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Robert Capa in Italia 1943-1944

Roberto Capa in Italia 1943-1944, in esposizione fino al 6 gennaio presso Palazzo Braschi di Roma e migrante a Firenze presso il Museo Nazionale Alinari della Fotografia dal 10 gennaio al 30 marzo 2014 – è una mostra atta a celebrare contemporaneamente il settantesimo anniversario dello sbarco degli Alleati, il centenario della nascita del fotografo ungherese Endre Erno Friedmann – diventato poi Robert Capa – (22 ottobre 1913), ed infine l’Anno Culturale Ungheria Italia.

I 78 scatti proveniente dall’ampio corpus fotografico firmato Robert Capa del Museo Nazionale Ungherese di Budapest, non sono solo una mera documentazione degli anni della resa tedesca e dell’avanzamento degli Alleati in Italia, ma una vera “testimonianza dal di dentro” di chi quella guerra l’ha vissuta tra le fila dei soldati americani che imbracciavano le armi, usando, come magnificamente lo descrive Steinbeck, la macchina fotografica “come proiezione dello spirito e del cuore”.

A seguito delle truppe americane nella campagna di Sicilia, dopo l’assalto di sette giorni per espugnare Troina, Robert Capa scriveva:

“Ci eravamo distesi per terra nella piccola piazza del paese, di fronte alla chiesa, stanchi e disgustati. Pensavo che non avesse nessun senso questo combattere, morire e fare foto, quando il generale Teddy Roosvelt, sempre presente dove la battaglia era più dura, si avvicinò e puntando il suo bastone verso di me “Capa, disse, al quartier generale di divisione c’è un messaggio per te. Dice che sei stato assunto da Life”.
Avevo sperato e pregato a lungo perché ciò accadesse. Ma ora che la notizia era arrivata, paradossalmente non mi sentivo felice. Il nemico alieno che senza nessun incarico ufficiale avevo lasciato dietro di me a Troina, era coninvolto in questa guerra molto di più di quanto potesse esserlo un fotoreporter regolarmente accreditato per Life”.

Per questo, e a ragione, Robert Capa è a tutt’oggi definito il padre del fotogiornalismo, un fotogiornalismo fatto sul campo.

Capa riprendeva gli eventi bellici con un livello di coinvolgimento tale che lo portò alla morte, in Indocina, capestando una mina anti-uomo. “Se le tue foto non sono abbastanza buone vuol dire che non eri abbastanza vicino” ripeteva.

Gli scatti esposti a Palazzao Braschi, infatti, sono i volti dei civili – uomini, donne e bambini – che hanno resistino al nemico tedesco, che l’hanno combattuto e che si sono trovati a fare i conti con “la terra bruciata” che il nemico aveva lasciato dietro di sé. La liberazione dall’esercito tedesco, da Agrigento a Napoli, da Anzio a Troina, viene testimoniata da Robert Capa con sfumature di diverso tono, soffermandosi quando sulla tragedia quando sulla gioia, ma sempre con l’investituta di chi quelle emozioni le sentiva in prima persona. E così lo scatto dei piedi che escono da una bara troppo corta del bambino che insieme ai suoi compagni rubò fucili e munizioni ai tedeschi per combattere le 4 Giornate di Napoli si alterna a quello più romantico e ironico di coppia che nelle retrovie amoreggia; il dramma nel vedere le macerie della posta di Napoli, crollata dopo una settimana dall’innescamento dell’ordigno, lascia il posto all’allegro benvenuto alle truppe americane presso Monreale il 23 luglio del 1943 dove un uomo dall’accogliente gestualità pare farsi portavoce di tutta la popolazione che gli sta dietro sorridente; si manifesta la vicinanza agli Alleati della popolazione nel, molto discusso, ritratto del contadino che, nei pressi di Troina, indica al soldato americano la strada che era stata via di ritirata per i tedeschi; ci si perde infine in uno spirito di “macerie e rovine” nello scatto della donna anziana per le vie distrutte di Agrigento, sulle spalle della quale paiono pesare i cocci di tutta la città. Ma anche molte fotografie del campo di guerra, dei volti tumefatti dei nemici morti negli argini o straiati supini nei campi, delle perlustrazioni militari, delle file dei prigionieri di guerra, delle chiese allestite per i primi soccorsi.

Robert Capa plasmò un suo modo di fare fotogiornalismo, un modo suo che lo introdusse nel pieno dell’immaginario comune, conferendo ai suoi scatti un valore di leggenda. Non è un caso che dietro a molte delle sue fotografie si celi una storia, un racconto, un’impresa che fanno discutere e dibattere a tutt’oggi. Si pensi alla foto del miliziano durante la guerra civile spagnola, diventata una vera saga a puntate, l’ultima delle quali ha portato alla luce una registrazione con la voce di Capa stesso; o alle foto dello sbarco in Normandia, quello sfuocato “accidentale” che le ha rese delle pietre migliari di testimonianza; o, per parlare di avvenimenti che “ci riguardano da vicino” e che sono esposti nella mostra a Palazzo Braschi, lo scatto del contadino siciliano che il 5 agosto del 1943 indica ad un soldato americano con la punta del dito la via di fuga percorsa dai tedeschi in ritirata. Proprio questa fotografia è stata materia di contese e lunghe ricerche per la sua effettiva ambientazione, se fosse stata scattata da Capa proprio nei pressi di Troina, dove il fotografo diceva essere stata fatta, o Sperlinga, paese sempre in provincia di Enna.

Robert Capa nel tempo diventò una leggenda, non solo per “il suo fotografare”, ma il suo stesso personaggio – che insieme a Gerda Taro creò su misura partendo dall’invenzione dello pseudonimo Robert Capa – prese vita nell’immaginario comune, e morì alimentando ancora di più il suo valore iconico.

Andrea Camilleri nella prefazione di Leggermente fuori fuoco (Contrasto) testimonia perfettamente questo lato simbolico del fotografo ungherese, questo suo lato così incisivo prima di diventare quello che fu poi:

“Nella luce abbagliante di quella mattina di luglio, il tempio m’apparve intatto. Nello spiazzo antistante c’era un soldato americano che stava fotografando il tempio. O almeno tentava. Perché inquadrava, scuoteva la testa, si spostava di qualche passo a sinistra, scuoteva nuovamente la testa, si spostava a destra. A un tratto si mise a correre, si fermò, cercò un’altra angolazione. Neppure questa volta si mostrò contento. Io lo guardavo meravigliato. Il tempio quello era, bastava fotografarlo e via. Che cercava? Doveva essere un siciliano, lo si capiva dai tratti, forse voleva portare un ricordo ai suoi familiari in America. In quel momento, fummo assordati da un rumore di aerei e di spari. In cielo, ma a bassissima quota, si stava svolgendo un duello tra un aereo tedesco e uno americano. Mi gettai a terra. Anche il soldato si gettò a terra, ma, al contrario di me, a pancia all’aria. Scattava fotografie una appresso all’altra senza la minima indecisione, la macchina tra le sue mani era un’arma, una mitragliatrice. Poi i due aerei scomparvero. Ci rialzammo, gli dissi qualcosa in dialetto. Non capì. Io non parlo inglese, ma qualche parola la capisco. Mi spiegò che era un fotografo di guerra. Mi scrisse su un pezzetto di carta il suo nome: Robert Capa. Per me, allora, un perfetto sconosciuto. Ci salutammo. Ripresi la bicicletta, tanto la strada ora era tutta in discesa. Adesso, se mi capita di guardare una delle foto “siciliane” di Capa, di quei giorni risento persino gli odori, ricordo i suoni, le parole, i rumori. Perché Capa, come tutti i grandi artisti, non solo rappresentava il presente, ma sapeva, contestualmente, consegnarcene una memoria eternamente viva e pulsante.”.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Info mostra

  • Roberto Capa in Italia 1943-1944
  •  a cura di Beatrix Lengyel
  •  Palazzo Braschi, Roma
  • fino al 6 gennaio 2014
  •  Museo Nazionale Alinari della Fotografia
  • dal 10 gennaio al 30 marzo 2014
  •  Fotografie allestimento: Fabrizio Incorvaia

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