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Franco e Tonino Delli Colli. I maestri della luce nei ricordi sul set

La Critica (Sindacato nazionale giornalisti cinematografici italiani) ed i Cinematographer (Associazione italiana autori della fotografia cinematografica), in collaborazione con il Centro sperimentale di cinematografia, hanno dedicato una giornata al Cinema Trevi ai direttori della fotografia Franco e Tonino Delli Colli, maestri della luce del cinema italiano.

Giornata iniziata con la proiezione di Diceria dell’untore (1990) di Beppe Cino, ultimo film fotografato da Franco Delli Colli. Un film ambientato in un sanatorio italiano nel dopoguerra, in cui nel gioco chiaroscurale del giorno e della notte, ai bianchi delle stanze e dei vestiti di dottori e suore si alternano i colori esterni delle costruzioni, dei giardini, della campagna e del mare.

Ha introdotto in rappresentanza dei Critici il giornalista Alberto Anile. Roberto Giacometti dell’AIC ha portato il suo contributo raccontando il suo primo incontro con Franco Delli Colli, nel 1962 alla Settimana Incom, mentre questi era impegnato nelle ricerche per il film di Pasolini Il vangelo secondo Matteo.

Per fare il cinema bisogna essere giovani dentro

aveva detto Franco frenando la sua foga giovanile. Franco aveva già fatto l’assistente operatore nel Gattopardo di Luchino Visconti. Poi Giacometti ha raccontato che i due cugini, che si rassomigliavano molto, hanno traversato a modo loro le sorti alte e basse e progressive del cinema italiano d’antan, come ragazzi di bottega, artigiani, operatori e direttori della fotografia. Insieme ed eguali nella visione artistica, ma di caratteri diversi, hanno lasciato il segno della loro luci immaginarie ma incisive nel miglior periodo del cinema italiano da Totò a colori a La vita è bella. Mentre Franco più schivo e impegnato nei film di genere, oggi rivalutati, non ha preso premi, Tonino oltre ai David ed ai Nastri d’argento ha preso nel 2005 il premio più prestigioso, quello americano alla carriera per la fotografia. Premio sofferto per non poter fumare in America come era abituato in Italia e perché consegnato da Alan Alda che era alto il doppio di lui. Premio che avrebbe prima già meritato per C’era una volta in America.

Claver Salizzato, critico e regista ha ricordato l’idea del Sindacato, con il placet degli autori della fotografia, di ricordare quelli che il cinema lo illuminano, come i Delli Colli.  Ha raccontato di aver conosciuto Tonino sui set di Sergio Leone, e come critico, di aver recensito favorevolmente Le strelle nel fosso di Pupi Avati, con la fotografia di Franco. Avati lo aveva ringraziato perché, anche se criticato, con i suoi film di battaglia e di trincea attirava molti giovani del cinema. Ed ha rievocato la sua operazione di recupero di 15 minuti mancanti nei negativi del film C’era una volta il west, con il disappunto di Tonino perché le scene riprese dal positivo non rendevano bene le luci.
Ed infine Salizzato ha ribadito che C’era una volta in America ingiustamente non ha ricevuto l’Oscar per la fotografia di Tonino Delli Colli, anche se il film ha poi ricevuto la nomination dalla Bafta inglese come uno dei film più belli del mondo.

Laura Delli Colli, figlia di Franco ha evidenziato i temperamenti diversi dei due cugini e le due storie divaricate, dopo anni di battaglie insieme in cui avevano fatto squadra. Tonino (anno 1921) alla fotografia e Franco (1929) assistente, avevano lavorato in Totò a colori, primo film colorato, riuscito esperimento con le due tonalità del verde e del rosso. Poi l’esperienza con Pasolini. Accattone, Mamma Roma, Il vangelo. Tonino aveva cominciato il suo apprendistato a 16 anni a Cinecittà, poi anni dopo era arrivato anche Franco. Grandi conoscitori delle luci di cui sentivano la giustezza, con competenza, sulle loro stesse facce. Fotografi artigianali che inventavano continuamente come fanno i pionieri. Fra loro poche differenze di tecnica di lavoro e di bravura nell’eseguirlo, eppure a metà anni ’60 prendono due strade diverse. Franco lavora nei film di genere, oggi rivalutati da tutti (vedi Tarantino). Tonino incontra Sergio Leone e riesce ad avere notorietà internazionale. Fino ad arrivare a La vita è bella di Roberto Benigni, suo ultimo film.

Stefano Delli Colli, figlio di Tonino ha ricordato le sofferenze di suo padre durante la preparazione di un film, con le pagine del copione strappate per studiare meglio le soluzioni fotografiche. Per lui tre grandi registi: Pasolini, Leone e Fellini.

Pasolini nasce regista grazie alla fotografia di Tonino, dando a sua volta una svolta importante alla sua carriera. Pasolini era un poeta che voleva esprimere con la fotografie le sue idee poetiche. Fu un rapporto difficile fino ad arrivare alla comprensione reciproca dopo i meravigliosi bianco e nero di Accattone e Mamma Roma. Al picco il capolavoro di Totò, Ninetto Davoli ed il corvo in marcia con cadenze diverse su una strada in Uccellacci, uccellini.

Leone non aveva troppi colori: bianco corda, nero, marrone e tanti primi piani con i più piccoli dettagli. Due scene fondamentali e poi studiate da tutti gli altri tra tutte: quella del calesse guidato da Paolo Stoppa lungo i lavori della ferrovia in C’era una volta il west e quella dei tre ragazzi ebrei che corrono sotto il ponte di Brooklyn in C’era una volta in America. I produttori americani per ragioni politiche e per una migliore distribuzione ridussero il film da quattro ore e mezza a due ore e mezza, rimontandolo in ordine cronologico, quando invece è costituito di molti flashback e spostamenti temporali che lo rendono capolavoro. Anche Il buono, il brutto e il cattivo durava tre ore e mezza, perché Leone era un po’ barocco, molto preciso ma lungo. In lui vinceva sempre l’approfondimento, il dettaglio impossibile.

Stefano ha anche ricordato che in Totò a colori lo stesso Totò non riusciva a restistere alle luci troppo forti fatte arrivare da Tonino tanto che anche la sua parrucca cominciò a fumare; l’ammirazione di Louis Malle per Tonino sul set di Tre passi nel delirio; la collaborazione con il difficile Renato Castellani in Questi Fantasmi, quella con Roman Polanski in Luna di Fiele e La morte e la fanciulla, oppure le ricercate luci nel buio medioevo del Nome della rosa di Jean Jacques Annaud ed i film con Fellini, regista con cui non si creò mai un gran feeling.

Il Direttore della fotografia Sergio Salvati ci ha incantato con il racconto dello scoppio del ponte in Il buono, il brutto, il cattivo. Leone stava girando in Spagna ad Almeria e negli studi di Madrid. Fra lui e Delli Colli c’erano sempre degli scontri perché ognuno voleva aver ragione. Erano nei pressi di Burgos per girare una scena importante: l’esplosione di un ponte: per riuscire a riprenderla da tutte le angolature avevano fatto arrivare da Roma e da Madrid altre due macchine ad effetto rallenty per arrivare ad averne sette. Salvati, operatore di macchina rallenty, era nascosto in un capanno; Leone dirigeva con le radioline tutte e sette le macchine con mille soldati dell’esercito spagnolo nelle trincee ed un generale in un altro capanno pronto a far saltare il ponte con il detonatore. La pellicola in 35 mm. era stata caricata e Leone aveva cominciato con la famose parole : pronti, partito, motore, ma prima di dare azione il generale spagnolo emozionato, credendo fosse arrivato il momento, aveva premuto il detonatore facendo saltare il ponte.Ma nessuno aveva ancora cominciato a girare. Nel caos successivo mentre gli altri operatori si disperavano e Salvati pensava di ritornare a casa e non fare mai più cinema, la leggenda racconta che Leone interpellato sul da farsi disse: “E mo’ che famo…famo pausa”.  Poi il ponte fu ricostruito in tre giorni e fatto saltare, questa volta coi tempi giusti, e fu ripreso da tutte e sette le macchine, creando quella scena capolavoro ancora oggi leggendaria.

A seguire è stato proiettato proprio questo film che ha cancellato il mito del western clichè americano, creando un mito nuovo, ma pieno di idee e di nuove luci create dai maestri artigiani italiani.

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