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Still here – radicarsi a Parigi: Gea Casolaro

Possibile che Meg Ryan in French Kiss giri l’angolo in pendenza di un palazzo per… spiare da dietro senza motivo un ignaro passante? Il suo personaggio non è più americano ma non ha ancora preso la cittadinanza canadese, e tuttavia in quell’angolo di Parigi non ha tempo per simili curiosità.

Gea Casolaro, al contrario, in mostra alla The Gallery Apart nella nuova sede di Via Francesco Negri 43, a Roma, col suo “Still here”, dal 30 Settembre al 16 Novembre, non è più qui, contrariamente al titolo, in Italia, salvo per brevi periodi, perché ha scelto la Francia e Parigi come la sua terra d’elezione, ed ha però curiosità da vendere, tanto da andare a caccia di luoghi e connessioni per tutta la capitale transalpina, intessendo, con l’occasione, relazioni diverse con i suoi nuovi concittadini, all’insegna dell’empatia e della ricerca di condivisione di patrimoni emozionali personali e filmici. Il motivo che è alla base del progetto Still here è infatti legato alla vicenda biografica dell’artista che, sin da quando la notissima e compianta mecenate e collezionista Graziella Lonardi Bon-tempo, fondatrice e presidente di Incontri Internazionali d’Arte, l’ha ospitata a Parigi in una “residenza d’ar-tista” presso l’atelier alla Cité Internationale des Arts affittato dalla Bontempo con contratto pluridecennale, ha sentito di poter trovare una migliore accoglienza in Francia piuttosto che nel nostro paese, strangolato da una crisi morale e sociopolitica ventennale.

Tuttavia, impiantarsi armi e bagagli in una città straniera non è operazione agevole, e la particolare sensibilità della Casolaro l’ha spinta a rintracciare e anzi costruirsi con la sua arte delle occasioni di radicamento nello specifico parigino. E quale modo migliore di farlo se non usando fotografia e cinema, le arti più tipiche della metropoli francese perché nate proprio nella città dei lumi e della scrittura con la luce (una luce che proietta, costruendo realtà “altre”) ed inoltre intrecciarle con una riflessione filosofica profonda eppure agile, tutta contemporanea, sul notorio binomio arte-vita? Dunque, dopo aver colmato l’assenza di sue esperienze vissute a Parigi (tranne qualcuna da turista) con la visione di innumerevoli film ambientati nella sua nuova città, la Casolaro ha prescelto alcuni fotogrammi, uno per ciascun film, e successivamente si è recata in quegli stessi angoli e scorci di Parigi ivi riprodotti per rifotografarli di sua mano per poi sovrapporre in parte le coppie di immagini mostrando non la persistenza delle immagini nella retina, ma piuttosto la persistenza dei luoghi nella memoria collettiva, “still here”, e l’acquisizione di quegli stessi luoghi in una memoria individuale, la sua. D’altronde Parigi è la città più filmata del mondo, la città della luce anche per la sua qualità atmosferica che la rende così fotogenica ed inebriante, ed è anche la culla dell’Illuminismo e quella in cui la fotografia fu inventata e dove avvennero, appunto nella Ville Lumiére, le prime proiezioni cinematografiche dei fratelli Lumière.

E così tra visione di centinaia di film girati a Parigi e lunghi percorsi a piedi per i quartieri della città, Casolaro si è costruita una sua familiarità con essa, simboleggiando questo incontro tra esperienza mediata e passata ed esperienza personale ed attuale con le parziali sovrapposizioni dei suoi scatti con i fotogrammi tratti dai film, in modo tale da mostrare la permeabilità del confine, ad esempio facendo commettere invasione, dentro al fotogramma del film con la Mag Ryan, all’ignaro passante di cui dicevamo in apertura, ottenendo con un procedimento abile ma in fondo minimo di elaborazione elettronica la compresenza del ricordo personale – con le sue “comparse” – e del ricordo introiettato grazie al cinema – e ai suoi protagonisti.

Sottesa a tutta l’operazione c’è anche, in modo piuttosto palmare, la pratica della flânerie, del vaga-bondaggio metropolitano, esaltato da Baudelaire, analizzato da Walter Benjamin, rinnovato da Guy Debord nell’accezione di “deriva psicogeografica”, ed ora attualizzato dalla Casolaro con questa duplicazione tra territori di costruzione mentale sulla base del linguaggio-cinema e attraversamenti erratici del territorio fisico, alla ricerca di quelle coincidenze tra i punti di riferimento delle immagini che rappresentano il segno di quelle segrete corrispondenze anch’esse baudelairiane che l’artista ha cercato di istituire nella sua storia. Naturalmente, come si evince con facilità, è ben rispecchiato anche il legame arte-vita, in modo da mostrare nel modo più fluido la loro fusione: infatti il cinema è l’arte che contiene tutte le altre, come diceva Mèlies, e consente facilmente interscambi con arti contigue, come la fotografia, ma anche con l’esperienza, grazie alle sue narrazioni, ponendosi come strumento di conoscenza, mezzo spirituale per la mappatura di luoghi fisici e dell’anima e per la comprensione ed unione di diverse esistenze.

L’artista, infatti, negli oltre due anni dedicati a questo lavoro si è incontrata con numerose persone che le hanno suggerito nuovi “links” da utilizzare nella sua mappatura, con ciò inglobando schegge dell’immaginario e/o delle emozioni di altri parigini, in un processo che si alimentava dunque di luoghi e film d’affezione per altri, che così speri-mentavano con l’artista un’inedita forma di condivisione di cui resta questo colossale puzzle non più solo mentale che è il progetto “Still here”: oltre cento fotografie, delle quali sono in mostra solo un quarto circa, per ovvi motivi di spazio. A volte poi un’emozione va corteggiata, inseguita perfino, per poterla istituire nel nostro corpus esperienziale: è il caso delle opere che occupano la parete a destra della scala nel sotterraneo, che sono riferite a film, tutti diversi, che includono scene girate in una strada che Gea Casolaro girando tutta Parigi per mesi non era riuscita a rintracciare, fino alla scoperta definitiva: ora queste opere presentano tutte nel titolo la dicitura Rue Malebranche, dopo l’indicazione del film da cui è tratto il frame. D’altronde, percorrere la città in questo duplice senso, fantasmatico e reale, permette di rendersi conto anche di alcune trasformazioni della città stessa.

E questo in effetti è legato anche alla dimensione da tattica di sopravvivenza di questo lavoro, che è infatti stato un modo di costruirsi la realtà in modo da riconoscerla come familiare anche quando il contesto è estraneo e ciò grazie anche alle memorie di coloro per cui invece quel luogo specifico è familiare.

L’innesto ed intreccio a livello esistenziale pare sia un tratto ricorrente dell’operatività di Casolaro, attenta al continuo lavoro di combinazioni e ricombinazioni che la vita tesse a volte in modo inavvertito da chi non abbia una sensibilità particolare. E l’artista nutre questa sensibilità con ricerche storiografiche capillari, usando queste consultazioni d’archivio per stabilire connessioni tra il particolare e l’universale o tra il livello global e quello local, come si usa dire in epoca postmoderna, ma sempre con l’obiettivo di elaborare riletture, fondare nuove suggestioni, creare inediti immaginari.

Nel piano inferiore della galleria Gea Casolaro ha predisposto un computer portatile per la visione di una sua video-intervista in cui racconta che il proposito di trasferirsi definitivamente a Parigi era già in qualche modo presistente alla “resistenza d’artista” che le fu offerta, e che il suo primo mese da parigina d’adozione fu una full immersion al ritmo di due visioni al giorno nei molteplici cinema d’essai della città, dove ha consumato un’autentica abbuffata di film non solo e non tanto “di cassetta” ma particolari, rari, indipendenti, di ricerca, vista la possibilità che lì viene offerta di vedere anche film d’importazione polacchi, brasiliani, giapponesi… E nel passare a piedi da un cinema all’altro Casolaro includeva nelle sue giornate percorsi da flaneur o perlomeno assai distanti da quelli obbligati da turista; ma chi desidera ascoltare nel vivo racconto dell’artista l’illustrazione del senso del progetto può rintracciare il video a questo indirizzo: https://vimeo.com/74705732. Sempre nel piano inferiore della The Gallery apart Gea Casolaro ha anche riprodotto il suo studio parigino così com’era durante la messa a punto del progetto, riempiendo le pareti di piccole e meno piccole riproduzioni di fotogrammi di film, citazioni di dialoghi o rimandi ad opere letterarie, appunti di vario genere ma tutti tesi alla creazione di questa grande rete, quasi un rizoma di connessioni tra realtà fisica e sogni di celluloide, immaginari provenienti da altre epoche e memorie esperienziali residue.

Ad esempio, una camminata dei due protagonisti di Ultimo Tango a Parigi Marlon Brando e Maria Schneider viene mostrata in parallelo ad un fotogramma di una scena di Inception in cui Leonardo Di Caprio ed Ellen Page si trovano nello stesso ponte parigino, il Pont de Bir-Hakeim, in una disposizione spaziale delle loro due figure che è speculare rispetto alla scena del film di Bertolucci, circostanza dovuta al tema della specularità che è così cruciale nel film di Christofer Nolan. A riprova, poi, del fatto che l’arte dal modernismo in poi, spesso parla di se stessa, in un fotogramma di un altro film, la targa stradale che indica Rue de l’Alboni è sostituita da un’altra che reca scritto Rue Jules Verne. In un altro appunto son poste a raffronto la Zazie di “Zazie nel metrò” di Quenau e l’Amelie de “Il favoloso mondo di Amelie” con l’annotazione: “Zazie è cresciuta, ma neanche troppo”. Ad indicare il potere delle (ri)costruzioni artistiche, in un altro punto della parete è riportata invece una citazione di Wim Wenders che suona così: “Non dicono che è bello perché è così ma piuttosto che è bello perché l’ho filmato così”.

E ancora, da “La discrete”, film del 1990 diretto da Christian Vincent, una frase che racchiude una grande verità sulle tracce esteriori dell’esistenza ed i mondi interiori che racchiudiamo: “Quando si guarda qualcuno non se ne vede che la metà”. E poi, ecco una frase di Paul Klee: “L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è”, come l’immaginario, appunto, ed i legami emotivi. Da “Le pont des Arts”, film del 2004 di Eugene Green, dove si assiste ad un dialogo tra un vivo ed un morto, è tratta la battuta finale del trapassato, che contesta il pessimismo del suo interlocutore: “No, non è vero, non siamo separati irrimediabilmente, noi siamo una cosa sola, siamo unificati nella luce”. Di Parigi, in particolar modo, ma anche alla luce dell’arte e del cinema, che col suo carattere fantasmatico può giungere ad abbattere anche quest’ultimo confine. Su un altro foglio appeso alla parete è riportato un breve stralcio dal ritratto che il filosofo francese Paul Virilio, noto tra l’altro per il suo saggio “Estetica della sparizione”, scrive per lo scrittore George Perec: “Parigi è un cinema per-manente dove tutti siamo in prima fila per guardare ciò che ci riguarda, per poter comprendere ciò che non si potrebbe altrimenti”. Perec – che firmò, non a caso, a questo punto, la co-regia del film “Un uomo che dorme” – storia di un individuo che sceglie di lasciarsi vivere dalla vita solo dormendo in casa, camminando per la città e andando al cinema – insieme a Calvino e a Queneau, autori molto cari alla Casolaro, faceva parte dell’OuLiPo, il gruppo di scrittori aderenti al programma di Letteratura Potenziale, che costruisce se stessa in base a strutture e schemi autoassegnati.

Orbene, diremmo che sulla scorta del paradigmatico successo di Perec “La vita – Istruzioni per l’uso” ed influenzata dai vincoli para-matematici fissati da questi scrittori, Gea Casolaro conferma di avere la vocazione alla ricombinazione di elementi in cui la vita e l’arte si intrecciano in un abbraccio che è un ramage nel quale sono sparsi memi di cultura riconducibili alla “spugnosità” di Gea Casolaro nella sua esigenza di muoversi in osmosi culturale con i contesti in cui si sente chiamata ad operare, ma anche, senz’altro, ripensando al secolo dei lumi, all’Enciclopedie, almeno nel senso postmoderno che tutti i tasselli del mosaico concettuale sono testimoni di un’illuminato citazionismo accademico di ascendenza… enciclopedica!, che mobilita una massa di riferimenti filmici e culturali e la massa dei parigini di cui Walter Benjamin scriveva che “era il velo fluttuante attraverso il quale Baudelaire vedeva Parigi”, il tutto filtrato dalla natura e le esigenze della sua storia personale d’artista.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

dal 30 settembre al 16 novembre 2013
Still here
Gea Casolaro

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