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Cucinare, Relazione, Pirati e fuga dall’omologazione. Intervista a Gabriella Ciancimino

Gabriella Ciancimino (1978) vive e lavora a Palermo, dove ha conseguito il Diploma di Pittura all’Accademia di Belle Arti.

Le sue opere s’imperniano intorno al concetto di relazione e approdano a una dimensione in cui interagiscono molteplici interlocutori culturali. Ciò favorisce una larga sperimentazione tra media e codici espressivi diversi come i site-spefic, il video, la musica, l’installazione, il disegno, la grafica e la fotografia. Nel 2008 prende avvio il suo progetto If Iu Fil Homsik, Tink in Dailect! che prevede molteplici interazioni e dove la cucina siciliana la fa da padrona, in spazi dedicati all’arte, oltrepassando i confini nazionali e portando ogni volta il confronto su un livello metaculturale.

Nei lavori successivi, lo spettro d’indagine viene ampliato e l’attenzione viene attratta da una nuova prospettiva di ricerca che scruta il rapporto dialogico, dicotomico e conflittuale tra uomo e natura. Da Garlands of Flowers a Ahoy the herbs (L’Allerbaggio) passando per Le Jardin de la Rèsistance senza dimenticare, Liberty Flowers’s Power e altri numerosi progetti, l’artista, ricrea commistioni di immagini, assonanze letterali, misture di suoni di sporchi ed esperienze interattive che concorrono a riflettere sulla possibile rielaborazione del tipo di rapporto che l’essere umano intesse con la natura.

Abbiamo incontrato l’artista e approfondito con lei la sua ricerca.

Gabriella, il tuo lavoro è ricco di contaminazioni attraverso le quali hai la possibilità di creare relazioni tra differenti codici espressivi. Vorrei individuare il punto di partenza ovvero, è l’idea stessa del cucinare, nel caso del progetto IF Iu Fil Homsik, Tink in Dailect! che diviene metafora di contaminazione o sei partita dal processo inverso, per cui si è rivelata una soluzione rappresentativa ideale?

“La riflessione sul concetto di identità e di mescolanza tra diverse culture presente ancor oggi nel mio lavoro è scaturito dallo studio etnografico dal mio paese di origine, la Sicilia, focalizzando l’interesse sul cibo tradizionale e sulle combinazioni e stratificazioni culturali, storiche e sociali che esso rappresenta. Negli anni di IF Iu Fil Homsik, Tink in Dailect! ha preso così il via la creazione di quella piattaforma conoscitiva che oggi applico durante la partecipazione a programmi di residenza e alla realizzazione dei miei progetti site-specific.

In realtà, avrei potuto avrei potuto prendere come oggetto di analisi l’architettura siciliana, la cui stratificazione culturale non è dissimile dalla cucina. Ma l’azione del cucinare era esattamente ciò che mi interessava indagare, sia per la ritmicità di gesti che essa comporta, sia per la forza catalizzatrice che possiede nello scaturire convivialità, confronto, dialogo, collaborazione.

Negli anni in cui ho sviluppato questo progetto sentivo la stessa urgenza che sento oggi, cioè indagare le questioni relative al rapporto con l’Altro. In più, in If iu fil homsik, tink in dailect penso sia più evidente la necessità di affrontare il tema rischio omologazione, frutto anche della mia militanza politica degli anni precedenti.

 IF Iu Fil Homsik, Tink in Dailect! sembra nascere dalla necessità di sopperire a una distanza, con il luogo e con tutti quei singoli elementi che compongono la cultura dalla quale si proviene, ed è presumibile che tu abbia elaborato questo progetto in un momento in cui eri distante fisicamente, ma pensi sia possibile che si possa creare una distanza con le dimensioni culturali che ci appartengono anche in loco? Che non si riesca a costruire un rapporto con ciò che ci circonda?

“Ero proprio in Sicilia, è stata una gran bella sfida perché non è certo facile osservare con lucidità la propria dimensione culturale; ho dovuto quindi creare una distanza intellettuale, che chiamo “osservazione con gli occhi di Goethe”. Infatti ai tempi ho letto alcuni diari di viaggiatori del 700 e 800 giunti nell’Isola. E’ così che è nato il progetto Dalla Terronia col Furgone nel 2011.

Ricreare in spazi dediti all’arte contemporanea l’esperienza della convivialità, riducendo al minimo le barriere comunicative come del caso di Rirkrit Tiravanija con le sue piattaforme per la condivisione o come ha suggerito Gordon Matta Clark con l’esperienza di Food, trovano non poche affinità con il tuo lavoro. Credi che il fruitore coinvolto in questo tipo di dinamiche, sia maggiormente predisposto al confronto? Pensi sia possibile che questo tipo di esperienze, favoriscano una chiave di lettura dell’arte contemporanea, assimilabile alla necessità primaria di “nutrirsi” di prodotti culturali altri?

“Mi chiedo sempre come coinvolgere L’altro, sia in uno spazio d’arte, che quando opero fuori da esso. Cerco di mettermi nei panni di coloro che vorrebbero approcciarsi all’arte contemporanea e che spesso trovano barriere superabili solo dagli addetti ai lavori. Quando progetto un progetto, parto sempre dall’elementarità del sentire, del vedere, della forma. Le stratificazioni e le contaminazioni avvengono durante il processo di creazione, momento in cui coloro che ne prendono parte, prendono coscienza del proprio coinvolgimento attivo.”

Guardando da uno spettro più ampio la tua produzione, sembra sia mutato il livello del confronto. Se in un primo momento si trattava di relazionarsi con il prodotto donato dalla natura, ad uso e consumo diretto dell’essere umano; in secondo momento sembra essere rivolto al produttore, al concetto stesso di natura, che porta con sé in questo processo, nuove consapevolezze e intuizioni a cui tuoi lavori non sembrano sottrarsi. Quale è stato il pensiero che ti ha fatto comprendere che è necessario legare questa prospettiva di indagine al tuo percorso artistico?

 “Quando propongo un’azione in uno spazio d’arte che coinvolga i visitatori, mi chiedo sempre quali siano gli strumenti d’indagine più democratici: così ho scelto il cibo all’inizio, organizzare una sessione di karaoke, una partita a scarabeo, fino ad arrivare oggi a workshop per la creazione di fiori origami che ho imparato attraverso tutorial su youtube, usando testi di ideologia politica, filosofia, antropologia e botanica.

Ciò che ha davvero influito nel mio percorso sono state le letture relative all’Ecologia Sociale del filosofo americano Murray Bookchin. Di recente ho cominciato a modificare nei miei testi la definizione di “rapporto tra Uomo e Natura” in “rapporto tra Uomo e Piante”, proprio perché l’uomo non può essere scisso dalla natura. Questo chiaramente ha influito sulla mutazione del livello di confronto di cui parlavi e, di conseguenza, sulla produzione.”

I tuoi progetti prevedono spesso dei momenti d’incontro o dei workshop, penso a Garland of Flowers, Le Jardin de la Rèsistance o a Liberty Flowers, la cui realizzazione è determinata da un meccanismo di interconnessione diretta e indiretta con il fruitore, quali sono gli aspetti e le riflessioni che ti restituisce il fatto, di poter cogliere immediatamente la reazione dell’altro? In un secondo momento queste nuove informazioni veicolate dal fruitore in che misura arricchiscono la tua ricerca?

 “La reazione istantanea è spesso il divertimento, e questo chiaramente è il primo livello. Poi, c’è un secondo livello, quello della riflessione sui temi affrontati e sull’azione stessa, a cui si accede anche a conclusione di essa. Questo secondo livello rafforza la mia convinzione che il pensare collettivo durante un’azione artistica faccia scaturire e favorisca riflessioni individuali che vengono poi elaborate ed applicate nella quotidianità. Penso fermamente che l’arte sia un catalizzatore di cambiamenti sociali.”

Impiegando numerosi media differenti, dal site-specific alla scultura, dalla fotografia alla grafica, riesci di volta in volta a creare raccordi semantici con luoghi, paesaggi, esperienze e situazioni, senza disperdere il baricentro della tua ricerca e senza mai perdere incisività. Quando pensi a un progetto da realizzare come determini quale potrebbe essere la forma espressiva adeguata?

“Nella formalizzazione finale non seguo mai un format ben preciso. La scelta è istintiva, non escludo e non includo nulla a priori. Tutto dipende dal processo creativo e da coloro che partecipano ad esso. Seguo il “Flow” e la forma espressiva si manifesta in modo naturale.”

In Ahoy the herbs (All’Allerbaggio), il lavoro realizzato a Villa Croce è interessante come riesci a identificare una analogia nello status di emarginazione al quale, sono relegati, alle volte, soggetti naturali e umani; viene da pensare che dedicargli quello spazio sia un modo per restituirgli la visibilità e allo stesso tempo la dignità. E’ questo l’intento che ti ha spinto nella scelta dei soggetti e nella scelta del tipo di tecnica da impiegare?

 “Come in altri progetti, sono partita dal pensiero del paesaggista filosofo francese Gilles Clément. C’è, in particolare, una frase che spesso ho mantenuto come guida, sia per Ahoy the herbs, sia per altri progetti precedenti come The Flow of Flowers (2012, Rabat), che applico alla scelta degli elementi da indagare: scegliendo, oggetti, soggetti ed azioni che

“…agiscono come catalizzatori innescando reazioni impreviste, introducono nel paesaggio dimensioni singolari fuori dal contesto che le ha originate, a volte intime e soggettive…” (Gilles Clément ).

Clèment rivaluta le erbacce di piante vagabonde, le erbacce che io definisco ironicamente Pirata. Quindi, quando ho ricevuto l’invito da Villa Croce, ho unito questa mia curiosità per le piante pirata all’osservazione di una città portuale come Genova.

Ho spesso paragonato la resistenza biologica delle piante e quella storica dell’uomo, la cui combinazione ha creato o trasformato i paesaggi del mondo. Nel caso di Genova, ho trovato interessante osservare il paesaggio attuale compiendo uno studio sulla pirateria umana e vegetale nel passato e la sua trasposizione nel presente. Ho poi unito a questo alcuni elementi provenienti dal mio background culturale. Il tutto con una buona dose di ironia senza la quale certe connessioni scadrebbero nel retorico. Ho così trovato personaggi pirata come Libereso Giuglielmi, il giardiniere ottantottenne anarchico di Italo Calvino; mentre l’idea di lavorare dentro la Casa Circondariale Marassi è stata della curatrice del progetto, Ilaria Bonacossa, con cui ho un costante dialogo e scambio, in particolare durante la formulazione dei lavori che presentiamo insieme.”

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

2 commenti

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  • Ottima intervista. A mio parere ben scritta e ben articolata. Si percepisce la preparazione e la conoscenza dell’argomento. Invita senz’altro all’approfondimento dell’opera della Chiancimino. Io personalmente sono andata subito a visionare tutte le sue performances e le ho apprezzate.

  • Ehi, ti avevo già letto e mi era anche molto piaciuto il concetto di piante pirata. Comunque introduci bene ad argomenti che nell’era dell’omologazione fanno pensare diverso.

La frase della settimana…

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