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Clemens von Wedemeyer – The Cast. Roma, MAXXI

Entrando nell’ambiente soffuso e intimo della Galleria 5 del MAXXI, per la mostra The Cast, immediatamente si è condotti in un viaggio nella memoria. Curata da Giulia Ferracci e prodotta dal Museo stesso, la personale del videoartista tedesco Clemens con l’impronunciabile cognome von Wedemeyer, che ha magistralmente gestito il difficile spazio museale, immerge il visitatore in un tempo e uno spazio sospesi, tra la storia e il fantastico, tra la nostalgia e il reale.

Nato a Göttingen nel 1974, dopo gli studi nella Scuola Superiore di Grafica e Arte Libraria di Lipsia, si è trasferito a Berlino e, nel suo curriculum, vanta, oltre a una personale nel PS1 di New York nel 2006, la partecipazione all’ultima documenta13. Attraverso un impeccabile utilizzo del video, continuamente oggetto di rinnovata sperimentazione, von Wedemeyer, nel suo costante confronto fra le arti visive e il cinema e i suoi insiti meccanismi di finzione, scandaglia quelle circostanze storiche che hanno tuttora ripercussioni sulla nostra quotidianità, sondando appunto il tema della memoria. Il suo soggiorno a Roma e i temi fondanti della sua ricerca non potevano di certo lasciarlo indifferente di fronte a quello che è stato uno dei maggiori simboli (ahimé ormai quasi del passato) dell’industria cinematografica, Cinecittà. E, come molto spesso accade agli artisti giunti a Roma che non riescono del tutto a scrollarsi di dosso il peso, a volte schiacciante, che la Città Eterna esercita con la sua storia millenaria, anche von Wedemeyer non sfugge alla regola. Perché è praticamente impossibile per molti artisti stranieri rimanere indifferenti alla Città, alla sua cronaca, alla sua quotidianità, alle sue problematiche e alle sue peculiarità. Com’è, altrettanto, prassi documentarsi su alcuni eventi cardine e farne una trasposizione attuale. In poche parole: prendi Cinecittà e il suo attuale declino, prendi Roma e le sue contraddizioni, poi prendi un fatto di cronaca, aggiungi molta bravura, ricerca, tempo, et voilà, les jeux sont faits. La differenza sta tutta nella capacità e nella bravura nel portare a termine simili operazioni. E von Wedemeyer, nella personale romana, indiscutibilmente è stato molto bravo.

Oltre alla piena padronanza del media, con una evidente capacità tecnica, ha rispolverato alcune situazioni ed episodi poco noti della città di Roma che acquistano un gusto aneddotico e, per certi versi, nostalgico. Perché è sicuramente anche la nostalgia quella che conquista il visitatore di fronte alle immagini girate a Cinecittà e nel laboratorio Cinears, il più antico laboratorio di Cinecittà stessa, gestito dalla quarta generazione della famiglia De Angelis e chiuso nella primavera del 2013. È proprio la video installazione semicircolare a tre canali a colori Afterimage che apre il percorso espositivo. Circondato da centinaia di sculture utilizzate nei diversi film realizzati in questi studio, lo spettatore è condotto in questo studio dove calchi e gessi acquistano corporeità attraverso una proiezione che, detto in modo poco corretto e molto terra terra, si avvicina a quella 3D. Così, in questa dimensione immersiva, si è condotti all’esplorazione completa del laboratorio, dove le varie sculture si ammassano accumulate negli anni.

La stretta relazione che, tra la scultura e gli uomini, attraverso il cinema è analizzata dalla suggestiva videoinstallazione The Beginning. Living Figures Dying. Sfruttando le aperture sul pavimento che permettono la visione dall’alto del museo, l’artista tedesco le ha trasformate in schermi di proiezione che, come una striscia o una pellicola, presentano frammenti di film, da Mélies a Cocteau, relativi alla creazione, adorazione e distruzione di sculture antropomorfe nel cinema.

Ma è con Procession, un video di 14 minuti, che von Wedemeyer annulla il tempo, riattualizzando un evento del passato, e mette in campo anche le sue qualità registiche. Col bianco e nero, rievoca un episodio accaduto nel 1958 durante le riprese di Ben Hur, quando una moltitudine di comparse tentarono di forzare i cancelli reclamando un lavoro e irrompendo durante le riprese di una processione. Una processione però i cui partecipanti sono attori e attivisti del Teatro Valle Occupato che, dal 2011 per evitare che fosse chiuso per gli ennesimi tagli, è stato occupato da un folto gruppo di operatori teatrali. L’artista, durante la sua ricerca per i lavori in mostra, si è infatti imbattuto in un articolo del quotidiano “l’Unità” del 7 maggio del 1968 scritto da Mino Argentieri che racconta l’episodio della manifestazione. Ed è proprio la voce dell’Argentieri la voce narrante del video. E così, il passato e il presente si sovrappongono. E così che, ironicamente, denuncia “da allora nulla è cambiato”. Ma è anche così che vuol invitare a guardare sempre al passato per evitare di commettere gli stessi errori, per costruire le basi di una nuova fase storica, di cui molti hanno forte e profondo bisogno.

Conclude la mostra Reamins: The Myth of Deucalion and Pyrrha, due sculture, quelle di Deucalione e Pirra, poste di fronte alla vetrata mozzafiato della Galleria, che, nelle Metamorfosi ovidiane, sopravvissero al diluvio che eliminò il genere umano, allestite insieme a dei calchi a significare che altre statue possono essere realizzate, possono “prendere vita” e continuare la storia, costruire un nuovo futuro.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

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