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What’s going on? Outside In & Alternate Realities. Focus-on: New York. Interviste ad autorevoli addetti ai lavori

Chi dice che le migliori gallerie americane debbano essere collocate nel quartiere Chelsea di New York? Alcune delle più accattivanti gallerie al mondo sorgono in piccole città o quartieri periferici e sono spesso proprio quei microcosmi fatti di arte libera dai pregiudizi e non contaminata dalle apparenze ad offrire al fruitore i prodotti più innovativi che, attingendo ad una sensibilità meno commerciale, sebbene in parte vincolata alla vendibilità delle opere, assurgono ad emblemi di un’estetica ricercata che spinge i collezionisti a chiudere gli occhi e riaprirli, come d’incanto, con un rinnovato stato di coscienza.
Ha spiegato Casey Gleghorn:

“Quando abbiamo aperto questa galleria  avevamo due settimane per preparare lo show e un budget di appena 2000 $ per organizzare la nostra prima mostra dal titolo Oops, On Purpose. Ma avevamo la fortuna di pagare un affitto particolarmente basso, inoltre in previsione del nostro primo evento amici e volontari si offrirono per aiutare a dipingere le mura nere di bianco e contribuire all’allestimento. In quei giorni, il nostro intento era trasformare l’impossibile in possibile e fu così che, lavorando gomito a gomito, riuscimmo a vendere 40 opere entro la fine della prima settimana.”

Quando e come sei diventato un art dealer e quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

“Ho cominciato andando spesso a New York, incontrando artisti di fama nazionale e internazionale e sognando in grande. Ho sognato di far esibire i miei artisti a New York, accanto alle più importanti gallerie al mondo. Ho sognato di vendere opere concepite per collezioni altamente selezionate. Ho sognato di raccontare e far apprezzare il fenomeno arte a chi non fosse coinvolto col mondo dell’arte e cambiare la vita di artisti emergenti meritevoli e di talento. Ad oggi ho realizzato ogni cosa, tranne l’idea di una sede permanente a New York: ma è solo questione di tempo, prima che mi si prospetti all’orizzonte la giusta opportunità.”

Consigli per i giovani mercanti d’arte?

“Leggere libri. Ad esempio Seven Days in the Art World, di Sarah Thornton e How to Run a Contemporary Art Galley di Edward Winckleman. Avere una solida rete di contatti. Capire quando è il caso di tuffarsi a capofitto e quando invece è meglio fermarsi a riflettere.”

Quella di Converge Gallery è una piccola realtà imprenditoriale americana resa possibile dal desiderio di travalicare i confini fisici e metafisici del concetto stesso di arte e sfociare in una poetica dell’art business che, essendo in continuo movimento e, pertanto, in divenire, è resa ancor più dinamica da un consumistico vivere il presente, il momento, l’istante dell’innovazione artistica e della novità culturale intesa come ponte fra società e rappresentazione.

Cosa vuol dire “opera d’arte di alto livello” e quali sono le connessioni che intercorrono fra arte e mercato dell’arte?
Abbiamo girato la domanda a Matthew Rose, uno degli artisti di punta della Converge Gallery, il quale si occupa anche di giornalismo e critica dell’arte contemporanea:

“Non so se è veramente possibile realizzare un’opera d’arte di alto livello – alla stregua di Da Vinci, Manet, Duchamp o perfino Pollock. Certamente un’ opera di “alto livello” dovrebbe riuscire a modificare la percezione che il mondo ha di sé stesso. Come una guerra. Oggi purtroppo l’arte è intrappolata sotto una campana di vetro e sembra continuamente dimenarsi fra la vita e la morte come in un vortice interno a sé stesso. Artisti e collezionisti non fanno altro che produrre aggettivi di matrice soggettiva del tipo alto livello, migliore, buono. Anche Costoso è un altro aggettivo normalmente utilizzato per attribuire valore all’arte e stabilirne il livello di grandezza. Nonostante – o a causa di – questo colto rumore di sottofondo, il mercato dell’arte e i suoi sacerdoti tendono a trasformarsi in veri e propri amplificatori di quella che si potrebbe definire una musica ormai vuota e stridente.”

Fra gli altri artisti rappresentati si distinguono Johnny Romeo e Jason Bryant, sul versante pop e Ryan Hewitt, sudafricano, il cui lavoro è in bilico fra accademismo e sperimentazione pittorica. Anche Howard Tran e Jeremiah Johnson (che spicca per l’originalità della sua pittura fronte retro) tengono alta la bandiera, combinando astrazione e figurazione mentre Tim Miller, alias ClockWorkBox, e Liz Parrish conferiscono alla galleria un tocco di humor nero con tanto di sfumature concettuali; Tyler Coey e Mick Cockrill si dedicano, invece, ad una pittura più formale e narrativa, ma non per questo meno ricca di contenuti.
Alla domanda:
In cosa consiste il tuo lavoro? Conosci Gianfranco Baruchello e Joseph Cornell?
Tim Miller ha risposto:

“Cornell mi ha influenzato ampiamente. E di Baruchello ricordo una frase: “Duchamp ci autorizza a fare ciò che vogliamo, qualunque cosa, purchè produca piacere e abbia senso”.
Il mio lavoro  rappresenta anche una citazione lampante della filosofia di Jasper Johns e Joseph Beuys. Nello specifico, qualunque tentativo di dare un significato alle mie sculture non è altro che metafora della redenzione di una apparente mancanza di significato.”

Il tuo lavoro si può definire in qualche modo anacronistico?
Ha dissentito Liz Parrish, ponendo l’accento sull’importanza di un dialogo ponderato fra passato e presente:

“Nelle mie opere ho semplicemente voluto restituire un ruolo da protagonisti ai personaggi che abitano i margini delle pagine dei testi medievali, che all’epoca erano considerati irrilevanti, decorativi, di contorno.”

Da notare, sebbene non rappresentati dalla galleria, sono inoltre Jennifer Gunlock, Ted Mikulski, Jimbot, Chad Andrews, Rick Beaupre, Josh Dannin ed Evan Summer.

Qual è la differenza, in termini di arte contemporanea, fra Williamsport e New York?
Ha risposto Chad Andrews.

“Non è importante dove ci si occupa di arte, ma in che modo”

Ha puntualizzato Evan Summer:

“In termini di arte contemporanea – Williamsport non ha niente da invidiare alle altre città. Qui l’arte è di alto livello: basti pensare alla Pajama Factory, alla Converge Gallery o alla Galleria del Penn College of Technology.”

Converge Gallery è un microcosmo in moto perenne, un carnevale in pianta stabile che ogni tanto diventa itinerante e che, più che adattarsi alle tendenze della vicina New York, si pone come goal da perpetuare nel tempo l’ambizione di far coesistere nuove realtà, per così dire, alternative e fornire un apporto culturale ad una comunità locale sempre più ampia.

Dall’01/11/2013 al 22/12/2013 lo spazio della galleria è stato ridefinito per ospitare la mostra Outside In, curata da Seth Goodman che, in un crescendo di forme e trasfigurazioni rivolte ad un pubblico eterogeneo si estingue nel vago e nell’indistinto rasentando sia il figurativo che l’astrazione, con ambivalente rigore formale, attraverso le opere di Anthony Cervino, Michael Darough, Greg McLemore, Lawrence Charles Miller e Kimberly Witham.

Outside In si eleva al di sopra del consueto legame diretto che intercede fra oggetto interiore e proiezione dell’interiorità. Anche se la mostra è allestita in una galleria commerciale, ovvero finalizzata alle vendite, gli artisti sono, in effetti, più interessati a condividere gli aspetti intellettuali del proprio lavoro coi visitatori che a vendere. Le opere selezionate hanno la peculiarità di raffigurare il sè in varie fasi e manifestazioni: dal sè diretto, visibile, presente fino alla dissoluzione dell’essere in una generale segmentazione e successiva scomposizione di concetti e forme”.

Come ci ha tenuto a sottolineare, in proposito, l’artista Lawrence Charles Miller:

“La verità è e appare ambigua”.

La new entry presentata da Converge Gallery durante la mostra corrente è Kimberly Witham, con le sue foto dai toni pastello che talvolta, discostandosi dalle screziature pop di un’arte abilmente preconfezionata, lascia intravedere espliciti riferimenti sia alla pittura del sedicesimo secolo che alla fotografia contemporanea. Nella poetica di Kimberly Witham si evince un’immediata evocazione dell’altro da sè, di un altrove concepito per configurarsi parallelamente all’oggetto evocato. Nelle sue opere, specchio e immagine riflessa si richiamano l’un l’altra in un gioco di corrispondenze; l’oggetto individuale si perde fra le pieghe dell’ipotetico e del possibile, in una convivenza forzata col suo doppio e riemerge in un luogo al contrario dove ciò che è non è ciò che sembra, mentre la bellezza si può facilmente confondere col grottesco.

“Il mio lavoro è fortemente influenzato dai diorami della storia naturale, dai cosiddetti cabinets of curiosity, dalle nature morte e da qualunque estrinsecazione artistica atta a categorizzare, comprendere, controllare il mondo naturale. Ho cominciato a dedicarmi a questo tipo di foto quando mi sono trasferita nel New Jersey da New York City. Io e mio marito abbiamo comprato una vecchia casa che aveva bisogno di ristrutturazioni. È così che, guardandomi intorno e andando in giro con la macchina, mi sono accorta degli animali morti che giacevano ai lati della strada. Nello stesso periodo, mi sono ritrovata a dover consultare innumerevoli riviste alla Martha Stewart con lo scopo di rimodernare casa: è così che mi è venuto in mente di unire i due elementi, animali e ambiente domestico e creare dei diorami raffiguranti animali ed esseri umani sullo sfondo di una realtà idealizzata e alternativa.”

L’atmosfera surreale delle opere selezionate per la mostra collettiva Outside In è abbinata ad un realismo crudo e spiazzante che punta a far emozionare lo spettatore.

Outside In è una mostra curata in modo brillante che riunisce cinque artisti, ognuno dei quali ha fornito un’interpretazione personale del tema proposto. La brutale autonomia comunicativa di ogni singola opera è demarcata da un elemento coesivo di fondo, un catalizzatore di prossimità. Le immagini adottate uniscono introspezione e dirompenza visiva ad una commistione di assonanze e dissonanze filtrate dall’universale. L’ironia è direttamente proporzionata alla verità e viceversa. Le opere di scultura (Anthony Cervino), fotografia (Kimberly Witham e Michael Darough) e pittura (Greg McLemore e Lawrence Charles Miller) sono indicative di un’estetica del cambiamento: una nuova bellezza, come direbbe Dave Hickey”.

Così ha concluso lo stesso Lawrence Charles Miller, citando le parole di un famoso critico d’arte americano.

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