

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