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Speak for yourself #0. Ouverture di un dialogo sull’autoproduzione

La buona notizia per gli addetti al settore è che la previsione di Ewan Morrison, il giornalista del Guardian che due anni fa ha profetizzato la discesa precoce della bolla del self-publishing, sembra essere posticipata data la persistenza del fenomeno del libro autoprodotto.
Il motivo dell’incremento non-stop delle proposte editoriali presenti sulla Rete, è dato in larga parte dalle piattaforme online di produzione e distribuizione del prodotto, a cui si aggiunge il supporto promozionale dei social network, che giocano una parte considerevole nella crescita esponenziale di una giovane forma di editoria.

È inevitabile soffermarsi sui presunti lati oscuri del cambiamento apportato dai nuovi mezzi tecnologici, ma non è certo la prima volta assistiamo ad un ribaltamento degli aspetti formali e dei ruoli professionali del mondo editoriale.
Quello che può certamente stupire è che un settore che stava mostrando una certa linearità nei processi distribuitivi della stampa e nei modelli organizzativi della scrittura – non senza errori di fondo – si è ritrovato ad essere investito da una corrente di grandi e più gravi sconvolgimenti.

Si può dire che i colpevoli siano le stesse vittime. Affermare che il mondo dell’editoria stia cambiando in maniera irreversibile, infatti, è solo il primo passo per considerare tutta una serie di atteggiamenti discutibili che le grandi casi editrici hanno commesso nel corso degli anni – una politica del suicidio – primo fra tutti quello di aver saltato una responsabilità sociale, a carattere etico.
L’impresa editoriale, “colpevole” di avere agito sulla base di una politica di iperproduzione, di crescita irragionevole e semplificazione del prodotto, si è adattata a delle leggi di mercato che non è stata capace di gestire e portare avanti.

Gettandosi nella maglia della Rete, una nuova generazione di intellettuali, imprenditori e creativi ha cominciato a crearsi nuove prospettive nel tentativo di ristabilire un equilibrio nei rapporti tra editore, autore e lettore. Si è venuto a formare un sottobosco culturale, nato sul terreno fertile del passaparola online, in un proliferare di saloni dell’editoria, workshop di autoproduzione e blog letterari, un territorio di formazione e di scambio di idee dove progetti di narrativa si intrecciano o si affiancano a lavori di graphic design e illustrazione. l libro è un oggetto-feticcio, ma vivo e dinamico.

La rete dell’editoria autoprodotta e indipendente ha sempre ottenuto un piccolo spazio per sé, dai chapbook del XIX secolo all’Underground press della cultura beat degli anni Sessanta, il cui motto Do it Yourself, salmo dell’autoproduzione, è sempre stata linea espressiva per movimenti che si opponevano ai meccanismi di produzione del mainstream, racchiudendo all’interno del libro o della rivista tutto ciò che era tagliato fuori dall’industria editoriale.

Giusto per fare due esempi, nelle ultime due edizioni di Artelibro – nota fiera dell’editoria d’arte della città di Bologna – vi era uno spazio dedicato a Fruit, rassegna dell’editoria autoprodotta indipendente; alla quarta edizione di Operae, kermesse del design autoprodotto di Torino, è stato possibile assistere a Micro, festival della microeditoria rivolta agli ambiti della grafica, della fotografia e dell’illustrazione; per ultimo, il progetto Independents di ArtVerona– che tra progetti artistici hanno trovato spazio realtà editoriali interessanti come ad esempio Bolo Paper, o B Publishing – ha acquisito largo consenso giungendo alla sua quarta edizione.
Tra fiere, workshop e eventi performativi, l’editoria autoprodotta trova adesione in formule relazionali che avvicinano il pubblico – appassionato o semplicemente curioso – rimarginando quella ferita che la macroeditoria ha causato in modo irreversibile. L’incremento di progetti editoriali autoprodotti non fa che evidenziare così una forte crisi identitaria che attraversa l’ambiente letterario, acquisendo spazio negli eventi ufficiali.

Parliamo di un Davide che salverà Golia?
La bolla dell’autoproduzione ha il merito di aver sfruttato in maniera molto più vantaggiosa il mezzo tecnologico, ma è davvero esente da quei codici comportamentali che hanno condotto le “grandi corporation” al declino? D’altra parte, il self-publishing corre il rischio di tendere ad una linea auto-referenziale a circuito chiuso, mancando di quella possibile ampiezza e coerenza dei contenuti che è più semplice costruire su larga scala.

Questo è uno tra i quesiti che Speak for yourself cercherà di sviluppare in una serie di interviste rivolte ad autori, editori e critici italiani dell’editoria di settore.

Si è consapevoli che questa rubrica pecca di originalità; c’è già tanta attenzione sul self-publishing. Ma in tempi in cui i mezzi di supporto seguono ritmi sostenuti di modifica e scambio non si deve correre il rischio di dare nulla per scontato, per non perdere di vista la costante invariabile: autoprodursi deve poter continuare ad esprimere un’alternativa e produrre così controcultura.

 

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