di

Massimo Palumbo, Vivi: appunti dalla personale ai Cantieri Culturali alla Zisa, Palermo

Si è da poco chiusa a Palermo, nei Cantieri Culturali alla Zisa, la personale Vivi dell’artista architetto Massimo Palumbo. La mostra è stata la prima siciliana per Palumbo, originario del Molise e residente a Latina, instancabile professionista, teorico e promotore culturale, da decenni attento alle esigenze di rivalutazione e riscoperta del patrimonio paesaggistico e urbano nazionale, in particolar modo per ciò che riguarda i piccoli comuni, apparente periferia geografica ma centro pulsante e operoso della preziosa provincia italiana.

Già promotore, più di un ventennio fa, del MAACK, Museo all’aperto d’Arte Contemporanea Kalenarte di Casacalenda (CB), Palumbo ha con costanza seguito e auspicato, in sinergia con la Galleria Civica d’Arte Contemporanea Franco Libertucci, della stessa cittadina molisana, la formazione e il regolare accrescimento di una collezione di opere d’arte urbana dedicata al territorio, alla meditazione sul rapporto Uomo-Natura e sulla possibilità d’arricchimento collettivo che scaturisce dalla dimensione partecipativa insita nel progetto Kalenarte. Dal Poeta di Casacalenda, immoto gigante del bosco concepito da Costas Varotsos ma sentito quale opera dell’intera cittadinanza, all’Efesto guardiano (e memoria) del fuoco di Hidetoshi Nagasawa, passando per altre sedici opere di artisti internazionali realizzate nel corso degli anni – e molte di esse concepite come lavori site specific – l’impegno profuso intorno al piccolo centro molisano ha costituito il fil rouge costante, la meta – a tratti utopica – del lavoro poetico di Palumbo, che pure ha chiesto per sé e tuttora sceglie spazi per esprimersi in maniera del tutto personale e coerente. Come è avvenuto nella mostra di palermitana.

Il bianco la fa da padrone nella produzione artistica di Palumbo, sorta di velo protettore e al contempo sobrio accento nelle composizioni materiche su tela, su piani di ridotte dimensioni o su scala ambientale, spesso atto ad avvolgere oggetti d’uso comune o di recupero, così ammantati di forza evocativa e, non di rado, di ironia. La recente occasione espositiva (curata da Cristina Costanzo; dal 27 settembre al 4 ottobre 2013), con un allestimento minimalista magistralmente dispiegato nella Bottega 6, solamente uno dei tanti spazi ricavati dalle dismesse antiche Officine Ducrot e consegnati alla città di Palermo, ha riproposto lavori di Palumbo appartenenti agli anni Novanta e Duemila e ha presentato un nucleo omogeneo di opere appositamente concepite con uno sguardo rivolto alla Sicilia che, da estraneo per nascita, si è fatto partecipe e sodale degli uomini e delle donne che qui vivono, costruiscono e operano. Il titolo stesso della mostra, a una prima lettura del testo a firma dell’artista presentato in catalogo (Palladino editore, con saggio critico della curatrice, uno di Marcella Cossu e una riflessione, appunto, dell’artista) si chiarisce e svela come doppiamente significativo: Vivi come constatazione dello status di quanti operano e si muovono nel mondo attuale, ma soprattutto come esortazione accorata rivolta a ciascuno e in special modo ai più giovani ossia a quanti, suggerisce Palumbo, sono oggi chiamati a riempire nuove pagine vuote, a disporsi al viaggio come piccole barche bianche in partenza verso il domani.

Tra opere quali … eppurepesa (2013), installazione incentrata sulla Costituzione Italiana e la paradossale morsa che sembra stritolare la tradizione siciliana di Pupus (2013), i lavori in mostra compongono un breve ma denso corpus, alla comprensione del quale pare non si addicano le elucubrazioni mentali del visitatore ma semmai l’immediatezza del sentire, che pure lascia dietro di sé, nell’approfondimento e nello svelamento delle fonti di ispirazione di Palumbo, la certezza di un impegno sociale sempre presente. Nel proporre le sue opere a Palermo, del resto, l’artista ha voluto fare un chiaro riferimento – e un omaggio – al giornalista Mauro Rostagno, assassinato nel 1988, il quale, appena un mese prima dalla morte, aveva attraverso un’intervista a Claudio Fava espresso l’esigenza insopprimibile e spontanea di “vivere, rischiare… sfidare il vento”.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Commenta

clicca qui per inviare un commento

teniamo a bada lo spam * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

Rubriche

ArtApartEvents 2016

Dona ora!