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Festival Internazionale del Film di Roma 2013. The winner is… Tir?!

Roma, Auditorium Parco della Musica. Alle 19:00 del 16 novembre 2013, in Sala Sinopoli, sono stati annunciati i vincitori dell’8° Festival Internazionale del Film di Roma (8-17 novembre 2013).

La Giuria Internazionale – presieduta da James Gray e composta da Verónica Chen, Luca Guadagnino, Aleksei Guskov, Noémie Lvovsky, Amir Naderi e Zhang Yuan – ha assegnato i seguenti premi ai film in Concorso:

– Marc’Aurelio d’Oro per il miglior film: Tir di Alberto Fasulo

– Premio per la migliore regia: Kiyoshi Kurosawa per Sebunsu kodo (Seventh Code)

– Premio Speciale della Giuria: Quod erat demonstrandum di Andrei Gruzsniczk

– Premio per la migliore interpretazione maschile: Matthew McConaughey per Dallas Buyers Club

– Premio per la migliore interpretazione femminile: Scarlett Johansson per Her

– Premio a un giovane attore o attrice emergente: tutto il cast di Gass (Acrid)

– Premio per il migliore contributo tecnico: Koichi Takahashi per Sebunsu kodo (Seventh Code)

– Premio per la migliore sceneggiatura: Tayfun Pirselimoğlu per Ben o değilim (I Am Not Him)

– Menzione speciale: Cui Jian per Lanse gutou (Blue Sky Bones)

– Premio BNL del pubblico per il miglior film: Dallas Buyers Club.

La vittoria di Tir di Alberto Fasulo ha destato non poche perplessità. Il film non convince nemmeno il pubblico in Sala Sinopoli (quasi piena) durante la replica nella tarda mattinata di domenica: pochissimi applausi, molto silenzio. È come se riecheggiasse ancora il monito venuto da parte di BNL, sponsor principale del Festival, lanciato la sera prima durante le premiazioni (tra l’altro povere di premiati, molti dei quali erano già rientrati in patria). Riassumendo e parafrasando, i due concetti principali sono stati: “il Festival di Roma vuole decollare o continuare a galleggiare?” e “il pubblico non è cieco, anzi, ci vede benissimo e sa scegliere con gusto”.

Insomma, si intravedono nubi all’orizzonte. Quel che è apparso evidente a molti (giornalisti, pubblico, appassionati) è come Tir fosse ben lontano dal poter essere definito il miglior film di questa edizione del Festival. Aveva attorno a sé concorrenti di un tale valore, che era davvero difficile immaginare avesse anche una sola chance di spuntarla. Gli antagonisti “da podio” erano – secondo i bookmaker e le voci di corridoio di chi, in questi giorni, ha seguito passo passo il Festival (inclusa la sottoscritta) – Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée (che ha comunque ricevuto il Premio BNL), Her di Spike Jonze (che torna a casa col solo premio per Scarlett Johansson) e The Mole Song di Takashi Miike il quale, anche quest’anno, va via dalla kermesse a mani vuote (nel 2012 presentò Il canone del male, che avrebbe potuto candidamente ambire al Marc’Aurelio d’Oro, andato invece a Marfa Girl di Larry Clark non senza un velo di polemica), nonostante abbia presentato un film eccezionale.

Un’altra buona pellicola è stata, secondo me, Out of the Furnace di Scott Cooper, che si è fregiata di attori del calibro di Christian Bale e Woody Harrelson (che quest’anno abbiamo visto anche Fuori Concorso in Hunger Games: la ragazza di fuoco), oltre a un bravissimo Casey Affleck. È un film vecchio stile, nulla di nuovo. Però ha una sceneggiatura ottima, una bella fotografia ed è girato bene. Tuttavia, nonostante queste qualità, rimane qualche gradino al di sotto degli altri tre. Non stupisce, comunque, che il regista abbia vinto il Premio Taodue Camera d’Oro per la Miglior Opera Prima/Seconda.

Personalmente (e non solo io), vedevo in vetta Her (che però, è consolante saperlo, ha vinto il Mouse d’Oro, “il premio della critica online nei festival di cinema”). La prova di Joaquin Phoenix che recita senza la “fisicità” della co-protagonista, dal momento che Scarlett Johansson “interpreta” la voce di un Sistema Operativo, è stata magnifica. L’ambientazione del film, un futuro prossimo, è caratterizzata nel dettaglio, rendendo naturale l’affezione e l’immedesimazione con i personaggi e la storia. È un film romantico, anche nello stile, non solo nel racconto. La sceneggiatura scorre via fluidamente e l’interpretazione di tutti gli attori non stona mai, rimanendo sempre morbida e credibile. Insomma, è bello. E la bellezza cinematografica, oggigiorno, non è un pregio futile.

Anche gli orientali hanno portato delle belle pellicole al Festival. In Concorso c’erano: Seventh Code di Kiyoshi Kurosawa, Blue Sky Bones di Jian Cui e il già citato The Mole Song: Undercover Agent Reiji. Il sentimento generale in sala, se è stato un po’ freddo nei confronti di Blue Sky Bones (film interessante, ma capito poco, specialmente a causa della lontananza culturale e storica rispetto alla Cina narrata) e amichevole per il giapponese Seventh Code (film breve, di appena 60 minuti, ma compiuto), si è spellato le mani in applausi per The Mole Song del Maestro Miike.

La storia è quella dell’agente Reiji (Toma Ikuta) – segno particolare: testa dura, in tutti i sensi – che viene scelto, dopo una prova estenuante e sbellicante, per entrare sotto copertura in una banda della yakuza (organizzazione criminale giapponese) e sgominarla. Il film, tra la commedia e l’azione, è ispirato al manga crime omonimo di Noboru Takahashi, e da esso non trae solo la storia ma anche il gusto estetico. È un film ricco, in continuo movimento, che ha forse l’unica pecca di durare 15 minuti di troppo, senza però perdere il polso sulla sceneggiatura, che non si sfalda ma, semplicemente, eccede in passione per il racconto. Rimane comunque godibile e le risate sono assicurate. Lo strampalato, ma buono, agente Reiji diventerà il vostro eroe.

La sensazione è che seppur sia un buon segno che siano stati assegnati dei premi al cinema orientale (Migliore regia, Migliore contributo tecnico e Menzione speciale), questo gesto sia stato rivolto ai film “sbagliati”. In parole povere, il Maestro Miike non può andar via dal Festival Internazionale del Film di Roma a mani vuote. Per due volte. Porta in sala sempre qualcosa di particolare, di intelligente, di nuovo anche rispetto a se stesso e questo, in un mondo ideale, dovrebbe corrispondere a un riconoscimento, a un segno d’approvazione ufficiale. Peccato.

In conclusione, qualche delusione di troppo questo Festival l’ha lasciata. È stato un grande appuntamento, una bella festa, e sono stati proiettati bellissimi film (anche nelle altre categorie) ma è mancata la ciliegina sulla torta, che magari avrebbe finalmente fatto “decollare” la kermesse. I numeri, almeno, sono stati positivi (tutti segni +), e ci si augura che questo possa essere un buon punto di partenza per la prossima edizione.

A tal proposito, se si accettano suggerimenti, tra i corridoi dell’Auditorium è serpeggiata l’idea di rendere disponibili in streaming, per giornalisti e accreditati, le anteprime stampa della prima mattina, per venire incontro alle tangibili difficoltà imposte da una città imbottigliata nel traffico tra le 7 e le 9 di mattina.

Le ultime parole, infine, le dedico allo Staff impiegato per il Festival, che ha diretto al meglio delle proprie possibilità l’organizzazione di questo evento, anche chiudendo un occhio (e, a volte, pure l’altro) su qualche ritardo di giornalisti e accreditati, consapevoli che Roma è bellissima, ma che è un casino muovercisi dentro.
A tutti voi, grazie.

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