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Salone dell’Editoria Sociale 2013. Cos’è l’acqua?

Giorno di Ognissanti, giornata primaverile su Roma, persone (standisti, cameramen, curiosi) che iniziano a occupare ognuna la propria posizione (dietro gli stand, davanti una Ministra, un po’ qui e lì). E la piccola Sala B, prima sguarnita poi occupata, con i relatori che scavalcano la cattedra con le sedie, per formare un semicerchio umano. Siamo più vicini, forse. Siamo in ritardo, sicuro. 

Inizia così l’incontro Informazione sociale, è sempre più web andato oggi “in onda”, sarebbe il caso di dire, presso i locali di Porta Futuro (via Galvani 108, Testaccio) che anche quest’anno ospitano il Salone dell’Editoria Sociale (31 ottobre-3 novembre 2013) dedicato alla “grande mutazione”, al cambiamento. 

I relatori – in ordine sparso perché sparpagliatamente arrivavano – sono: Ivano Maiorella (coordinatore del Giornale Radio Sociale), Marco Binotto (ricercatore presso l’Università Sapienza di Roma), Andrea Cardoni (blogger, “raccontastorie” per Shoot4Change), Giuseppe Manzo (direttore del quotidiano nelpaese.it), Fabio Piccolino (conduttore radiofonico), Emiliano Sbaraglia (responsabile produzione-web UndeRadio Save the Children), Pietro Barbieri (portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore).

Oggi, si parla di radio, web e comunicazione. 

La radio, infatti, seppur inventata nel secolo scorso, sembra possedere ancora la forza per rinnovarsi e riuscire a dialogare con il presente. Un esempio di questo sono le web radio come Giornale Radio Sociale che «ha deciso di dare voce ai tanti fatti, iniziative, opinioni, testimonianze e punti di vista del mondo del terzo settore. “Fatti”, cose che accadono nella realtà, che spesso non diventano “notizie” nel mondo dei media». D’altronde, la comunicazione –è bello che qualcuno lo ricordi, di tanto in tanto – deve essere considerata un investimento, non un peso. 

Tra le parole dei relatori, forse è stato il decalogo di Andrea Cardoni a raccogliere il senso più ampio e lontano di cosa significhi comunicare attraverso il web usando la radio, ma non solo, portando alla luce orrori, virtù e mutamenti del mondo dell’informazione. 

Spunto 1. Siamo in Emilia, precisamente a Cavezzo (MO), pochi mesi dopo il terremoto. Un gruppo di ragazzi per lo più minorenni decide di mettere su, dal niente e nel niente, una web radio. Sentono l’urgenza di raccontare, di comunicare con l’esterno la loro realtà, i passi per tornare alla vita. E ci riescono. Radio 5.9 (r)esiste ancora. 

Spunto 2. La Magnum (una delle agenzie fotografiche più importanti al mondo) apre le porte a Micheal C. Brown, giovane ed eclettico fotografo americano passato dalla Canon al lato oscuro della forza (secondo alcuni professionisti): la fotocamera dell’iPhone, con la quale ha costruito magnifici reportage. 

Spunto 3. Il Chicago Suntimes licenzia molti suoi fotografi, e ai giornalisti rimasti propone di usare l’iPhone per il loro servizi. 

Spunto 4. Il Guardian, per la nascita del Royal Baby, pubblica due homepage differenti: una per i monarchici, ricca di ogni dettaglio sul neonato e la famiglia reale, e un’altra per i repubblicani, incentrata su… tutto il resto. 

Spunto 5. In America si stanno diffondendo le testate no-profit messe su da affermati giornalisti, che si svincolano così dagli interessi economico-politici dei grandi editori. 

Spunto 6. 19 ottobre, manifestazione a Roma per la casa: Anonymous blocca i siti web di alcuni importanti quotidiani italiani, perché non stanno riportando una corretta informazione.

Spunto 7. «Caro direttore, abbiamo visto con stupore che il nostro sito online ospita addirittura un link a un altro sito. Ci sembra una iniziativa incomprensibile». Così scriveva il comitato di redazione del Corriere della Sera appena qualche giorno fa al direttore Ferruccio De Bortoli, chiedendo la rimozione di un link in homepage, reo di rimandare al giornale online Linkiesta. 

Spunto 8. A giugno, Repubblica.it pubblica alcune fotografie di una nuvola avvistata a Perugia con le sembianze di Beppe Grillo. 

Spunto 9. Un noto quotidiano italiano rende disponibile sul proprio sito web un documento con i nominativi delle oltre 300 vittime del naufragio di Lampedusa del 4 ottobre 2013. 

Spunto 10. All’indomani di quel tragico 4 ottobre, nasce Sciabica, che in arabo significa “rete da pesca” e che è, appunto, la «rete gettata a raccogliere ora, dopo il clamore mediatico, le storie di chi rimane». Torna, ancora, l’urgenza del racconto. 

Il cerchio si è chiuso. Siamo partiti dall’esigenza di raccogliere e raccontare la vita che scorre con noi e lì siamo tornati. Siamo partiti dall’Emilia per arrivare a Lampedusa, così a sud, così vicina. Nel frattempo abbiamo incontrato un mondo dell’informazione che sta cambiando, e che nel farlo prova a intuire (bene o male?) dove sta andando. Ne abbiamo incontrato, però, uno un po’ più claudicante e miope. Più lento, insomma. Che chissà dove andrà a finire. 

I relatori, ad ogni modo, sono sembrati concordi nel convenire che l’informazione o si adatta (presto) al mainstream o morirà. Per diventare cosa, forse è meglio non pensarci. Meglio adattarsi, trovando ora la propria voce, il proprio swing. Il proprio modo di raccontare il mondo, con il mondo che cambia. Senza farsi infettare, si ribadisce a gran voce in Sala B, dalla cronaca a tutti i costi: il web è (anche) approfondimento, cura, pazienza. E il sociale – la società, cioè – è lì fuori. In attesa di essere colta e divulgata. 

In conclusione, cito uno dei relatori che ha chiosato il suo pensiero citando David Foster Wallace (spesso abusato, ridotto come l’immenso Oscar Wilde ad aforismi per tutti gli usi, ma che qui casca a fagiolo): 

«Ci sono due pesci giovani che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: “Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?”. I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa “Che diavolo è l’acqua?”».

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