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La Guerra di Kurukshetra. Alla ricerca della poesia perduta

Impresa ardua e non riuscita quella di rimettere in scena il Mahābhārata – poema epico fondativo della tradizione indiana – dopo l’immenso capolavoro di Peter Brook che negli anni Ottanta folgorò la scena teatrale al Festival di Avignone. A confrontarsi con tale sconfinato mito, al Teatro Olimpico di Vicenza, sono Giorgio Barberio Corsetti e Francesco Niccolini, rispettivamente regista e drammaturgo di lunga e gloriosa carriera, coinvolti in un progetto di messa in scena partito in Puglia con un workshop di recitazione inserito nel Programma europeo Greece-Italy 2007-2013 per la valorizzazione dei territori fruiti come scena teatrale e lo scambio di esperienze creative, con la collaborazione del Teatro Pubblico Pugliese.

Per Niccolini si tratta fra l’altro di un ritorno, dopo il riuscito adattamento per le marionette dell’artista svizzero Massimo Schuster, direttore del Théâtre de l’Arc-en-Terre. Questa volta ad incarnare l’opera sono i partecipanti al workshop condotto da Corsetti, attori già maturi e probabilmente con altre esperienze interpretative alle spalle, che non riescono sotto la direzione del regista a catturare il cuore magico dell’epopea orientale. Lo spettacolo si concentra sulla parte del poema dedicata alla guerra di Kurukshetra, emblema della guerra imperitura insanguinata da odio e vendette tra terra e cielo. Nel campo di battaglia che dà il titolo all’episodio si consuma lo scontro tra due rami della dinastia dei Kuru, i Pandava e i Kaurava, materia di narrazione sconfinata – se si pensa che il Mahābhārata è composto di oltre 100 mila strofe – che si dipana nella cronologica successione degli eventi e nella descrizione dei suoi suggestivi personaggi, tra divino e umano.

La complessità dell’opera rimane intatta ma spogliata della carica simbolica che avrebbe potuto trasmettere al pubblico l’essenza metaforica e drammaturgica di sentimenti e temi universali, scomposti invece in una narrazione meramente esplicativa sostenuta unicamente dalla debole recitazione degli attori e dall’artificio scenotecnico di due pedane basculanti, allusione alla continua tensione tra cielo e terra. Raccontare pedissequamente le intricate vicende della mitologia indiana produce l’infelice e confuso risultato di perdere lo spettatore tra citazioni di nomi ed eventi come si trattasse di un corpo senz’anima, esibito e urlato con veemenza per coprire il vuoto di senso. A richiamare l’attenzione estetica del pubblico intervengono le musiche e il disegno luci proiettato sulla suggestiva scena scamozziana.

Un’occasione mancata per il gruppo, formato da otto attori e due attrici, impegnato nel corso delle due ore di spettacolo in un notevole sforzo fisico per incarnare una molteplicità di figure quasi invisibili nei labirinti della parola proposta, senza il pathos che rende empatica la comunicazione tra palco e platea, persa nel riecheggiare ridondante di una poesia spogliata della sua bellezza.

– Regia: Giorgio Barberio Corsetti; Adattamento: Francesco Niccolini; Intepreti: Ippolito Chiarello, Francesco Ferrante, Marco Grossi, Fabrizio Lombardo, Marcello Prayer, Fabrizio Pugliese, Silvia Giulia Mendola, Silvia Rubino, Fabrizio Saccomanno, Maurizio Semeraro. Scene: Giorgio Barberio Corsetti, Massimo Troncanetti; Costumi: Francesco Esposito; Video Design: Igor Renzetti; Luci: Maurizio Marasà; Tecnico Luci: Gianluca Cappelletti; Direttore di scena: Roberto Bivona; Tecnico: Marco Gentili; Assistente regia: Roberto Aldorasi. Collaboratore alla drammaturgia: Davide Schinaia; Musiche: Alessandro Pipino.

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