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Ripensando a Paris Photo

Parlare di una fiera di breve durata costituisce sempre una sfida: raccontare ciò che è stato a chi non ha avuto né avrà la possibilità di visitarla. L’interesse sta piuttosto nel descrivere cosa l’evento ha rappresentato. Tra metà ottobre e metà novembre l’Europa occidentale ha presentato quattro importanti happening nel mondo dell’arte e dintorni: Freeze a Londra, la FIAC a Parigi, Artissima a Torino, Paris Photo di nuovo nella ville lumière. Chi scrive concorda da tempo con chi afferma che ogni espressione artistica sia il riflesso della società nella quale si manifesta. E le kermesse in oggetto coinvolgono una molteplice varietà di attori direttamente implicati o indirettamente partecipi di un macroscopico processo sociologico ancor prima che commerciale. Regno Unito e vecchio continente sono ormai abbastanza uniformi nel privilegiare una doratura patinata che sembra sempre più affermarsi quale tendenza-escamotage per esorcizzare le conseguenze economico-finanziarie del fu credit crunch. Il tutto condito da una generalizzata mancanza di volontà di scardinare la struttura cristallizzata di un mondo auto-referenziale e spesso indifferente a chi non ne fa parte…

Sostanzialmente, nel percorrere i vari stand si è dispiegato un livello mediamente accettabile, talvolta alto, ma raramente in direzione di una concreta ricerca: la crisi non è finita e i galleristi difficilmente si permettono di sperimentare (si legga: correre rischi). Per venire all’evento oggetto di questo scritto, il risultato è stato una piacevole passerella di stampe fotografiche varie in cui a originali scopiazzature di idee altrui – non assimilabili a dei plagi visto che ogni scatto resta pur unico anche se déjà vu – e ripensamenti ripensati di grandi nomi che per il momento preferiscono vivere di rendita (è il caso dei pur dotati Burtynsky, Polidori, Liu Bolin, Jorma Puranen con altri della scuola di Helsinki etc.), si alternano mostri sacri del passato (Newton, Becker, Cartier-Bresson, Ritts, Capa etc. senza dimenticare le quasi immancabili Arbus e Woodman, che forse esercitano una sorta di fascino sinistro per essersi entrambe suicidate) e, rari, sperimentatori contemporanei che rischiano di passare inosservati agli occhi del grande pubblico. Se a questo si aggiunge una qualità di stampa generalmente di buon livello, l’effetto specchietto per le allodole è completo: nella vita di ogni giorno, messaggi pubblicitari che vivono dell’esasperazione dell’immagine e per suo tramite distolgono l’attenzione dalla crisi in corso; all’interno della fiera, “belle” immagini che hanno distratto in nome della propria mancanza di contenuto. Un esempio concreto lo ha proposto Julien Mauve, il meno banale dei 5 premiati (“laureats”) del Prix SFR: a giudicare dalla calca, i suoi lavori, che richiamano la non poco celebrata serie degli “empire des lumières” [impero delle luci] di magrittiana memoria, sono stati costante oggetto di ammirazione… molto effetto, poca sostanza…

Fuori dal branco del piattume di alto livello hanno spiccato i trittici di David Hilliard, ritratti che pongono l’accento sul rapporto tra uomo e spazio in un’ottica che potrebbe evocare la ricerca di Giacometti; i M-eating di Maimouna Guerresi, incontri attorno a un tavolo di personaggi appartenenti a differenti etnie, riconducono a una dimensione universale un’incomunicabilità che non conosce frontiere o barriere di sorta; le immagini a tratti scarne, altre volte desolate di François Deladerriere, nelle quali il paesaggio si fa testimone dell’inesorabile passare del tempo come se l’obiettivo avesse colto l’intensità dei vissuti del luogo; e sempre sulla dimensione spaziale si incentra la ricerca di Lara Dhondt: attraverso Google maps o una cartina fisica è possibile ritrovare i luoghi pubblici dove l’artista ha effettuato installazioni e fotografie, presentate su acciaio e disposte a costituire esse stesse un’ipotesi di mappatura della contingenza, che per sua stessa natura non può essere ricondotta a una definizione univoca; altro sperimentatore delle tecnologie, Paul Thorel ha scelto di far esplodere i limiti bidimensionali della stampa attraverso la creazione di un arazzo contemporaneo. Esposto in Fiera.

Una menzione speciale va al significato dei lavori di Sophie Ristelhueber: se le sue tracce/neutri testimoni di violenza passata non costituiscono una novità dal punto di vista dei contenuti, il richiamo alla memoria che ne scaturisce diviene un messaggio di sempre maggiore urgenza e attualità per un mondo in cui il bombardamento mediatico banalizza il ricordo di ciò che non dovrebbe più avvenire.

In conclusione merita un cenno Fotofever, evento collaterale giunto alla terza edizione che ha rappresentato l’unica risposta di un certo spessore al salone ufficiale. Da segnalare un paio di fotografi che intervengono sulla dimensione ludica: Léo Caillard i cui lavori non dissacranti ma volti ad attualizzare statue sacre o profane adattandone il dresscode a standard vestimentari contemporanei hanno introdotto interrogativi sull’evoluzione della società;  e Tomahido Ikoya, che si avvale dell’acqua per esplorare profili inaspettati dei soggetti rappresentati.

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