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La mostra che non ho visto #39. Carlo Bernardini

Carlo Bernardini, Domaquarée, Berlino, foto di Andrea Arienti
Carlo Bernardini, Domaquarée, Berlino
foto di Andrea Arienti

Caro Gianni,

traendo stimolo dalla mia ultima installazione, la stanza Infinity, uno spazio senza dimensioni realizzato a Londra, in cui una forma geometrica in fibra ottica galleggia in un vuoto apparente fatto di blu, privo di angoli e di confini tra le pareti, La mostra che non ho visto è per me. in realtà, una mostra delle opere sperimentali che storicamente annullano il limite tra l’opera e lo spazio che la circonda.

Molte di esse le ho viste distintamente in luoghi o continenti diversi, ma la cosa che credo interessante sarebbe proporle insieme in un’unica grande mostra, possibilmente lavorando per eliminare addirittura la linea di confine tra lo spazio di un’opera e lo spazio dell’altra.

Lo spettatore si troverebbe così a fluttuare in un luogo illusorio, privo di dimensioni apparenti e percettivamente agravitazionale. Mi riferisco naturalmente a tutti gli ambienti in cui propriamente si verifica la perdita di orientamento dell’osservatore, il quale si aggira nella totale indefinitezza del vedere, in uno spazio senza dimensioni, alla ricerca di elementi concreti ad intuire qualcosa.

Dagli ambienti fosforescenti di Lucio Fontana a quelli a firma del Gruppo T, come la stanza di specchi a luce strobo, o la stanza per la stimolazione percettiva, fino agli spazi elastici di Gianni Colombo, il cui nero di fondo complice della luce di wood impedisce completamente al visitatore di intuire quelli che sono i confini dello spazio attraversato da linee in movimento, è il disorientamento alla base sia del cambio di ruolo, sia del cambio delle prerogative dello spettatore.

Negli ambienti si determina appunto un effetto di espansione e dilatazione senza limiti apparenti, e questo disorientamento rispetto all’opera, conduce lo spettatore a porsi degli interrogativi atti a capire in primo luogo lo spazio in cui si trova.

Su questa falsariga potrei camminare su un gigantesco vetro a dimensione ambiente posto a pavimento, sotto al quale un enorme ludoscopio con tubi al neon di Paolo Scirpa suscita un “brivido da vertigine”, mediante la sua storica e geniale idea dei primi anni ’70, di creare con specchi e forme circolari o quadrate di tubi al neon, posti in rapida successione, incredibili profondità illusorie intorno o sotto di noi. Idea questa, che recentemente abbiamo visto essere non tanto scippata, in quanto nessuno può toglierla a lui, ma abilmente copiata di sana pianta direi, da qualche avventuriero dell’arte.

Passando per James Turrel. le cui proiezioni di luce illusoria scompongono la fisicità dello spazio e delle sue superfici, inducendoci a credere vuoti quelli che invece sono pieni e viceversa, a seguire vorrei rivedere come al Pacõ Imperial di Rio De Janeiro, i fasci di fili dorati di Ligya Pape attraversare come una sorta di raggi solari cristallizzati il buio assoluto, cosa questa che non è stata propriamente rispettata in occasione della grande installazione a lei tributata nella penultima Biennale di Venezia. Dall’opera alla Fondazione Prada di Steve McQueen, in cui gli specchi che rivestono completamente l’ambiente unitamente a dei baluginii di luce, vicini o lontani, creano attraversi il gioco dei riflessi l’illusione ottica di uno spazio enorme, potremmo arrivare fino alle installazioni di Olafur Eliasson, con specchi e con fumi o vapori cromatici in cui gli spettatori debbono muoversi proprio alla ricerca non tanto dell’opera, ma dello spazio in cui si trovano.

Potrei proseguire ad oltranza in questo elenco di opere che sono alla base dell’evoluzione del linguaggio nella seconda parte del ‘900 e negli inizi del 2000, ovviamente sono molti gli interventi e gli artisti non menzionati in questa sintetica traccia, la quale può essere però lo spunto a suggerire l’ipotesi di una mostra che non ho visto

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