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La mostra che non ho visto #40. Vincenzo Pennacchi

Vincenzo Pennacchi in un ritratto fotografico di Virginio Favale
Vincenzo Pennacchi
in un ritratto fotografico di Virginio Favale

Recentemente, l’ultima di Jannis Kounellis alla galleria Guidi di Roma.

Ero sicuro di potermi vedere tra i visitatori, invece non mi sono visto.
A distanza  percepivo il mio spirito andare ramingo ma non vedevo il mio corpo.
Eppure avevo la sensazione che i miei occhi, muniti di zoom fotografico, stessero registrando tutto.
Le pareti di lamiera  dialogavano con lo spazio architettonico della galleria e Jannis  giocava a nascondino dietro di esse.

All’improvviso usciva  allo scoperto  indicando un punto preciso sul soffitto:
“Ecco,  questo è il punto focale”, disse.
“Per poter vedere il lavoro devi metterti qui a testa in giù, lo sguardo verso i sacchi disposti a cerchio.
Lo senti l’odore acre del carbone ? Lasciati penetrare dalla polvere e molla l’ancora.
Lo spazio è un mare a volte calmo a volte in tempesta.
Carica i tuoi sacchi e parti.”

Così feci e dopo circa un mese il mio spirito uscì dalla galleria.
Avevo esplorato il volume in lungo ed in largo ed anche in profondità, a volte rimanendo appeso in quel punto a testa in giù.
Ho introiettato lo spazio dilatato, le lamiere deformate, bucate, trasparenti.
Un rivolo di smalto mi colava addosso, attraverso un raggio di luce.
Ecco Caravaggio, ho pensato, arriva dopo secoli di pittura su queste tele di ferro.
Ecco i rossi del Tiziano, il celeste di Raffaello, il nero di Goya.

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