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Morti di Fama. Ho tanti “like” quindi esisto

Ho affrontato “Morti di Fama” di Giovanni Arduino e Loredana Lipperini (Edizioni Corbaccio) credendo che sarebbe stato divertente infiltrarmi nelle storie di chi cerca la fama sul web. Ero certa che avrei sorriso nel leggere qualcosa che, magari, avrei potuto stigmatizzare e che comunque non mi apparteneva, perchè non era certo questo che cercavo nel web, nè tantomeno la modalità con cui lo usavo e lo uso

Eppure, mentre proseguivo la lettura di questo libro, ho cominciato a sentirmi insofferente, nauseata dalla rete, un po’ impaurita, ingannata, sfiduciata e, soprattutto, coinvolta.

Raccontano di noi i due autori.
Raccontano di come ad un certo punto dell’era del web siamo arrivati a pensare che veramente tutti sono in grado di fare tutto grazie alla bacchetta magica della rete. E la magia è quotidiana:basta, infatti abbassare il livello per far passare la rete come un’opportunità per tutti, dimenticando che, oltre al concetto di possibilità esiste il talento.

La pratica è quella di soffiare sul narcisismo diffondendo l’idea che chiunque può farcela. Uno vale uno (teoria che ha fatto la fortuna anche del Movimento 5 Stelle) anche se è evidente che non è così, perchè è impossibile avere stesse competenze proveniendo da percorsi diversi e, soprattutto, privilegiando lo studio del proprio personaggio allo studio vero e proprio. Eppure la rete alimenta questa illusione.

Perchè la rete -come dicono i Wu Ming– ci viene raccontata come capace di produrre unicamente liberazione e la tecnologia viene percepita come se fosse “una forza autonoma, un soggetto dotato di un suo spirito, una realtà che si evolve da sola, spontaneamente, mentre invece la rete produce indissolubilmente anche assoggettamento“. E’ lo stesso meccanismo del capitalismo, anche perchè “la rete è la forma che oggi prende il capitalismo che da sempre libera ed assoggetta, emancipa e schiavizza, fino alla fase successiva in cui la liberazione genera un nuovo assoggettamento ad un livello più alto“.

La gente vende, le persone non titolate sono il vero brand dei nostri anni. Circola la convinzione che quello che viene dalla gente sia affidabile, sincero, profondo, non contaminato dalla professionalità. La gente è buona perchè la rete è buona, così come era buono il popolo.
Chi fa distinguo o peggio, chi proviene da altri settori, è il potente e dunque il nemico.

Il gioco della semplificazione è non solo retorico ma pericoloso perchè ammanta di libertà quel che libero non è. Infatti, la rete come ogni medium, è complessa: renderla facile e soprattutto omogenea serve ad un solo scopo. Vendere.

A ben vedere si vende di tutto: alberghi, ristoranti, scarpe, libri, biscotti e oroscopi… tutti prodotti che diventano irresistibili se ben recensiti dalle “persone comuni” che, in apparenza, vanno a sostituire il marketing.
Applicandosi in questo quotidiano “lavoro” ogni abitante della rete diventa un po’ famoso. La microfama è democratica, anche un po’ proletaria.

Il microfamoso diventa, dunque, il brand, il marchio, il gadget, la merce che deve vendere prima ancora (e talvolta anche al posto) che venga creato qualcosa che vale la pena vendere. Il microfamoso non ha bisogno di produrre. E’ per questo, forse, che tutti lo stanno corteggiando e, a volte, anche pagando con monete di varia natura.

Eppure i meccanismi che sono alle spalle di qualunque  reddito provenga dalla microfama ottenuta sulla rete sono sempre di sfruttamento. A cominciare dal fatto che il pluslavoro che quotidianamente produciamo (dati sensibili, notizie, luoghi virtuali frequentati, relazioni…) viene costantemente venduto dai padroni della rete. E noi siamo disposti e contenti di prestarci a questo, di contribuire al successo e allo sviluppo di Facebook, Google, etc. perchè i meccanismi di socializzazione che vi sono stati attivati ci rendono disposti a tutto pur di metterci in luce , per dire la nostra, per raccontare rabbie, desideri, ricordi e dunque vendere quel prodotto unico e meraviglioso che siamo noi stessi.

Lo sanno bene le aziende che basano la loro pubblicità sempre più esclusivamente sul consumatore: sei tu ad interessarci, sei tu il prodotto che fa vendere, sei tu che diventi il marchio… e intanto, grazie ad algoritmi capaci di comparare infinite informazioni, creano prodotti culturali che rispondono esattamente a quello “che ci piace di più” mentre noi continuiamo a credere di stare contando sulla nostra libera scelta.

Il libro, anche se ci accompagna in un’analisi capillare del web, non intende demonizzare (o affossare) la rete, ma intende spezzare la logica per cui la rete è intoccabile. E così, passando attraverso documentazioni storiche, statistiche, insulti, immaginari strappati, personaggi pubblici, brand, storie di odio e di successi più veloci della luce, magliette ed altri gadget, regole per diventare (micro)famosi, necrologi e “io lo conoscevo”, influencer, acquisti di idee e di ideatori, nicchie e, soprattutto, e gente che può passare tanto tempo on line, Morti di Fama traccia l’immagine di una rete mutevole, simile ad alcuni animi umani, capace di accanirsi e di cambiare idea appena un attimo dopo; di prender fuoco e di spegnersi; una rete emotiva e viscerale nella quale siamo noi che veniamo utilizzati da qualcun altro proprio grazie alle nostre debolezze ed alle nostre virtù.

Nelle sue pagine Morti di Fama si sofferma ad approfondire soprattutto le problematiche dell’editoria, della letteratura, del self publishing raccontandone la sconvolgente evoluzione.
Se prima, da un lato esisteva una società letteraria con i suoi autori che magari non vendevano, ma erano stimati come intellettuali poichè avevano il riconoscimento dei critici e dall’altro una letteratura più commerciale come Liala, con la pubblicazione nel 1980 de Il Nome della Rosa questa dicotomia si spezza perchè, il  grande successo dell’opera fa comprendere che i buoni libri possono anche diventare buoni incassi. Ma il romanzo di Umberto Eco è solo un caso, il primo caso.
Nella realtà non è così.
Oggi, inoltre, conta assai meno la “bontà” del libro rispetto a quanto questo vende. Fino ad arrivare all’assunto: se non vendi abbastanza allora non conti niente.
E, visto che tutti coloro che vogliono diventare autori ormai basano il proprio successo quasi esclusivamente sul numero di like ottenuti, per raccoglierne di più si studiano meccanismi di marketing sempre più astrusi ed inquietanti come, fra i molti, quello di mettere in vendita il libro a 0,99 centesimi, comprarne 100 copie per raggiungere una buona posizione in classifica e, una volta raggiunta la visibilità, aumentarne il prezzo a 4 euro monetizzando il ritorno di interesse che provoca la classifica.

Una domanda sorge spontanea: perchè, per scegliere qualcosa che dovrà piacere solo a noi, ci si affida ad una classifica? Non sarebbe cento volte più divertente e rafforzante andare a cercare il proprio libro, scoprirlo, farsi ispirare da un titolo, da un nome, da una copertina…

Il fatto è che tutto questo marketing e self-marketing non ha nulla a che fare con il processo del libro e provoca disastri non solo nell’editoria, ma anche nella percezione di se stessi. Inoltre la massiccia promozione solo di alcuni titoli porta il lettore che scrive -come racconta il libraio Patrizio Zurru– ad avere la percezione che si possa diventare ricchi e famosi semplicemente pubblicando.

Dunque che fare, ben sapendo che tutti noi che agiamo sul web siamo, anche per pochi istanti, Morti di fama? Occorre mantenere la lucidità, conoscere tutto questo, confrontare, svelare i meccanismi serpeggianti e, soprattutto, provare a smettere di guardare solo il mondo degli altri.
Provare a smettere -come scrive Giorgio Agamben–  “di operare nel mondo della cultura senza conoscerne i dispositivi e le logiche economiche, quelle regole, riti e istituzioni che vengono imposte agli individui da un potere esterno, ma sono interiorizzate nei sistemi delle credenze e dei sentimenti“.

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