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Milano non esiste. Il teatro che fa riflettere

La mancata integrazione, la lontananza dalle proprie radici e un forte senso di inadeguatezza: sono questi i temi al centro di Milano non esiste, la pièce teatrale tratta dall’omonimo libro di Dante Maffia (candidato al Nobel per la letteratura), in scena al Teatro dell’Angelo a Roma.

Una dichiarazione di disamore nei confronti del capoluogo lombardo, un urlo disperato del protagonista, un operaio calabrese interpretato da un bravissimo Roberto D’Alessandro, nei confronti di Milano, città che nonostante gli abbia dato lavoro e famiglia, non hai mai realmente accettato. Da questa insofferenza e insoddisfazione per questa vita da emigrante, trascorsa per quarant’anni dentro una fabbrica, tra la nebbia ed il cemento della cupa città lombarda, nasce il desiderio del protagonista di tornare nella sua terra d’origine “in riva al mare”, alla ricerca delle sue radici. Radici che forse non esistono nemmeno più, ma restano l’unico appiglio cui potersi aggrappare per lasciarsi alle spalle il grigiore di Milano.

E a nulla vale l’amore e la pazienza con cui la moglie (una brava e convincente Daniela Stanga) cerca di persaduerlo da questa suo desiderio, così come restano vani i tentativi dei figli, milanesi di nascita che di andare a vivere in Calabria non ne vogliono proprio sapere.
Agli occhi del protagonista diventano, quindi, tutti nemici e complottisti e preferisce chiudersi in una estrema solitudine, alienandosi dalla realtà e dalla sua stessa famiglia, che diventa anzi un ostacolo nella realizzazione del suo sogno nel cassetto.
Un sogno nel cassetto che in poco tempo diventa ossessione e che lo porta a trascorre le sue giornate alla stazione dei treni per aspettare la sua famiglia … che non arriverà mai.

Una pièce, Milano non esiste, che riesce perfettamente a trasmettere il senso di smarrimento e malessere provato dal protagonista e, anche solo per il tempo dello spettacolo, fa riflettere il pubblico sulla difficoltà di integrazione, un tema che troppo spesso viene messo da parte a favore di una globalizzazione ormai priva di valori.

Un ribaltamento delle nostre certezze sociologiche perché ci racconta un’Italia ancora furiosamente arrabbiata con “i padroni”, tormentata dall’alienazione, dal disadattamento urbano e dalla nostalgia per la propria terra di origine che nessuna città moderna o nessun lavoro appagante alla fine potrà mai restituirci.

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