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La mostra che non ho visto #44. Daniela De Paulis

Daniela De Paulis in un ritratto fotografico di dan.rec
Daniela De Paulis
in un ritratto fotografico di dan.rec

Da circa un paio d’anni ho ridotto al minimo le mie visite a mostre di arte contemporanea: sentivo di aver raggiunto un punto di saturazione che ancora mi colma di fronte alla incessante produzione artistica internazionale. Le mostre che non ho visto sono spesso la maggior fonte di ispirazione nel mio vagare creativo, come una sorta di “quattro minuti e trentatré secondi” di vuoto visivo, rigenerante per la mente e la vista.

Nella riluttanza ad imbarcarmi in un intensivo viaggio d’arte, ho rimandato la mia partenza per la Biennale di Venezia fino al giorno della sua chiusura, perdendo quindi l’opportunità di vedere l’opera di cui mi hanno ampiamente parlato per la prima volta alcuni colleghi artisti a Città del Messico, in relazione ad una mia mostra.

Si tratta di ‘Cordiox’, l’installazione sonora di Ariel Guzik ambientata nella chiesa di San Lorenzo. Il lavoro di questo compositore, inventore ed artista autodidatta è estremamente evocativo. La sua ricerca tra arte e scienza e il suo interesse per i suoni impercettibili della natura, lo hanno portato a condurre una decennale ricerca sui cetacei, animali straordinari di cui sappiamo ancora molto poco. ‘Cordiox’ è uno strumento musicale unico, concepito dall’artista per rendere udibili i suoni che ci circondano e di cui non percepiamo l’esistenza, con lo scopo di amplificarli e di renderli di nuovo astratti grazie alla risonanza dello spazio della chiesa. I video e le immagini online permettono di ricostruire mentalmente l’esperienza dello spazio installativo ma questo non è il punto.

Quando i miei colleghi artisti mi hanno parlato per la prima volta dell’opera, credo che inconsciamente avessero già operato un ‘editing’ della loro esperienza del lavoro, arricchendolo di simbolismo e della propria interpretazione. L’opera era dunque arrivata alle mie orecchie già trasformata dai suoi fruitori diretti. Inoltre, prima di cominciare la ricerca online della documentazione, avevo già elaborato l’opera dentro la mia mente, aggiungendo altri strati alla descrizione offerta dai miei colleghi. Potrei dire che l’opera avesse quasi assunto una vita propria nella mia immaginazione prima ancora della mia esperienza acustica e visiva del lavoro, comunque mediata dalla tecnologia virtuale.

La documentazione stessa dell’opera sembra essere selettiva: evidenzia alcuni aspetti di ‘Cordiox’ rispetto ad altri. L’operatore di camera e l’artista che hanno eseguito le riprese applicano un punto di vista soggettivo contestualizzando ulteriormente il lavoro. A questo punto la percezione indiretta di ‘Cordiox’ è ancor più interiorizzata dalla mia mente e semmai incontrassi l’opera nella vita reale, la mia esperienza diretta non potrebbe in alcun modo prescindere da quella indiretta e mediata.

Trovo che ‘vedere’ le mostre in questo modo sia piuttosto interessante perché il lavoro dell’artista viene arricchito profondamente dall’esperienza personale e dagli eventi circostanziali, un po’ come avviene nella poesia tramandata oralmente in cui ciascun cantore aggiunge qualcosa di personale all’opera di partenza.

A questo proposito, non posso far meno di pensare al film di Chris Maker, “La jetée”, composto in gran parte da fotografie e ambientato in un ipotetico futuro post-nucleare, in cui un uomo – un uomo qualunque è il protagonista del film -, ricostruisce – o immagina di ricostruire – le sue memorie più intime, viaggiando indietro nel tempo con l’ausilio di protesi visive. I suoi ricordi ricostruiti sembrano generati da stimoli neuronali che producono immagini vivide nella sua retina, al punto da fargli rivivere le esperienze del passato con forte intensità emotiva. Le immagini, i ricordi, sedimentati nella memoria, tornano in superficie e si imprimono di nuovo nel tessuto della retina, in un processo ripetibile e reversibile. Credo che questo processo si inneschi ogni volta che si fa diretta esperienza di un’opera d’arte o che la si immagini tramite la descrizione altrui: la visione più o meno realistica dell’opera viene interiorizzata, archiviata in qualche angolo della mente, per poi tornare in superficie e ripresentarsi ai nostri occhi, qualora l’esperienza, gli stimoli sensoriali, le idee associative ne favoriscano il ‘rilascio’ (e viceversa), in un processo teoricamente infinito, come in un gioco di specchi.

Il filosofo Paul Virilio offre un’interessante teoria sull’esperienza visiva generata dalla mediazione tecnologica, asserendo che il flusso sempre più rapido di immagini, ridotte eventualmente a fotogrammi e impulsi di luce, ci porterà a sviluppare una visione puramente retinica, bidimensionale, che la nostra mente non avrà tempo e modo di interpretare e interiorizzare, causando ricordi sempre più labili e minando il concetto stesso di coscienza.

In una mia video installazione del 2002 – “Untitled” – ho sperimentato il concetto di immagine retinica di cui parla Virilio filmando con una video camera la porta e con un’altra video camera la finestra di una stessa stanza. Ho effettuato le riprese durante il crepuscolo, ovvero nel momento in cui la luce del sole cambia drasticamente, evidenziando il passaggio temporale. Ho poi presentato il lavoro in uno studio completamente buio – una ‘black box’ – posizionando ciascuna camera nel punto in cui era stata posizionata nella stanza per le riprese, mantenendo dunque la distanza tra le due. Le video cassette in playback mostravano le riprese rispettivamente della finestra e della porta, attraverso i piccoli schermi delle video camere. I visitatori della ‘black box’ erano guidati nella loro navigazione esclusivamente dalle luci emesse dagli schermi. L’opera aveva lo scopo di guidare l’occhio dello spettatore che presumibilmente, fissando i micro-filmati, avrebbe cercato di ricostruire col pensiero spazio e volume originali della stanza, oltre alla sua atmosfera, integrando attivamente la propria memoria con i fotogrammi e la luce emessa dagli apparati tecnologici. In altre parole il lavoro cercava di indurre nello spettatore una interiorizzazione degli elementi (arche)tipici della stanza – la porta, la finestra – attraverso un dialogo tra immagine retinica, generata dal mezzo tecnico, e memoria.

Un’immagine è serigrafata nella mente sia attraverso il processo ottico che attraverso il processo immaginativo e interpretativo. Le immagini create o assimilate più o meno consciamente dalla nostra mente sono fissate in qualche punto della nostra memoria e associate a particolari ricordi e simboli, il cui valore concettuale può variare nel tempo in relazione al nostro cambiamento, generando quindi una continua re-interpretazione dello stesso ricordo visivo. Che il ricordo visivo sia generato da una esperienza diretta o immaginaria dell’opera d’arte è, a mio parere, irrilevante. L’importante è che l’immagine abbia la forza di creare una visione interiore che è alla base del processo creativo stesso.

Spesso le mie decisioni in ambito artistico sono dettate dall’assenza più che dall’appagamento.

Il silenzio in  “ 4’33” ”, così come il vuoto visivo ne “La mostra che non ho visto”, può essere lo spazio evocativo per eccellenza.

La nostra visione biologica è molto limitata. Siamo in grado di visualizzare solo una piccolissima parte dello spettro elettromagnetico. Un’immagine vista attraverso la mente può rivelare molto di più di noi stessi e della nostra esperienza del mondo che non l’immagine vista attraverso gli occhi. Come nell’opera di Guzik i suoni rivelano l’inudibile, così l’immagine mentale della sua opera può rivelare l’invisibile.

1 commento

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  • Posso dirvi che questa rubrica è molto interessante e piacevolmente intrigante anche per chi, come me, conosce bene l’arte contemporanea ma non è di stretto settore? Complimenti a Gannie a tutti!

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