di

Vancouver è una stella

Vancouver
Vancouver

L’Oceano Pacifico arriva occhieggiando fra le foglie di alberi secolari, mentre continuo a scendere per scalini che sanno di infinito.
Sulla spiaggia di sabbia e ciottoli enormi tronchi e poi il mare grigio e rimestato come fosse una porta per mondi inferi chiuso, solo da un lato da una lingua di montagna coperta di nuvole ed alberi.
Lunga è la strada che porta al mare, si disegna alle spalle del Museo di Antropologia, proprio lì dove c’è una ricostruzione di un villaggio indiano con immense case di legno spesso e gigantesco, sorvegliate dai totem guardiani dalle loro altezze inconoscibili.
Dimensioni sovrumane, la percezione della divinità è  immensa come la natura e così dirompente che porta ad una devozione altrettanto grande.
Il vento porta i pensieri lontano. Li guardo rotolare fra i sassi, incontrare frammenti di conchiglie, bruchi gialli maculati e lumache che sembrano più pesci che draghi.
Totem, figure di antenati, il rito del potlachcome momento di crescita della comunità. Cormorani dal becco infinito, tatuaggi pieni di occhi e nella pancia e nel sesso dei grandi dei, volti e figure umane.

Il segno degli antenati nativi è ancora tangibile, ma i loro nipoti hanno scelto la contaminazione. Naturale in una città così piena di differenze che appaiono “libere”, non consacrate alle convenzioni, dove le etnie e le offerte si scambiano e le persone sembrano felici di avere del tempo da passare in bicicletta, in skateboard o sdraiate sui prati.

E forse, poi, tutto quel che riguarda il passato di queste popolazioni dall’anima come quella dei giganti è già stato portato alla luce ed ora occorre creare non dimenticando mai le tradizioni tramandate, le antiche tecniche e, quando si può, l’uso di materiali originali.
Eppure ho come la sensazione che un mondo sia finito. Un mondo che già stava dimenticando tracce e memorie, ma che oggi non ha più nulla da far scoprire. O forse, invece, il passato continua a nascondere i suoi racconti e s’appresta a rinnovare i ricordi quando più non ce lo aspettiamo?

Intanto, oltre la foresta ed i nativi c’è la città reale. Suddivisa in quartieri, con le sue casette di legno ed i suoi giardini, con i marciapiedi puliti e gli autobus in perfetto orario. C’è il quartiere dei greci, quello degli italiani, c’è il vecchio quartiere degli hippies che si è trasformato nel regno del biologico e dell’olistico, un vero e proprio paradiso; i cinesi, così vicini e probabilmente aiutati da favorevoli leggi sull’immigrazione, sono soprattutto commercianti, di qualsiasi merce. Elettricisti, medici, farmacisti… No, niente a che vedere con i ristoratori ed i venditori di cianfrusaglie che animano le nostre strade.

E allora, perchè nella città vecchia, Gastown, ai margini di Downtown, il centro della città dove è tutto un mostrarsi di gioiellerie e grandi alberghi c’è una strada popolata solo da emarginati?

Drogati, malati, handicappati, homeless, matti… sono tutti in questo chilometro di strada dalle case cadenti, con vecchi alberghi fatiscenti dove i vetri delle finestre sono andati in frantumi e sono stati sostituiti da cartoni e fogli di giornale.
Luoghi attanagliati dal freddo e da storie che puoi solo immaginare per ognuno di questi esseri umani che resta lì, buttato a terra, a ripetere il suo gesto ed il suo mantra, il suo sguardo. La sua sigaretta. Molti girano trascinandosi un’immenso carrello del supermercato (immenso come qui può essere il concetto di riempirlo) ricolmo di oggetti improbabili che cercano di vendere: un monitor di venti anni fa, scarpe spaiate, lattine e bottiglie da riciclare.
Oltre alla fila davanti alla mensa cattolica che prima o poi aprirà ci sono alcuni orti di quartiere, qualche bar malsano dove uomini con la benda sull’occhio accarezzano la testa di ragazze con gonne strette, leopardate che si accucciano al loro fianco. Altri girano su una sedia a rotelle, qualcuno parla con un telefono senza linea.
Una no man land, dove il più tranquillo assomiglia al fantasma di una vecchia rockstar e tutti restano in bilico fra il passato a cui non hanno mai smesso di appartenere e questo presente che li rinchiude in Hastings Street, la strada dei senza niente, la strada dove nessuno passa volentieri, dove le charities la fanno da padrone e, a tratti, spunta qualche piccolo esempio di collettivo artigianale di quartiere che produce cose anche molto belle.
Ed in verità queste persone non sono completamente perdute. Molti sembrano essere sempre sul punto di raccontare una storia, la loro storia e con essa la loro visione del mondo. Che forse ha ancora qualcosa da insegnare a tutti noi.

E poi, basta tornare indietro di qualche fermata  e attraversare un ponte per giungere a Granville, l’isola delle fabbriche trasformate in mercati, teatri, pub, negozi e botteghe artigianali. Qui puoi prendere il sole, discutere con i gabbiani che tentano di rubarti il panino, mangiare qualsiasi cucina del mondo, suonare la cornamusa, vestirti da cosplayer, guardare i grattacieli che si specchiano nella baia.

A Vancouver tutto fluisce tranquillamente, come se non esistessero i dolori nè i turbamenti. E’ il paesedegli scoiattoli (che sono raffigurati anche sulle monete da 5 cent) e dei lunghi prati verdi; è il paese della frutta e della verdura di formato gigante, delle medicine che si vendono al supermercato, del cibo spazzatura e del salutismo.

E’ un paese dolce e luminoso.

E’ il paese del Pacific Spirit che, oltre ad essere un nome pellerossa, è anche un nome fortemente evocativo. Lo Spirito del Pacifico. Un Grande Spirito racchiuso nel fusto degli alberi alti cinquanta metri; nella natura che esplode, salata come il mare, fresca ed acquosa come la foresta.
Quanto silenzioso e quanto vicino è il mare e quanto l’isola di rimpetto che ogni giorno si presenta, misteriosa, avvolta di nuvole e fumante di nebbia?
La vita dei nativi si percepisce distintamente, ancora più forte se si ha il coraggio di pazientare. Di lasciar parlare la foresta.

Lo Spirito del Pacifico è sacralità ed avventura, è ricordo e memoria. E’ quello che resta e quello che si può ancora trovare. E’ un pensiero che vaga fra anatre volanti ed acqua mentre il silenzio che avvolge una giornata di festa assomiglia a quello che ha abitato la foresta sull’Oceano Pacifico fino a solo 200 anni fa. Qui, dove oggi ci sono i grattacieli di Vancouver.

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