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Imran Qureshi, Deutsche Bank’s – Artist of the Year 2013 al MACRO

Rosso cinabro, oro e azzurro sono i colori nobili della miniatura, quelli che illuminano iniziali e capoversi nelle pagine fitte di scrittura bruna, trovando l’apoteosi nelle preziosissime illustrazioni che dialogano con i testi. L’occidente ha avuto i suoi grandi maestri, spesso ricordati per il loro contributo nell’ambito delle cosiddette arti maggiori e molto meno per la formazione di miniaturisti (che pure, come vediamo ad esempio in Pinturicchio, è presente nell’abilità descrittiva che sfida il minimo dettaglio anche nei successivi cicli pittorici).

E’ così anche nella tradizione Moghul, ereditata dalla cultura persiana e fiorita nel subcontinente indiano sotto gli imperatori Akbar, Jahangir e Shah Jahan tra il XVI e il XVII secolo. Parte da questa tradizione l’artista pakistano Imran Qureshi (Hyderabad, Pakistan 1972, vive a Lahore) che ha studiato pittura miniaturistica presso il National College of Art di Lahore, dove attualmente insegna questa stessa materia.

La sua prima personale italiana in un luogo pubblico – Imran Qureshi, Deutsche Bank’s Artist of the Year 2013 a cura di Friedhelm Hütte e Bartolomeo Pietromarchi – nelle sale al piano superiore del Macro, parte proprio da una serie di miniature realizzate tra il 1999 e il 2013 (altri lavori fanno parte del Palazzo Enciclopedico di Massimiliano Gioni alla 55. Biennale di Venezia).
L’incipit è l’autoritratto su foglia oro che sintetizza una poetica che guarda alla tradizione ricontestualizzandola, con uno sguardo talvolta ironico, nel presente.

Come afferma lo stesso Qureshi nella conversazione con Amna Tirmizi Naqvi, pubblicata nel volume realizzato dalla Deutsche Bank (parte del premio che prevede per il vincitore anche l’organizzazione di una mostra itinerante) fu il suo insegnante Bashir ad intuire le sue potenzialità e ad insistere perché studiasse miniatura:

“Io scelsi pittura e lui continuò a insistere; a differenza sua, avevo dei dubbi e gli risposi che la tradizione non si confaceva alla mia indole. Bashir mi citò un mahawara, che è un modo di dire arguto in urdu: “Basta il profumo che sale dal paiolo per capire lo stato di un chicco di riso”. Allora mi dissi che se un insegnante continuava a sostenere quell’idea con tanta tenacia, qualcosa di vero doveva pur esserci. (…) Al corso, la disciplina era molto severa: lasciare le scarpe fuori dal laboratorio, sedere per terra a gambe incrociate per ore, trattenere il fiato mentre si dipingeva. All’inizio mi sembrò che andasse tutto contro il mio sentire. Quando ho cominciato a lavorare, però, mi sono reso conto che quella regola ti induceva anche a riflettere e i frutti di quella fatica e di quella disciplina mi procuravano grande soddisfazione.”

L’artista è consapevole dell’ironia, talvolta giocosa altre più corrosiva, che entra nel suo lavoro “infrangendo” le rigide regole dell’arte miniaturistica.
Continua Imran Qureshi rispondendo alle domande di Amna Tirmizi Naqvi:

“Il piano di studi prevede l’esecuzione di un certo numero di copie, il che significa copiare antichi dipinti moghul, persiani, pahari o rajput nel formato originale. Questa operazione continua di copiatura aiuta lo studente ad affinare la propria tecnica miniaturistica. Agli occhi di molti l’addestramento imposto dal professor Bashir era particolarmente severo, ma può darsi che gli altri non avessero la volontà o la forza di spingersi oltre i confini prefissati; per loro, quindi, l’incapacità di sperimentare diventava una scusa e li rendeva prigionieri di se stessi. Ci venivano assegnati compiti in cui, pur potendo sperimentare, dovevamo comunque realizzare figure tradizionali e ritratti in maniera assai formale. Inoltre l’opera doveva conservare il carattere narrativo della miniatura; l’elemento del racconto doveva essere evidente. La prima cosa che mi venne voglia di fare fu molto drastica: volli eliminare la figura. E così feci, man mano che il mio stile si evolveva. Riflettevo spesso su quel dilemma: “Perché in ogni miniatura dev’esserci un personaggio?” mi chiedevo. “Perché dev’essere così fondamentale che un animale o un essere umano abbiano il ruolo di protagonista? E perché l’opera dovrebbe essere così leggibile?”.”

Quereshi introduce l’elemento tridimensionale che rappresenta un’assoluta novità rispetto alla tradizione, quanto a quello ornamentale del fiore si evolve uscendo dai confini della pagina miniata per esplodere, tra dripping metaforiche, su pavimenti e pareti come per il Roof Garden Project al Metropolitan Museum di New York.
Per il Macro l’artista pakistano ha realizzato due site specific che si riallacciano fortemente all’esperienza newyorkese: arriva a riempire una sala di migliaia di fogli accartocciati su cui aveva fatto stampare immagini di quel lavoro.
Il fiore porta con sé riflessioni politiche e sociali in cui la religione è associata spesso alla violenza e si trasforma in bomba, palla infuocata, fiamma vibrante nella di Qureshi che dichiara il suo tributo a Frida Kahlo:

“La Kahlo trattava le emozioni profonde e il dolore straziante delle sue opere con una sincerità brutale”.

Il netto contrasto tra la raffinatezza e l’estetica accogliente innescano un corto circuito che esplode. Echi che rimbalzano da un continente all’altro.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Info mostra

  • Imran Qureshi, Deutsche Bank’s Artist of the Year
  • a cura di Friedhelm Hütte e Bartolomeo Pietromarchi
  • dal 25 settembre al 17 novembre 2013
  • MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma
  • www.museomacro.org

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