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Il Libro di Giobbe. L’infinita attualità del dolore nei corpi incandescenti di Nekrosius

Chi è l’attore? Un personaggio famoso, si pensa subito, uno che se lavora al cinema o in televisione è spesso ammirato per la sua ricchezza e bellezza e che si compiace del suo ruolo. In teatro magari rimane solo la seconda parte dell’equazione, il narcisismo nutrito dagli applausi del pubblico accorso ad ascoltare un racconto fatto di parola, di voce e di immagine. Bene, una sera di settembre, se hai avuto la fortuna di imbatterti nell’anteprima mondiale de “Il libro di Giobbe” – diretto da Eimuntas Nekrosius per il 66° Ciclo di Spettacoli Classici del Teatro Olimpico di Vicenza, che si pregia della direzione artistica dello stesso regista lituano – scopri che un attore è qualcos’altro.

E’ qualcuno che ha scelto questo mestiere per diventare un archeologo delle emozioni, per scavare insieme allo spettatore arrivando a toccare corde espressive ed esistenziali di inarrestabile autenticità, perché quello che si sta raccontando è sì una storia – sempre attuale, come tutti i grandi racconti del mito e delle religioni – ma soprattutto una condizione, il dolore. E’ più di un’emozione, è come un cumulo di lampade incandescenti che non può toccarti la pelle senza bruciare terribilmente, per arrivare sempre più in fondo, consumando la carne e smuovendo di sgomento le viscere. E’ fisico, ma può anche essere un tormento dell’anima della stessa, identica, intensità.

Chi può trovarvi un senso? Possono la forza di un uomo, la sua integrità, la sua fede, proteggerlo dalla perdita assoluta e dell’Assoluto? E’ una scena piena di domande quella abitata dalla Compagnia Meno Fortas, una scena dominata dall’eterno scontro tra il Bene e il Male, tra il blu della presenza di Dio e il rosso infernale di Satana, tra i quali si incunea la parabola umana e simbolica del giusto perseguitato, Giobbe, e del suo interprete Remigijus Vilkaitis, accompagnato da un insieme ben distinto di personaggi – due uomini e due donne – che divengono quasi un coro, un riflesso partecipe del lamento inconsolabile del protagonista.

Ma quel coro è anche caparra di speranza, impegnato nell’instancabile ricerca di un futuro finalmente alieno dal Male: una ricerca che si traduce in azioni sceniche precise, definite da pochi oggetti-emblema “appoggiati”, come gli attori, in una scenografia di rivoluzionaria portata storica – il palladiano teatro vicentino – rispettata senza alcuna interazione con la messa in scena, limitandosi all’uso spaziale della sua tridimensionalità. Diventa urgenza per il pubblico non rimanere ancorato al testo e varcare il confine dei ruoli per incontrare individualmente il gesto, la figura, la ricerca espressiva condotta in soggettiva sintonia dagli attori sempre presenti e in continua tensione scenica, commossi sugli applausi finali di una platea evidentemente simpatetica, capace di decifrare uno spettacolo di non immediata lettura e di riconoscere nella finzione il vero significato della ricerca sofferta e ininterrotta del regista e dei suoi attori, poco innamorati di se stessi e molto del proprio mestiere, pronti ad immolarsi senza riserve sull’altare dell’arte, dove la perfezione incrocia l’estasi.

IL LIBRO DI GIOBBE di Eimuntas Nekrosius.
Scene: Marius Nekrošius. Costumi: Nadežda Gultiajeva. Musiche originali: Leon Somov.
Luci: Audrius Jankauskas. Assistente alla regia: Tauras Čižas. Suono: Arvydas Dūkšta.
Oggetti di scena: Genadij Virkovskij. Assistente ai costumi: Lina Akstinaitė.
Interpreti: Remigijus Vilkaitis, Salvijus Trepulis, Vaidas Vilius, Darius Petrovskis, Vygandas Vadeiša, Marija Petravičiūtė, Beata Tiškevič.

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