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Tutto perchè la vita non basta. Gli ultimi tre giorni di Pessoa al Teatro Vascello

locandinaIl marciapiede davanti al Teatro Vascello è pieno di gente. Chi fuma, chi aspetta gli amici, chi fa la fila per i biglietti, chi sorseggia il calice di vino preso al Bistrot del Teatro, chi fotografa la locandina semi annegata in una vetrinetta alla quale il neon dà riflessi verdini.

Teatro di lunedì sera, un evento unico, la lettura teatralizzata di “Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa” di Antonio Tabucchi con Massimo Popolizio e Gianluigi Fogacci per l’adattamento teatrale e la regia di Teresa Pedroni con musica e fado dal vivo grazie alla splendida voce di Isabella Mangani ed alle chitarre (classica e portoghese) di Felice Zaccheo.

Teatro di lunedì sera. Pieno. Sarà Pessoa, sarà il ricordo ancora così recente di Antonio Tabucchi e la nostalgia per la sua scrittura così semplice ed intensa, sarà che serate come questa non sono poi così frequenti. Sarà che la sala ci attende con un grande schermo calato sopra il sipario e appena si fa buio su quello schermo appare Tabucchi che racconta dello scrivere e della scrittura, che si moltiplica in immagini e parole. Bianconero già invecchiato, copertine di libri, verità appassionate.

Quando sale lo schermo e s’apre il sipario i leggii di Massimo Popolizio e Gianluigi Fogacci si animano sulle note della chitarra portoghese.

La storia narrata da Tabucchi forse la conoscete. Fernando Pessoa sul letto di morte aspetta la visita di tutti i suoi eteronimi e man mano che questi vengono a salutarlo ripercorre con loro pezzi di vita, narrazioni e filosofie.

Erano quattro le personalità poetiche inventate da Pessoa. Personalità diventate autentiche man mano che lo scrittore delineava il loro carattere, la loro attività, la loro psicologia, la loro carta astrale e, per qualcuno, anche il giorno della sua morte.

L’origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione“diceva Pessoa della sua incredibile creazione estetica ed ecco che fra palco e leggii s’avvicendano, nella stanza dell’ospedale São Luís dos Franceses, Álvaro de Campos, ingegnere navale e scrittore di liriche futuriste che, caso unico nella vita di Pessoa, esce fuori dall’ambito letterario e diventa finanche troppo presente nella vita reale del poeta; Ricardo Reis, medico, latinista e monarchico che predilige l’armonia classica della letteratura occidentale; Alberto Caeiro, colui che diede inizio al susseguirsi degli eteronimi , considerato da Pessoa come il maestro contadino, che propugnava una “non-filosofia” certo che nulla potesse far conoscere la Realtà, perchè questa è altrove; Bernardo Soares,impiegato in un ufficio della Baixa di Lisbona, il meno eteronimo di tutti, “una semplice mutilazione della mia personalità -diceva Pessoa- sono io senza il raziocinio e l’affettività“, autore del Libro dell’inquietudine, una delle maggiori opere della letteratura portoghese del secolo scorso.

Per tutti questi personaggi; Tabucchi ha un grande amore, per qualcuno anche molta tenerezza e li fa muovere accanto al poeta morente con immediatezza, memoria e molta ironia. Nessuna speculazione filosofica, ma tanta filosofia: nella trippa fredda e nelle minestre alentejane, nel non viaggio e nella Lisbona notturna vista con occhi innamorati da un miradouro, un panorama sulla cima della collina.

massimo popolizioMassimo Popolizio ci regala un Pessoa ancora curioso, vivace e pungente, cosciente che la morte stia arrivando e pronto ad accoglierla con la stravaganza che merita. Lavora sui toni, sul sarcasmo e sulla varietà delle voci, senza perdere occasione per rendere la grazia e lo splendore al testo. Discute con gli eteronimi interpretati da Gianluigi Fogacci ripetendo le loro parole, recitando i loro versi, a volte rappresentandoli in un ulteriore sdoppiamento.

Fra un eteronimo e l’altro s’insinua la musica di Felice Zaccheo e la voce limpida di Isabella Mangani, conosciuta alcuni anni fa ed oggi trasformata in quella di una fadista colta e appassionata, capace di interpretare la musica e il senso del destino con il cuore e la incarnazione lusitana.

Giunto alla sera del 30 novembre del 1935, Fernando Pessoa riceve la visita di un eteronimo minore, Antonio Mora, filosofo panteista pazzo, conosciuto nel manicomio di Cascais, autore de “Il Ritorno degli Dei” (“E quando gli dei torneranno perderemo questa unicità dell’anima, e la nostra anima potrà ancora essere plurale, come Natura vuole”).

E sulle finestre che si aprono alla notte per far volare l’anima, mentre la luna si fa immensamente grande e lontana, scorrono le ultime parole di Pessoa:

Caro António Mora, disse, Proserpina mi vuole nel suo regno, è ora di partire, è ora di lasciare questo teatro d’immagini che chiamiamo la nostra vita, sapesse le cose che ho visto con gli occhiali dell’anima, ho visto i contrafforti di Orione, lassù nello spazio infinito, ho camminato con questi piedi terrestri sulla Croce del Sud, ho attraversato notti infinite come una cometa lucente, gli spazi interstellari dell’immaginazione, la voluttà e la paura, e sono stato uomo, donna, vecchio, bambina, sono stato la folla dei grandi boulevards delle capitali dell’Occidente, sono stato il placido Buddha dell’Oriente del quale invidiamo la calma e la saggezza, sono stato me stesso e gli altri, tutti gli altri che potevo essere, ho conosciuto onori e disonori, entusiasmi e sfinimenti, ho attraversato fiumi e impervie montagne, ho guardato placide greggi e ho ricevuto sul capo il sole e la pioggia, sono stato femmina in calore, sono stato il gatto che gioca per strada, sono stato sole e luna, e tutto perché la vita non basta. Ma ora basta, mio caro António Mora, vivere la mia vita è stato vivere mille vite, sono stanco, la mia candela si è consumata, la prego, mi dia i miei occhiali.

 

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