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Deus ex machina, dacci dentro. Mesa Capella a LaStellina

In una ventosa e discretamente fredda giornata di inverno sapevo già cosa mi aspettava, più o meno, mentre mi recavo alla galleria La Stellina a Roma per la prima personale di Pablo Mesa Capella: simbologie antichissime e “metallo urlante”, disposto in una fucìna in cui tanti, me compreso, sarebbero stati chiamati a sgobbare duramente per ascoltare il proprio grido di ribellione interno e dimostrare di saper reagire quando qualcuno ce ne offre la possibilità. Quando infine arrivo in galleria, scopro infatti che l’installazione del giovane artista spagnolo ha già subito gli assalti e gli affronti più o meno vigorosi di diverse persone invitate ad accanirsi contro queste due sculture interattive in ferro, utilizzando gli strumenti posti a disposizione del pubblico come in un’officina e attaccati a catenelle pendenti dal soffitto e disposte in ordine simmetrico intorno ai due simboli. Ma di che simboli si tratta?, vi chiederete. È preso detto: si tratta di due simboli arcaici, quelli legati alle due religioni in più aperto contrasto tra loro, ovvero quella cattolica e quella musulmana, simboleggiate da una croce e da una stele sormontata da una mezzaluna, e va da sé che in un’epoca come questa in cui molti si trovano a dover condurre una vita “da non morir mai”, come talvolta ironicamente si dice, le religioni organizzate appaiono a molti delle sovrastrutture superflue e ingombranti che pretendono il rispetto di convenzioni e norme assai più di quanto facciano per risolvere i problemi esistenziali delle persone. E d’accordo che non c’è affatto uniformità di giudizi rispetto a questo tema, ma è evidente che le tensioni tra queste due religioni sono quanto di più lontano ci sia da provvedimenti che istituiscano la fratellanza universale, è chi è ateo e quindi neutrale potrebbe esclamare “Ammazza, è tutta una razza!” riferendosi non a ceppi etnici, ma ai contrapposti fondamentalismi, riconducibili ad un unico deplorevole ascendente, che è quello dell’intolleranza.

Possente e stimolante risulta dunque essere l’operazione concettuale ed estetica messa in atto nello spazio della galleria di Via Braccio da Montone 93, da giovedì 14/11/2013 al 20 dicembre, perché presenta Cristianesimo e Islam come due totem statici e inamovibili, poggianti sulla stessa base, e che, a dispetto della loro cocciuta permanenza, sono esposti ad un degrado che, attraverso il materiale, il ferro arrugginito, allude metaforicamente al decadimento dei valori a cui queste religioni si ispirano. La religione e la spiritualità sono infatti due dimensioni un po’ perse per l’uomo contemporaneo che o resta freddo e disincantato o affronta al contrario ogni messa in discussione dei propri dogmi come se fosse parte di una crociata contro gli infedeli. Orbene, se nel teatro greco si attende talvolta l’intervento di un deus ex machina a ricomporre la situazione, in questo caso (l’opera è appunto intitolata Deus ex machina (messa a punto) questo ruolo dirimente è assegnato proprio allo spettatore/visitatore che dimostra di essere “salvato” più dall’appartenenza o dall’adesione al mondo dell’arte e ai suoi portati filosofico-morali che non a tradizioni millenarie che in grande misura sono ostili ai cambiamenti. E dunque, mentre l’artefatto nella sua scenograficità, resta passivo ed inerte nella sua solennità pretenziosa e fuori dal tempo, il visitatore stesso è invece portatore di una istanza critica destinata a scalfire l’istituzione sclerotizzata oppure a prendersene cura oliando i simboli e restituendo loro almeno in parte il loro carattere evocativo. Il cambiamento che siamo chiamati ad apportare sarà pur sempre minimo, a meno di non affannarsi come fabbri a raschiare le sculture, ma pur sempre simbolicamente rappresentativo.

D’altronde Pablo Mesa Capella, nato a Malaga nel 1982, e perciò giovanissimo, si è formato attraverso studi di regia scenica e drammaturgia (a parte le competenze acquisite successivamente in Comunicazione audiovisiva) e conseguenti esperienze di regia e scenografia di spettacoli e performance artistiche, qualità che gli permettono di creare installazioni come questa, che riflette una concezione estremamente comunicativa ed accattivante senza rinunciare alla profondità concettuale, capace in questo caso, forse, di sollevare anche polemiche e discussioni; circostanza questa che lo porrebbe su una linea di continuità con quelle esperienze estetiche che dalle avanguardie al postmoderno hanno contato sul potenziale di shock insito nell’arte. Dopo aver vinto alcuni premi per regie e scenografie al concorso MalagaCrea l’artista si è trasferito a Roma dal 2010 continuando la sua ricerca e la sua attività espositiva sempre perseguendo il massimo coinvolgimento emotivo tra opera e pubblico, sfruttando effetti sinestetici in modalità che cercano di abbracciare tutto lo spettro delle possibilità combinatorie. Infatti, tornando all’opera in mostra a La Stellina, le macchie di ruggine che sin dal completamento delle due sculture hanno iniziato a formarsi sulla superficie delle stesse sono il segno dell’avanzamento delo degrado del materiale che il visitatore può attenuare e cercare di rimuovere con le spazzole (anche se la ruggine è destinata a riformarsi), ma l’artista ha sicuramente immaginato anche la sfumatura aggressiva che l’intervento di manutenzione può assumere nel caso di visitatori che abbiano un orientamento scettico o comunque decisamente laico. La presenza di spruzzatori d’olio e di panni testimonia che si tratta fondamentalmente di un tentativo di purificazione ottenibile attraverso l’impegno fisico personale che rimanda a quello civile necessario a dar l’esempio di buoni cristiani/seguaci di Allah, ma nello spazio concentrato della galleria, che per l’occasione si fregia di una lunga striscia rossa che corre lungo le pareti, utile a richiamare l’ambiente di un’officina di carrozziere in cui si svolga questa insolita “messa a punto”, come indicato dalla targa in plastica rossa (stile “Spegnere il motore” o “Vietato usare fiamme libere”) col titolo dell’opera, il fatto che la ruggine ricavata dallo spazzo-lamento vada raccolta dai vari visitatori e immessa in un raccoglitore-fiala trasparente indicato come reliquiario delle scorie fa pensare che anche i segni del processo di pervertimento degli ideali siano significativi come prove di tale effettivo decadimento (ed è possibile monitorare la trasformazione dell’opera e gli interventi del pubblico sul blog deusexmachina-messa-a-punto.blogspot.it/). Il dibattito che si apre in proposito, vale la pena di sottolineare, è frutto dell’approdo dell’artista ad una dimensione partecipativa della costruzione del messaggio.

Ad ogni modo, il presunto intento polemico è di certo attenuato dalle altre sculture che compongono l’installazione: una di esse è una sintesi tra i due totem di ferro, che riunisce insieme in una forma stavolta di acciaio inox la croce e la mezzaluna, con un risultato finale indubbiamente più luminoso e simbolicamente rassicurante e conciliante, mentre in tre bacinelle di identica forma e dimensione sono posizionate delle riproduzioni più piccole, ancora in acciaio, dei due simboli poggianti su un letto di sabbia e sale in un caso, di acqua in un altro, di terra con una piantina di papiro nel terzo. Elementi, questi, legati alla storia millenaria non solo dei simboli ma della storia della comunicazione e trasmissione delle culture, partendo dalla sabbia dei deserti, passando per il sale, esempio di merce trasportata, e la terra e l’acqua, simboli vitali ma anche rimandi alle strade percorse dai pellegrini, fino alla carta simboleggiata dalla pianta di papiro. Con queste altre parti dell’installazione, Pablo Mesa Capella, proveniente dalla cattolicissima Spagna che però serba il ricordo di una lunga presenza islamica, precisa le sue intenzioni umaniste, ma lascia che ciascuno dei dii ex machina, strofinando con gradi e tipi diversi di passione le due sculture, esprimano il loro desiderio circa il destino futuro delle due grandi religioni monoteiste in gioco. Parafrasando quanto scrive Stella Bottai nell’intelligente testo critico, non abbiamo noi la responsabilità di fare i geni della lampada (come nel racconto delle Mille e una notte) ma solo quella di fare i mastri ferrai come moderni Aladino: non possiamo stabilire univocamente una morale, né tantomeno il prevalere dell’uno o dell’altro polo però possiamo mettere dell’olio di gomito per esprimere il nostro desiderio che per effetto di questo rito di trasformazione qualcosa cambi impedendo che i quotidiani più o meno fisici sforzi di togliere la ruggine restino una sterile fatica di Sisifo per carrozzieri di terz’ordine che sognano la fratellanza.

Ricordiamo inoltre che l’artista è presente con un altro lavoro nella collettiva Wunderkammer – Camera delle meraviglie contemporanea: la mostra, curata da Antonio Nardone e ospitata negli spazi dell’Academia Belgica a Roma in Via Omero 8, sarà visitabile fino al 29 gennaio 2014.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

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