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Focus on – Sicilia. Domenico Mangano, l’intervista

“Palermo per me è come un enorme circo senza tenda, dove tutto è probabile”.

Domenico Mangano – classe 1976 – palermitano di nascita e oggi olandese per scelta. Un lavoro sulle identità, dove quella palermitanitudine composta da contrasti tra “meraviglia e brutalità” la porta con sé e la coniuga con tutto quello che di diverso e distante dalla Sicilia ha conosciuto negli anni. Si racconta a noi generosamente: gli ultimi progetti che lo vedono impegnato, la sua ricerca, la sua stessa vita.

Sei protagonista insieme ad altri nomi dell’arte internazionale alla fondazione Margulies a Miami. Interessante traguardo nel panorama artistico contemporaneo. Raccontaci le tue emozioni riguardo quest’esperienza e al tuo lavoro lì presentato…

“Sono molto fiero e onorato di far parte di una delle più prestigiose collezioni americane. Mr. Martin Z. Margulies è inserito nella top 200 mondiale dei collezionisti, considerato da molti esperti del settore come una delle figure più importanti nel suo genere, identificato per la sua unicità e passionalità, con una missione dichiarata di formazione nelle arti, programmi educativi, iniziative varie con migliaia di studenti e visitatori provenienti da tutto il mondo. Il lavoro acquisito dalla Collezione Margulies – presentato da ottobre 2013 sino ad aprile 2014 a Miami – è la serie fotografica Veenhuizen. Si tratta di dodici immagini in bianco e nero realizzate nel 2012 legate al progetto di recupero della memoria del villaggio olandese di Veenhuizen, nato come luogo di rieducazione, poi colonia penale e oggi parco naturale. La caratteristica principale di questo villaggio metafisico sono le singolari scritte poste sulle facciate delle case. Tracce d’epoca che presentano varie sentenze morali come didascalie dell’immateriale. Questo lavoro non consiste solo in semplici scatti fotografici ma sono una sorta di modello progettuale dell’intervento site specific che vorrei realizzare a scala ambientale nell’intero villaggio nel 2014. Così ho sovrapposto in una fotografia, come in un fotomontaggio, una scritta a rilievo fatta con i glitter che evocano l’effetto di lampadine. La mia intenzione è di coinvolgere l’intera comunità di Veenhuizen, i detenuti e la gente che ha vissuto nel villaggio, per riformulare delle nuove Parole con cui rimpiazzare temporaneamente quelle già esistenti. Da una prima fase, costituita da interviste e workshop con la collettività, emergerebbero i nuovi messaggi e valori che potrebbero funzionare oggi. In seguito, dopo aver trovato i nuovi moniti da scrivere, questi sarebbero trasformati in luminarie, grazie ai laboratori artigianali all’interno delle prigioni. Le luminarie collettive, una volta installate sulle case e sovrapposte a quelle che mi piace chiamare “scritte reperto”, ne ribalterebbero il significato e porterebbero un’atmosfera diversa e giocosa al villaggio. Infine si girerebbe un video in notturna: una ripresa unica in un piano sequenza attraverso il paese avvolto nell’oscurità e illuminato solo dalle nuove scritte, lasciando sparire il villaggio dietro alle parole.”

Sempre a ottobre sei stato presente a Palermo all’interno di DON’T ASK, DON’T TELL, a Palazzo Ziino, collettiva curata da Francesco Pantaleone. Cosa di questa città -Palermo- al di là dei luoghi che vedrai, vivrai, farai tuoi, non potrai mai rimuovere dalla tua memoria?

“Ottobre 2013 fortunatamente è stato un mese molto attivo per me. Oltre a Margulies a Miami e DON’T ASK, DON’T TELL a Palermo partecipo anche a PARALLEL VIENNA con un video nello spazio LWZ Projekte e al group show TRIP AND TRAVELING a cura di Lorenzo Bruni al KCCC in Lituania. Su cosa di Palermo non potrò mai rimuovere dalla mia memoria, adesso, pur focalizzando bene luci e ombre non saprei cosa scegliere e dipenderebbe dal mio umore. Palermo per me è come un enorme circo senza tenda, dove tutto è probabile. Dove lo scarto dalla meraviglia alla brutalità è breve e nonostante i contrasti siano netti, spesso la differenza tra ingenuità e cinismo è indistinguibile. Domare o mimare? Lottare o sottostare? Amo Palermo e da quando vivo all’estero, mi piace pensarmi come un pezzo di città ambulante, la palermitanitudine è sempre nei miei discorsi, forse è per questo motivo che non mi manca fisicamente la città, me la porto sempre dietro ovunque io mi trovi.”

Facciamo un salto indietro nel tempo. Tu palermitano trasferito in Olanda, ad Amsterdam per l’esattezza. Come sono stati quegli anni? Cosa ti ha spinto in un luogo così diverso dal tuo d’appartenenza?

“Esatto, che ci fa un palermitano nella fredda e piovosa Amsterdam? “Non sono un emigrante ma ho sempre avuto voglia di viaggiare e conoscere” recitava Massimo Troisi in Ricomincio da tre. In realtà, dopo un paio di anni in giro all’estero per viaggi e residenze, tra America, Cina e Grecia, tornando un’estate a Palermo, ho incontrato in spiaggia una bionda olandese che mi ha conquistato e convinto a seguirla in Olanda. Semplicemente questo motivo mi ha portato nella primavera del 2010 a trasferirmi ad Amsterdam e metter su famiglia. Sono una persona molto propensa all’adattamento quindi il passaggio è stato tutt’altro che traumatico anzi, una delle tante qualità che apprezzo della capitale olandese è quella di essere accogliente e a dimensione umana, lontana dal dinamismo delle grandi metropoli. Pensa che ho pure imparato a pattinare sul ghiaccio.”

 E fare arte in Olanda? Differenze, preferenze, assonanze o altro?

 “Obiettivamente devo ammettere che dal mio punto di vista professionale e per le mie ambizioni vivere e lavorare ad Amsterdam è molto più agevole che a Palermo. Soprattutto c’è il grande vantaggio di raggiungere in poche ore Bruxelles, Parigi, Londra, Berlino. Purtroppo, ma potrei dire anche ovviamente, sono sbarcato sulle rive dell’Amstel forse nel periodo peggiore, quello dei tagli alla cultura. Qualcosa di veramente serio in Olanda, Paese che ha storicamente puntato la crescita culturale sui fondi pubblici. Del sistema olandese apprezzo l’onesta e la professionalità delle persone, la passione e la tenacia per la ricerca e l’innovazione a basso costo. Detto ciò io non sono uno di quelli che promuove spostamenti di masse verso l’Europa del nord e sputa nel piatto dove ha mangiato poc’anzi, io a Palermo stavo benissimo ed è lì che mi sono formato, ne potrei essere testimonial avendoci vissuto e lavorato fino a trentacinque anni. Non credo in luoghi, sistemi o programmi ideali, tutto a mio parere è soggettivo, a ciascuno la propria storia. Spesso la cosa più stimolante di chi fa l’artista e che non si mai cosa ti possa accadere e verso dove si sta andando.
La fortuna e la forza di luoghi come Palermo è legata fortemente al realismo e alla fantasia, alla qualità e alla poesia, al coraggio e alla fame. Qualità, virtù e problemi questi che nella perfetta Europa settentrionale spesso vengono congelati a favore dell’omologazione.”

 La tua ricerca, da dove si origina e dove è diretta?

 “La mia ricerca nasce dalle strade di Palermo, dalle piccole storie che agli esordi registravo in presa diretta. Esperienze vissute che traducevo in video e fotografie trasformandole in simulacri della realtà e dando a queste un valore estetico. In un certo senso l’atto del vedere è, per me, una forma di singolarità che cerca di cogliere qualcosa che non obbedisce che, pur essendo quotidiano sfugge, si sottrae.
Le situazioni o i personaggi da me presentati, non posano per l’obiettivo, non mettono in scena una vita, non si costruiscono un passato. Più che aprirsi, luoghi e personaggi vengono aperti, estratti quasi a forza da mondi di cui possiamo solo percepire pochi frammenti. Ma senza cinismo: non serviranno ad illustrare nessun caso, nessuna tesi. Le mie operazioni mostrano una disposizione buffonescamente amara, che tutt’altra cosa dal ridicolo, dove i piani narrativi sono assenti, e la prospettiva lontana della storia è riconvocata in un atmosfera da festa passata. Le storie che emergono trasmettono una sostanza singolarmente umana, autentica quanto può esserlo in modo sfuggente una creazione d’arte, convincente, illusiva e soprattutto non consolatoria, ma aprente, condivisibile, provvisoriamente vera per tutti. Ho sempre fondato le basi della mia ricerca meditando sulle piccole comunità come espressione di un’identità più ampia, partendo dall’ambiente in cui mi trovo per estrarne una visione estesa. La posta in gioco è perdersi metaforicamente nei particolari, per arrivare a presentare una relazione universale con uno scenario fatto di umanità, lingue e paesaggi. Partendo da queste personali ossessioni l’esperienza olandese mi ha messo di fronte ad una situazione sociale e culturale impostata sull’ordine e sul rispetto delle regole, in cui tutto è apparentemente nitido e privo di sfumature. La mancanza di contrasti in superficie se inizialmente poteva presentarsi come un limite per la mia ricerca, si è rivelata invece un campo inesplorato: stimolo per rintracciare le varie incoerenze del regolare Nord Europa. Probabilmente la radice simbolica del mio lavoro la sto ancora cercando o forse meglio dire che sto ancora scavando. A me piace lasciar parlare i miei lavori autonomamente e questi spesso sono anche abbastanza diretti.”

Il tuo “vedere” lo esprimi ricorrendo al video, alla fotografia, all’istallazione. Mi incuriosisce conoscere cosa rappresenta ognuno di questi medium per te.

 “Le tecniche sono fondamentali nel processo e nello sviluppo di un lavoro ma io davanti a tutto metto sempre le idee. Il video per me è un sistema intimo, agevole ed economico per presentare immagini in movimento con l’audio, la fotografia è traccia, quindi documento e infine l’installazione la considero una terapia ludica per costruire visioni, ambienti o oggetti tridimensionali. Ci tengo a rilevare che il mio background è pittorico. Sin dai primi lavori video e fotografici ho sempre ricercato questa tensione pittorica, usando soprattutto mezzi low tech e presentando video sgranati o foto sfocate. Lo ritengo un valore aggiunto specie se il punto di partenza, come nel mio caso, è presentare la realtà. Nella mia produzione più recente i video sono a camera fissa, caratterizzati da un processo di sintesi ai minimi termini questa sensazione, o somiglianza con i tableaux vivant, risulta ancora più evidente.”

La tua modalità di lavorare. Parti dalla scrittura di un progetto o semplicemente da una visione che poi diviene progetto?

“Tutte le volte che mi siedo canonicamente davanti ad una tastiera per la scrittura di un progetto finisce che mi prendo troppo sul serio, m’incarto e finisco per delirare con il risultato di aver fatto solo molta confusione. Aspetto da anni che appaia, sia in veglia o in sogno, una visione celestiale che mi suggerisca cosa fare, ma nulla. Il metodo Mangano è fatto di carta, penna e caos. Una sorta di Merzbau alla Schwitters composto da pizzini, scontrini, biglietti, tovaglioli, bollette, quaderni, calendari, comunicati stampa e tanto altro su cui solco disegni, parole, scene e sensazioni, orari, appuntamenti, nomi, preventivi e liste della spesa. Tra una buona idea e un progetto c’è sempre del pomodoro fresco, latte, uova, pesce etc. Molto spesso, le pallottoline di carta, me le perdo e le ritrovo in tasca dopo mesi, nel frattempo alcune idee sono maturate altre andate a male. In tutta precarietà di sicuro c’è che ho sempre fame.”

 La “visione” che ancora non hai tradotto in linguaggio artistico.

“Provare a formulare in siciliano la coniugazione del tempo futuro che come sappiamo non esiste. Nella mia visione se riuscissi in questa impresa potrei girare a Palermo il primo film di fantascienza in dialetto e magari usare come set l’astronave verde, ovvero l’aula-bunker del carcere Ucciardone.”

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

http://www.domenicomangano.com/

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