di

Katrien De Blauwer. Where will we hide, Galleria 291 Est, Roma

Where will we hide è il titolo della prima personale italiana dell’artista belga Katrien de Blauwer.
Il titolo è alquanto appropriato; quando si è grandi non si può più giocare a nascondino nel cortile del proprio palazzo, tocca cercarsi un altro campo da gioco.

Katrien de Blauwer ha scelto i collages, tecnica della mancanza per eccellenza.
Ogni ritaglio è un pezzo strappato ad una rivista, una fotografia strappata ad un album, un ricordo strappato da una memoria. Quello che rimane sono pezzi orfani che piangono storie interrotte.
L’effetto è struggente.

C’è pathos e cinema nelle opere dell’artista. I tagli sono drastici e non fanno sconti per nessuno.
L’accostamento violento di immagini in bianco e nero a netti brani rossi o tinte verdognole creano suspence e, insieme ad una sapiente forza compositiva, quasi ricordano dei Burri in miniatura.
Alcuni collage raccontano una storia attraverso un solo fotogramma: inquadrano la testa di un personaggio, poi lo schermo si fa rosso. Un colpo di pistola, l’uomo è stato sparato, è stato ucciso.
Ma tu non te lo ricordi.
Ti siedi in un vicoletto con il volto nascosto tra le mani, cercando di richiamare alla mente qualcosa, ma tutto ciò che rimembri sono solo frammenti.

Raccontano le curatrici della mostra, Paola Paleari e Daniela Cotimbo, che la prima esigenza di Katrien una volta arrivata a Roma, è stata trovare un posto che vendesse riviste antiche:

“Per lei fare collage è un atto necessario, quotidiano e compulsivo”.

Le curatrici hanno selezionato, tra la sconfinata produzione dell’artista, le opere che più si accordassero con il tema Vacatio della XII Edizione del Festival Internazionale di Roma FOTOGRAFIA, nel quale circuito la mostra è inserita.

Una grande parte dei lavori dell’artista attingono infatti più direttamente al mondo della moda e del vintage; i bellissimi taccuini che si trovano sul suo sito personale sono tributi alla bellezza delle pieghe di una gonna e di passi in antiche calzature.
La mancanza però è sempre lì, dietro l’angolo.
Scrive l’artista:

“Le emozioni sono sempre state il motore di quello che faccio. Sono attirata dallo spiazzamento nelle emozioni umane come il dolore, la mancanza, il desiderio. Per me si tratta di parlare di vita e di morte, di cosa siamo e di cosa significhiamo, e come siamo amati.”

Per Katrien il suo fare artistico ha un effetto terapeutico, un trovare un proprio linguaggio per ascoltarsi, collegare ritagli sparsi al proprio vissuto.

Insomma, si gioca a nascondino nella Galleria 291 Est. La cattiva notizia è che nessuno vince e tutti perdono. La perdita però non è mai stata così estetica.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Commenta

clicca qui per inviare un commento

teniamo a bada lo spam * Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.

La frase della settimana…

Loading

Archivi PDF

Gli articoli non più online li trovi negli Archivi:
Articoli in PDF per mese