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Saloua Raouda Choucair, Paul Klee e note su Frieze Art Fair #2. Focus on: Londra

Londra è, si sa, meta sognata dall’ultima generazione di giovani italiani che, per ovviare alla triste crisi del Belpaese, l’hanno scelta come luogo in cui (sopra)vivere e trovare un lavoro. Moltissime le offerte culturali e/o artistiche proposte dalla capitale britannica che ad ottobre ha chiuso FRIEZE ART FAIR, fiera che attrae numerosi collezionisti del settore, e vanta una TATE MODERN sempre più cattedrale locale dell’arte contemporanea.

Per l’undicesima edizione FRIEZE ha rinnovato i suoi spazi grazie alla maggiore dimensione degli stand e al nuovo layout espositivo ideato dallo studio d’architettura Carmody Groarke. Novità anche per il minor numero di accrediti concessi e dei biglietti disponibili in situ. A farne le spese sono stati, oltre a parecchi addetti del settore, gli utenti non forniti di ticket on-line… rimasti a bocca asciutta. Il minor affollamento ha comportato, tuttavia, la partecipazione di un pubblico maggiormente interessato, anche se ha escluso molti giovani artisti non ancora inseriti nel mercato dell’arte. Infatti, passeggiando all’interno della kermesse si respirava un’atmosfera d’elite. Conferma di tale situazione era lo stand della Gagosian, in cui tre grossi bodyguard in abito scuro negavano con vigore l’eccessivo avvicinamento delle numerose persone incuriosite dalle eccentriche proposte firmate Jeff Koons.

Appena centocinquanta le gallerie presenti – contro le 175 del 2012 – e provenienti da ben trenta paesi, tra cui le seguenti new entry: Brasile, Cina, Colombia, Ungheria, India, Corea, Messico e Sud Africa. Una ventata italiana è stata introdotta in fiera dalle sedi espositive di T-293, Massimo De Carlo, Franco Noero, Giò Marconi e Raucci/Santamaria.

Se lo scorso anno era il collage ad avere la meglio (http://www.artapartofculture.net/2013/11/04/il-collage-nelle-arti-visive-unplugged-ed-elogio-della-lentezza/), nell’edizione appena conclusa sono state le opere scultoree e installative a primeggiare e invadere ogni possibile superficie, dal pavimento al soffitto. Tra di esse degna di nota è quella di Dan Graham Groovy Spiral (2013) presentata dalla Lisson Gallery: un lavoro ambientale che invita gli spettatori alla partecipazione attiva di uno spazio asettico e trasparente. Ulteriore esempio di tale tendenza è l’enorme e bianchissima scultura di Jennifer Rubell Portrait of the Artist (2013): una sorta di statua di Costantino contemporanea in versione femminile caratterizzata da un grosso incavo al posto del ventre.

Anche in tale edizione, per raccogliere un vasto pubblico, è stato proposto FRIEZE MASTER, rassegna ideata per interpretare, attraverso strumenti contemporanei, opere d’arte storiche del Novecento.

All’esterno, invece, nello Sculpture Park, a cura di Clare Lilley (Direttore del programma dello Yorkshire Sculpture Park), dominavano le sculture di grandi dimensioni ideate da celebri artisti come Helen Chadwick, Elmgreen & Dagset, Jeppe Hein, Joan Mirò, Oscar Murillo, Jaume Plensa, Ynka Shonibare, David Shrigley, Bernar Venet, Rachel Whiteread… Opere ideate per dialogare con l’ambiente e la natura circostante.

Oltrepassato il Tamigi, a pochi passi dalla Hayward Gallery – in cui è allestita Trance, la retrospettiva sulla cubana Ana Mendieta – arrivo alla Tate Modern dove, tra le mostre proposte, primeggia Paul Klee – Making Visible (fino al 9 marzo 2014), a cura di Matthew Gale, che celebra uno degli innovatori dell’arte del XX secolo. Sono ben diciassette le sale messe a disposizione per una retrospettiva degna del suo nome poiché in essa sono esibite oltre 130 opere – tra cui disegni, acquarelli, dipinti – provenienti dalle collezioni di tutto il mondo e risalenti a un vasto periodo della carriera dell’artista, dagli anni ’10 del Novecento all’insegnamento alla Bauhaus, fino al 1940, anno della sua scomparsa. Un’esibizione definita nel comunicato stampa come “la prima mostra di Klee su larga scala realizzata nel Regno Unito da oltre un decennio”.

Paul Klee nasce in Svizzera (Münchenbuchsee, 1879) da padre tedesco e da madre svizzera. Inizialmente si dedicò sia all’arte visiva che alla musica, riprendendo le orme di entrambi i genitori (il padre era un professore di musica, mentre la madre era una cantante) e divenendo negli anni un ottimo violinista. Una formazione, questa, che riemergerà successivamente nei suoi scritti teorici dove egli parla di polifonia, di accordi o partiture di colore. Ben presto si accorse di avere una predilezione per la pittura. Decise di studiare tale pratica espressiva all’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera, dove ebbe come insegnante Franz von Stuck, pittore simbolista-espressionista nonché promotore della Secessione di Monaco. Proprio lì conobbe Auguste Macke, Franz Marc e Wassilly Kandinsky con cui diede vita al gruppo d’avanguardia ‘Der Blaue Reiter’. In seguito fece un viaggio a Parigi, città in cui incontrò il pittore Robert Delaunay, esponente del cubismo orfico, le cui ricerche sul colore e sulla luce lo influenzarono grazie alla lettura del suo libro La Lumière (1913), tradotto dallo stesso Klee per la rivista berlinese «Der Sturm».

Il 1914 è l’anno della svolta. Intraprende un viaggio a Tunisi e Hammamet insieme a Macke e Moilliet. In Tunisia scoprì il colore e così scriverà nel suo diario:

«il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Questo è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno. Sono pittore».

Infatti, se prima di tale data Paul non aveva dipinto molto e i pochi acquarelli realizzati mostrano l’impiego di toni tenui; da quel momento in poi la sua tavolozza si accende, iniziando a privilegiare le tinte calde, tipiche dei paesi del Sud:

«I colori primari, rosso, giallo, blu, diventano importanti e anche i contrasti dei colori complementari, e su tutta la scala».

Riferibili a tali anni sono alcune piccole opere in cui sviluppò singole patchwork astratte e colorate cui seguono una serie di disegni realizzati attraverso innovativi espedienti tecnici. Esemplare è They’re Biting (1920), suo unico ‘oil transfert’ (tecnica che consiste nel trasferimento, tramite contatto, di un dipinto a olio su un foglio di carta), dove i netti segni grafici si sposano perfettamente con l’evanescenza dei colori del fondo restituendo allo sguardo un dolce senso di poeticità.

Se fino a questo momento è possibile rintracciare nei suoi lavori ancora immagini legate alla realtà, dagli anni Venti la figurazione lascerà il posto all’astrazione, alla dinamicità del movimento, al rapporto tra energia individuale e energia cosmica e all’uso empirico del colore. Mentre i titoli continueranno a far riferimento a situazioni personali o vissute, invitando la mente dello spettatore ad allontanarsi da ciò che è visibile – ciò che è rappresentato nel quadro – per andare oltre, verso l’invisibile celato nelle forme raffigurate.

La mostra prosegue dando parecchio risalto al periodo di insegnamento alla Bauhaus, la scuola di arti e mestieri fondata a Weimar nel 1919 da Walter Gropius, i cui corsi erano tenuti da importantissimi personaggi dell’epoca – da W. Kandinsky a O. Schlemmer, da L. Feininger a G. Muche – tra cui lo stesso Klee. Furono anni importanti, che lo condussero a produrre opere imperniate sull’utilizzo di sperimentazioni come Suspended Fruit (1921) – basato su dinamiche gradazioni di colori – e Memory of a Bird (1932), costruito tramite un pointillisme multicolore. In tale contesto nacquero anche le famose Redgreen and Violet-yellow Rhythms (1920), Steps (1929) e Fire in the Evening (1929). In quest’ultima, le tonalità e la loro disposizione spaziale danno vita ad un’illusionistica prospettiva che risucchia l’occhio dell’osservatore. Tutte opere basate sulla linea, eletta dall’artista svizzero come l’incipit delle sue creazioni:

«Prendete una riga e portatela a fare una passeggiata».

Questo era il consiglio che egli dava ai suoi studenti della Bauhaus, dove insegnò dal 1920 al 1931, quando il regime nazista lo costrinse a dare le dimissioni poiché la sua arte, come quella di altri artisti a lui contemporanei, fu etichettata come ‘arte degenerata’ in Germania. Si rifugiò, così, in Svizzera con la sua famiglia. Tuttavia, nonostante le turbolenze belliche ed economiche, gli anni Trenta furono i più prolifici per lo svizzero che lo condussero a ideare teorie e opere di grandi dimensioni. Esemplare è Park near Lu del 1938, in cui regna un forte contrasto tra i simboli neri che indicano gli alberi, i rami e i sentieri di un parco, e le zone di colore circostanti. Sembra che tale scenario sia stato ispirato da un paesaggio che Klee vide nel 1930 durante una delle passeggiate effettuate con la moglie nel parco della casa di cura vicino Lucerna, in cui fu ricoverato a causa della precaria condizione di salute.  Park near Lu è una opera-summa della sua poetica basata sulla condivisione sulla superficie pittorica sia delle geometrie astratte sia di figurazioni realistiche e/o oniriche, dove il rigore della composizione è stemperato dal sapiente uso del colore.

Vogliamo soffermarci anche sull’allestimento della mostra, ideato seguendo le indicazioni dello stesso pittore che abitualmente scriveva sul retro di ogni quadro anno e numero dell’opera. Una pratica inconsueta che rivela ancora una volta la precisione del Klee musicista, indicando la sequenza delle sue composizioni. Ottima anche la ripartizione delle tele nello spazio a disposizione, consentendo una migliore contemplazione sia delle opere di piccole dimensioni (che prevedono un avvicinamento dell’osservatore per coglierne i dettagli) sia di quelle più grandi (che esigono di esser viste da lontano).

Soddisfatta nella vista e nell’animo, mi dirigo incuriosita verso un’altra esposizione sita sempre all’interno della Tate Modern: Saloua Raouda Choucair (che chiude il 17 novembre 2013)

Artista eclettica e pioniere dell’arte astratta in Medio Oriente, Saloua Raouda Choucair (Beirut, 1917) è quasi sconosciuta nell’ambito delle arti visive occidentali a causa dell’ostilità del governo libanese a far uscire le sue opere dal territorio d’origine. Per tale ragione questa è la prima importare mostra sulle sue creazioni realizzata in un museo straniero.

Oggi novantasettenne, Choucair è una figura significativa nella storia dell’arte del XX secolo. Una donna coraggiosa e caparbia che ha saputo oltrepassare i limiti posti al gentil sesso dal contesto natio. Peculiarità, queste, che emergono dall’Autoritratto del 1943, dove i colori decisi e le pennellate espressioniste ci trasmettono la sua forza e la sua fermezza.

All’interno delle quattro sale sono presentate ben 120 opere ideate dalla prolifica artista tra il 1950 e il 1980, tra cui dipinti astratti, opere figurative e sculture a incastro eseguite in legno, metallo, pietra e fibra di vetro.

Sperimentare è la sua parola d’ordine. Infatti, la ricerca artistica della libanese spazia dalla pittura al disegno, dall’architettura alla scultura, dai tessuti ai gioielli. Diversi media espressivi indagati attraverso l’uso di differenti materiali e l’elaborazione di eleganti forme modulari per dar vita a lavori di alto spessore caratterizzati dalla perfetta fusione tra gli elementi tipici dell’astrazione occidentale e l’estetica islamica.

La libanese è vissuta soprattutto Beirut, dove ha iniziato a studiare pittura con i pittori locali Mustafa Farroukh e Omar Onsi. Successivamente, ha continuato la sua formazione prima presso l’Università Americana di Beirut e poi all’Ecole des Beaux-Art di Parigi, dove nel 1940 ha frequentato l’atelier di Fernand Léger. Dal francese ha ripreso la plasticità e la monumentalità dei corpi ritratti, qualità visibile in Les Peintres Celebres (1948-9), tela conseguita ispirandosi a Le Grand Déjeuner di Léger. Già in essa è possibile cogliere le differenze stilistiche tra il maestro e l’alunno. Se nel primo è perennemente presente l’influsso del futurismo – vedi l’esaltazione delle macchine e i suoi personaggi-automi – nel secondo le silhouette delle donne sono aggraziate ma solide, come insegnato da Cézanne.

Negli anni ’40 creò una serie di acquarelli astratti nei quali linee rette e curve, elementi ripresi dal design islamico, si ripetono costantemente attraverso dei moduli col fine di elaborare varie e infinite combinazioni, come Composition in blue module (1947-51). Dopo un soggiorno negli Stati Uniti, nel 1955 Choucair tornò a vivere e lavorare a Beirut. Da allora si è dedicata sempre più alla ricerca plastica concependo le serie Poems, Dual e Interiforms come Sculputure with One Thousand Pieces, 1966-8, lavori che appaiono a metà strada tra scultura, architettura e design. Negli ultimi anni ha incentrato la sua attenzione sulle traiettorie delle rette e delle curve esplorando gli esiti della loro tensione nello spazio. Opere sperimentali in nylon e acrilico che posso essere lette anche come investigazioni su potenziali movimenti cinetici. Negli anni ’80 e ’90 l’artista ricevette molti riconoscimenti e premi in madrepatria, tra cui varie commissioni da effettuare a Beirut. Inoltre, il suo lavoro è stato esposto nel 2011 a Palazzo dell’UNESCO a Beirut, al Centro Espositivo di Beirut.

In ogni sua creazione, sia che si tratti di una superficie bidimensionale che 3D, l’esplorazione della forma risulta essere l’esigenza primaria. Lo spettatore passeggiando tra i suoi capolavori può osservare la straordinaria varietà di sagome e configurazioni da lei proposta senza stancarsi. A guidare la sua ispirazione artistica è senz’altro la ‘creazione infinita’ – idea che è alla base dell’arte islamica – ma anche una grande passione nel lavoro, in cui crede fortemente.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Info mostre

Saloua Raouda Choucair

Paul Klee – Making Visible

FRIEZE Art Fair 2013
si è chiusa il 20 ottobre 2013 al Regent’s Park, London – UK

 

1 commento

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  • Ottimo lavoro!!! Mi sono piaciute molto le citazioni dell’artista sul colore che hai riportato. Le stesse che alla mostra hanno dato un senso ancora piu vivo e reale dell’intera opera di Klee. Come se lui fosse stato tra noi ad osservare noi mentre noi osservavamo lui! Sensazioni che solo pochi artisti riescono a trasmettere. Magia vera e propria.

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