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Messico, Peplum, Jonathan Demme e la Roma nella domenica del Festival Internazionale del Cinema

Comincia in salita la giornata domenicale del Festival Internazionale del Film di Roma. Succede che il film Il carattere italiano di Angelo Bozzolini va per la maggiore ed attira tutto il ‘bel pubblico’ giunto all’Auditorium alle 11,00 per entrare in sala alle 11,30. Così la fila diventa esclusiva per il biglietto dello spettacolo delle 11,30.
A quell’ora c’è anche Manto acuifero film messicano in concorso con pochi spettatori. Per gli spettacoli successivi occorrerà fare un’altra fila. Manto acuifero non è certamente film da festival. Dispiace che le cinematografie minori emergenti portino film di qualcuno che sa usare bene la macchina da presa, ma non sia capace di scrivere una storyboard con qualche contenuto. Una tecnica impressionante usata per inquadrature tagliate ad altezza bambina di 7 anni con particolari e dettagli su insetti, vegetazione e polli ruspanti che la piccola frequenta più che la coppia di persone con cui abita (la madre ed il suo nuovo compagno). Forse con questi tagli tecnici si cerca di far capire meglio il mondo degli adulti? Forse in una società che, dietro di noi sta facendo i nostri stessi passi, le tematiche di una bambina in solitudine sono più apprezzate? Noi purtroppo ne abbiamo ormai riempito metri di pellicola digitale e televisiva. In un’epoca di grandi aperture si rimane delusi di nuovi emergenti che vogliono comunicare con noi balbettando ben povere cose. In 80 minuti non succede proprio nulla in un monotono minimalismo stereotipato, in cui si dorme, si mangia, si gioca e si ricomincia sempre daccapo. Finché quando sembra che cambi qualcosa perché qualcuno finalmente si è arrabbiato, forse morirà una gallina bianca, ammazzata. “Non è possibile…” ho sentito dire dagli accreditati di palato fine. “Ma che livello!

Per vedere il secondo film nella retrospettiva Ercole alla conquista degli schermi occorre far valere i nomi di chi ha sceneggiato, diretto e lavorato nel film Nel segno di Roma. Tra gli sceneggiatori c’è il nome di Sergio Leone, ancora dedicato al peplum. Il regista di lungo corso Guido Brignone (aveva iniziato con il muto), si ammalò durante le riprese e così Riccardo Freda diresse le scene di battaglia in Iugoslavia mentre Michelangelo Antonioni gli interni girati alla Cines. Aiuto regista era Michele Lupo, che come regista poi girava Peplum anche due alla volta. Nel cast Anita Ekberg come regina Zenobia al meglio del suo fulgore di maggiorata fisica, Lorella De Luca non più povera ma sempre bella come vestale. I soldati ‘romani’ George Marshall e Jacques Sernas, imposti dalla coproduzione francese. Folco Lulli nella solita parte del cattivo, qui assiro-persiano. Chelo Alonso e Mimmo Palmara in rappresentanza dei migliori caratteristi. Ma soprattutto con ricostruzione di ambienti dei designers nostrani, effetti speciali ed arredamenti degli esperti scenografi italiani e grandi clamori di armi degli attrezzisti della Hollywood sul Tevere. Il film oggi nell’era digitale e 3D è datato ma non certo da mandare al macero.

Altra difficoltà del Festival é quella di far combinare gli orari degli spettacoli od altro. Alle 16,10 corsa verso l’incontro con Jonathan Demme, per vedere uno spezzatino di scene dei suoi film, senza commento, didascalie, indicazione alcuna. Presupponendo che tutti conoscono a memoria la filmografia di questo grande ed anche proficuo filmaker. Demme è venuto a promuovere la sua ultima creatura Fear of falling e le sue risposte hanno insistito molto sul fatto che preferisce fare film indipendenti a basso budget per non avere imposizioni da parte dei produttori di Hollywood. Ma poi diventa sempre più difficile imporre al mercato il prodotto, a meno che non sia un film molto indovinato come il bellissimo Qualcosa di travolgente o speriamo come lo stesso Fear of Falling. Dall’incontro è venuta fuori la coerenza di un regista che ha cominciato a 22 anni con Roger Corman, simbolo di producer a bassi costi. Ha fatto molti documentari, è molto politicizzato ed impegnato. Ha vinto un Oscar per la regia di Il silenzio degli innocenti, ma poi è tornato alle sue radici, alle sue utopie. E’ un amante della musica che mette con competenza nei suoi film. Grande amico di Neil Young (sul quale ha fatto il documentario Neil Young Trunk Show) perché – ha detto – è uno sperimentatore come lui ed un amante della macchina da presa, un cinematico. In sala c’era il musicista napoletano Enzo Avitabile, sul quale, vista la passione comune per l’antropologia musicale ha girato il film Enzo Avitabile Music Life. E’ un ammiratore di Louis Malle, regista francese che arrivato in America ha diretto film come La mia cena con Andre e Vanya sulla 42^ strada, in cui ha affrontato il rapporto tra cinema e teatro come ha fatto Jonathan Demme con Fear of falling. Jonathan Demme ha rivelato di aver contattato due sodali di Malle: Andre Gregory, attore, regista, sceneggiatore che aveva preparato una produzione teatrale su Il costruttore Solness di Erik Ibsen, tradotto ed adattato dall’attore e commediografo Wallace Shown. Ed insieme, facendolo interpretare dai stessi due attori, ha ridotto la pièce per lo schermo. Ancora un esempio di originalità, sperimentazione e di grande libertà innovativa.

Ha cominciato a piovere all’Auditorium e l’ultima difficoltà per tornare a casa è stata quella di incanalarsi con i tifosi della Roma per circa due ore in una domenica festivaliera non proprio entusiasmante.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

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