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Nel Torrione Passari di Molfetta. Dieci anni differenti, contributo di Pietro Marino

N. d. R.: In occasione della doppia personale di Hidetoshi Nagasawa e Luigi Presicce in corso a Molfetta (BA) fino a febbraio 2014 al Torrione Passari, per festeggiare il compimento dei 10 anni espositivi dello spazio è stato realizzato un manifesto con il contributo artistico di Gilberto Zorio e quello critico di Pietro Marino. Qui il testo e l’immagine della planimetria dello spazio ridisegnata da Zorio, che compongono il manifesto.

Dopo dieci anni di travagliata ma ostinata testimonianza per l’arte contemporanea, la vicenda del Torrione Passari può ben prestarsi a letture di senso complessivo e d’interesse collettivo. La prima riguarda l’identità del luogo, la cinquecentesca torre cilindrica di difesa sporgente sul mare di Molfetta che all’interno sprofonda in una cisterna circolare, connessa con una corte ad un palazzotto anch’esso antico. Nel 2003 il giovanissimo Giacomo Zaza – figlio di artista molfettese (N. d. R.: Michele Zaza) – venendo da Roma ottenne dal Comune di destinarne alcune parti ad un progetto di eventi d’arte. Una scelta naturale di location per la cultura della sua generazione, ma niente affatto agevole da affermare nel contesto del territorio. Esaltava un fenomeno con antecedenti anche lontani nel tempo, ma assunto solo negli ultimi due decenni a evidenza di trend: l’occupazione da parte dell’arte di spazi antichi, parallela alle pratiche metropolitane di archeologia industriale. Una ricerca che non può essere spiegata riduttivamente con la necessità di occupare alloggi di fortuna in carenza di strutture deputate alla esposizione e presentazione delle opere di oggi, musei gallerie eccetera. Problema che pure esisteva in Italia, e certo non è risolto almeno in Puglia. Giocava anche la tendenza crescente a recuperare, rivitalizzare spazi altrimenti destinati al decadimento. A “progettare il passato”, secondo il felice paradosso coniato da Achille Bonito Oliva, padre nobile del progetto Intramoenia Extrart che ha portato arte contemporanea nei castelli di Puglia fra il 2005 e il 2012. Infatti le prime alternative al sistema museale sono state individuate in Italia nei castelli o nei palazzi nobiliari, come sedi provviste di una “aura” di prestigio, garante dello status d’arte delle espressioni di un nuovo sconosciuto e sconcertante.

Una tonalità diversa ha assunto l’individuazione di spazi nei quali la disseminazione postmoderna si alleasse alle persistenze della memoria per sfidare l’entropìa della massificazione. E’ come montare per assonanze e contrasti il dialogo fra le urgenze dell’oggi e il primitivo antropico, oppure ruderi e rovine non più piranesiane. Un’alternativa in sostanza alla cultura del white cube, lo spazio asettico nel quale si esalta la sovrana autosufficienza dell’opera. Nel Sud un percorso significativo fu aperto sin dal 1978 dalle annuali mostre di scultura nelle chiese rupestri dei Sassi di Matera. Ovviamente tutti questi movimenti hanno radice culturale nella crisi dell’avanguardismo modernista stigmatizzata dalle nuove rivoluzioni meticce dilagate dopo la seconda guerra mondiale. Mentre risale agli anni Novanta il rilancio di pratiche impure di arte installativa, performativa e ambient, insieme con esperienze postmediali di fotografia e di video che scardinano gli assiomi del messaggio secondo McLuhan, per confondersi rischiosamente con la vita.

Così il Torrione molfettese è divenuto il logico luogo di prova di alcune “strategie della differenza”: titolo di una mostra curata nel 2003 da Giacomo Zaza nella vicina Sala dei Templari (altro luogo di Molfetta con tormentate vicende di recupero). Proponeva dodici autori, con prevalente taglio storico fra Beuys e Brecht, Martin Disler e Robert Longo, Gilardi e Kounellis. Strategie che secondo il critico l’arte ha sviluppato nei confronti della società del consenso, contestando la “conciliazione estetica degli opposti”: con operazioni mobili, flussi di energia, sospensioni dei linguaggi. Nello stesso anno, pochi giorni dopo, era proprio Kounellis ad aprire il primo ciclo di eventi nel conquistato Torrione. La fase che sino al 2005 ha visto succedersi mostre personali di autori di grande o consolidato nome, Accardi, Lim, Zorio, Spoerri, Gadaleta, Kosuth. Sollecitati a misurare la propria creatività con le provocazioni del luogo, una sorta di sfida a misurarsi con le problematiche del glocal discusse e diffuse in Europa sin dalla Biennale di Berlino del 2000. Esemplare fu la risposta di Kounellis nel sospendere all’interno della torre una rete di pescatori che raccoglieva non pesci ma scarpe, scarpe di povera gente, scarpe rotte, scarpe perdute, accumulo di storie e di sofferenze quotidiane in una città di marinai e di pescatori. Esemplare, a ripensarla oggi, perché indica il senso profondo della pratica ricorrente del site specific. Che non è tanto o soltanto adeguare immagini ed oggetti alle dimensioni e caratteristiche fisiche dello spazio – come spesso si fa cercando (vedi Zaza) “la conciliazione estetica degli opposti”. Si tratta di inglobare lo spazio nell’opera, coinvolgerlo nella energia della situazione, attivarlo in relazione di memorie e di sensi. E certo le strategie possono essere differenti e persino opposte, in questa ricerca di nuovi Significati. Come dimostrava nel 2005, nell’ultima mostra del ciclo, Kosuth ripetendo in tredici lingue – compreso il dialetto molfettese – la parola “Significato” appunto, Meaning, con scritte al neon che investivano di fredda luce mentale le curve di pietra calda.

Dal 2006 al 2008 s’interruppe il rapporto di Zaza col Comune di Molfetta, e non sarà il caso di indagarne qui le ragioni. Facilmente comprensibili per chi conosca le perversioni e le storture del rapporto che intercorre non solo nel Mezzogiorno ma in tutta Italia fra politica e cultura, fra opportunismo dell’effimero, logiche di appartenenza, pratiche di spoil system. Con a monte la sostanziale incomprensione delle movenze e dei linguaggi della contemporaneità, così come dei modi e dei mezzi necessari per comunicarla.

Sta di fatto che quando il dialogo riprese nel 2009, la scelta di puntare non più su performances monografiche di artisti garantiti da prestigio mediatico ma su minicollettive di ricerca andava oltre la necessità di contenere costi a fronte di risorse sempre più esigue, come ricaduta della crisi generale del sistema Paese. Per una sorta di eterogenesi dei fini, le difficoltà esaltano una volontà di ripresa di discorsi sulle “strategie delle differenza” concentrata su pochi ma selezionati esempi. Affinata dalla scelta, compiuta coraggiosamente con Michela Casavola, di vivere ed operare nel magma vitale della società e della cultura di Berlino come nuova frontiera dell’off. Questo dichiarano le quattro mostre curate fra il 2009 e il 20012, già dai titoli significativi di diversi movimenti di approccio critico: dalle Pulsioni performative del 2009 alle Fantasie fluttuanti del 2012, passando per la Post-Dimensione del 2010 e il Neo Concept del 2011. L’ intuizione originale di un’arte che segna niccianamente discontinuità e superamenti di formule chiuse di identificazione della natura e dell’uomo, si arricchiva ora di un sentimento più complesso di intervento – per oggetti e per azioni – all’interno di una realtà vissuta come “complessa, sfumata, incerta, paradossale e caotica”.

Così era immediatamente confermato nelle Pulsioni performative del 2009, prima puntata del nuovo ciclo che accostava personaggi noti sulla scena internazionale come John Bock e Mona Hatoum ad autori destinati ad emergere come Kader Attia e Rui Chafes. Ricche di emergenze interessanti sono state tutte le mostre successive, con forti presenze femminili, da Ra di Martino a Olga Chernysheva a Grazia Toderi. Anche come esempio di attraversamenti e mescolamenti di tempi della storia e di luoghi del mondo che segnano l’arte di frontiera dagli anni Sessanta ad oggi. Un movimento rizomatico commentato dalla tesi lucida che una condizione segnata dalla complessità e dalla precarietà – esistenziale prima che linguistica – accomuna protagonisti di diverse generazioni. Indizi di Zeitgeist testimoniati dalle ultime edizioni di Documenta Kassel e della Biennale di Venezia; anche con riconoscimenti tributati ad artisti di lungo corso capaci non solo di premonizioni da neoavanguardia, ma di continuità di raccordi. Significativi i casi – tempestivamente esaltati a Molfetta – di Yoko Ono con la performance 2010 di 400 minitorce distribuite ai cittadini che lampeggiavano il messaggio “I love you” e di Gianfranco Baruchello. I cinque alberelli di ginko biloba piantati nel 2011 dal quasi centenario artista nella piattaforma della cisterna trasformata in aiuola di un paradossale sogno ecologico confermano la capacità di affondi visionari su grandi temi varianti a seconda dei tempi storici: come la dissacrazione della comunicazione mediatica operata nel 1964 su spezzoni di film e poi riversata nel 2008 nel videocollage di Notizie in 5 minuti.

All’inverso, in molti giovani artisti di oggi l’abbandono del tempo lineare e le “esitazioni del linguaggio” si manifestano anche rimettendo liberamente in circolo intuizioni e avventure praticate dall’arte nella fase acuta di crisi della “coscienza europea” (Husserl). Fantasie fluttuanti, appunto, di cui possono essere emblema, nel 2012, le bambolone oscillanti in circolo di Thomas Zipp. Quasi un disincantato omaggio al macchinismo totemico del Teatro Triadico di Oscar Schlemmer nel tempo Bauhaus. Ammissione di perdita del centro per inoltrarsi in “territori instabili” (titolo di una mostra in corso nella Strozzina di Firenze). O “liquidi” per dirla con Bauman – come il velo d’acqua scura disteso nel 2009 da Carsten Nicolai nel Torrione, percorso da brividi di sonorità.

La dialettica fra generazioni è infine evidenziata dal progetto secco di questo 2013, che mette a confronto (e forse in frizione) due esperienze distanti in tutti i sensi come quelle di Hidetoshi Nagasawa e di Luigi Presicce. Una analisi approfondita potrebbe rivelare ulteriori tessiture fra le presenze tramate da Giacomo Zaza col progetto Passari. Non sono mancate in Puglia, nello stesso periodo, iniziative pubbliche di esplorazione del contemporaneo. Oltre a quelle già citate, si possono ricordare le mostre organizzate a Bari per il premio LUM e per il progetto BAC nell’ex teatro Margherita; i premi Pascali indetti dal Museo di Polignano a Mare. Con interessanti assonanze o arricchimenti di letture. Ma dall’esperienza compiuta in due tempi a Molfetta emerge la singolare coerenza di una indagine critica condotta su livelli europei con meticoloso metodo. Con una problematica attenzione che cerca negli spazi del Torrione saldo sul mare nativo, il punto di consistenza, di gravità permanente rispetto alle erranze del linguaggio. E par di rivedere – risentire l’invocazione o litania sgranata dentro le sue pareti nel 2010, per la mostra che evocava lo spettro di una Post –Dimensione, dall’anziano maestro tedesco Jurgen Klauke: Komm Kunst, Kunst komm. Vieni arte, arte vieni.

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