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Il Dark anni ’80 abita ancora qui. 80’s Dark Portraits: Intervista a Dino Ignani

Uno scatto, uno solo. Dino Ignani (è nato a Roma dove vive e lavora) crea i suoi set nei locali romani, quelli più in voga negli anni Ottanta. Sceglie un angolo neutro e si apposta munito dell’attrezzatura di base, poi invita i giovani “dark” a posare. Colleziona un campionario umano registrando nei suoi scatti la spontaneità di atteggiamenti che riflettono i tempi, prima del loro passaggio a tendenza quando, con l’inevitabile codificazione, i fermenti ribelli e anticonformistici si congelano.

Si balla al ritmo dei Cure, Bauhaus, Siouxsie and the Banshees, Depeche Mode… si sfoggiano capigliature dai tagli asimmetrici, ci si veste di scuro attingendo al guardaroba delle generazioni precedenti e sovrapponendo strati di indumenti.

Lo scatto é uno solo anche perché la musica richiama i giovani sulla pista e catturare la loro attenzione a lungo diventa difficile. Dino fotografa prevalentemente in bianco e nero. Il suo è un appuntamento che diventa costante, capita anche che ci siano soggetti fotografati in più di un’occasione, ma soprattutto che da uno scatto nasca un’amicizia che oltrepassa i confini dell’imminenza.

La mostra Dino Ignani. 80’s DARK PORTRAITS (a cura di Matteo Di Castro e Paola Paleari) da s.t. (un appuntamento di Fotoleggendo 2013) racconta esattamente questo. Una selezione di volti (stampe vintage) si succedono su due pareti della galleria, altre scorrono in loop nello slide-show. Volti temporaneamente anonimi trovano identità nel riconoscimento casuale del pubblico, altri la conferma. Come in un gioco, i piani temporali si accavallano. C’é il gusto della scoperta e il sapore appena nostalgico di una giovinezza che ha fatto il suo tempo. Evento nell’evento, la sera dell’inaugurazione lo shooting di Martina Monopoli che ha ritratto il pubblico, proprio come faceva Ignani trent’anni fa. Scatti che verranno esposti il 5 gennaio, in occasione del finissage, accanto a quelli datati dei giovani dark.

Partiamo dal numero di “Rockstar” del 1985 con Madonna in copertina…

“Risale al periodo in cui stavo per terminare i miei ritratti dark, un lavoro durato in tutto circa quattro anni dal 1981 al 1985. Roberto d’Agostino si appassionò a queste foto che stavo facendo in maniera sistematica. Andavo nei locali di Roma, anche discoteche tradizionali come il Piper in cui però c’erano delle serate settimanali dedicate alla musica dark. Tutti i dark romani si riversavano in queste serate. Il più importante in assoluto, che è anche il locale che ha inventato queste serate, era il Black Out che le organizzava il venerdì sera. Poi c’era il Piper la domenica sera, il Supersonic il martedì, il Uonna Club il sabato. Anche l’Olimpo, che era più chic, il mercoledì organizzava le serate dark. Io andavo lì, mi trovavo un posto abbastanza neutro, mettevo l’ombrello con una lampada da 1000 watt e la macchina sul cavalletto. Bastava che invitassi la prima persona a farsi fotografare e si creava subito la coda. Questi giovani ci tenevano molto ad apparire, anche se questo é l’aspetto più effimero del movimento dark, che aveva in sé altri valori. Curavano molto il trucco e l’abbigliamento. Alcuni di loro erano anche stilisti, come Silva Bruschini che allora era un punto di riferimento. Tutti, comunque, amavano farsi fotografare. Scattavo un solo scatto, perché mi dovevo sbrigare per non perdere la loro attenzione e la mia macchina fotografica non aveva il motore, quindi dovevo scattare e caricare la pellicola. Usavo alternativamente due Nikon, la FM che era totalmente manuale e la FE semiautomatica.”

In questa tua sorta di catalogazione era importante l’identità delle persone che fotografavi?

“Veramente no, di alcuni ricordavo i nomi e li scrivevo quando stampavo i provini a contatto. Con molti, poi, sono diventato amico e non era necessario che scrivessi i loro nomi. Frequentando queste serate mi conoscevano tutti e c’era anche chi mi chiamava quando suonava una determinata band e ci teneva che scattassi delle foto da pubblicare nella fanzine, pubblicazioni autoprodotte che, praticamente, erano fotocopie spillate con punti metallici che diventavano libricini.”

Chi veniva fotografato riceveva la fotografia?

“No, perché allora i mezzi erano diversi. Intanto non esisteva la stampa digitale né l’email e mi rimaneva difficile e costoso stampare tutte le foto. Certe volte però le stampavo da me usando una carta povera, la Ilford Speed, che rispetto alla carta baritata aveva la particolarità di fissarsi in 3 o 4 minuti e si lavava in 4 o 5. Allora stampavo nel bagno di casa, ma ancora non avevo l’agilità di disporre di uno studio vero e proprio.”

Quante immagini sei riuscito a “collezionare” della generazione dark?

“Ne ho circa 500, alcune persone – come me del resto – non avevano il look dark, uso questo termine anche se non mi piace, ma per non fare discriminazioni le fotografavo. Per il resto mi concentravo sui dark.”

Cosa è nato il tuo interesse per i dark?

“Per un lungo periodo ho frequentato una vineria in piazza Belli che si chiamava Fidelio e che purtroppo non c’è più. Il proprietario era un tedesco che andava a Berlino apposta per il festival del cinema. Nel suo locale attaccava dei bellissimi manifesti di film e metteva solo musica classica. C’erano dei tavoli lunghi, comunitari, che facilitavano la comunicazione. Al secondo calice di vino quando si abbassa il livello delle inibizioni era facile socializzare. In quel periodo era frequentato da Klarita, Rebecca, Massimo e altri dark. Vedendoli mi sono incuriosito e ho iniziato a parlare con loro, diventando una sorta di amico extra-dark e seguendoli negli altri locali.”

Avevi già un interesse per la ritrattistica?

“A distanza di tempo devo riconoscere a me stesso che, involontariamente, avevo già l’impostazione per un tipo di ritratto essenziale. Nell’80 erano solo quattro anni che avevo iniziato a fotografare. Quando si è all’inizio – si sa – i soggetti sono i fiori, la fotografia di strada.. si cerca di fotografare un sacco di cose senza un progetto preciso.”

Hai fotografato quasi esclusivamente in bianco e nero, ma ci sono anche alcuni scatti a colori…

“A Firenze nel 1985 aveva aperto lo show-room Luisa Via Roma, che esiste tuttora, una boutique che aveva creato spazi per i vari stilisti stilista, da Jean-Paul Gaultier a Giorgio Armani. Era un negozio molto esclusivo, tanto che quando Madonna é venuta in Italia per il suo tour, l’unico negozio che ha visitato é stato proprio quello. Ricordo che Roberto d’Agostino mi telefonò dicendomi che il giorno dopo ci sarebbe stata l’inaugurazione, così partimmo per Firenze. Feci in un angolo il mio set fotografico, scattando lo stesso tipo di foto che facevo a Roma. Ma in queste foto si vede che lo status della gente é diverso. Quei giovani erano stilisti, designer, art director.. E’ evidente che c’é meno spontaneità, i simboli erano stati assorbiti e stavano per diventare moda. Insomma era in corso il passaggio dalla spontaneità all’istituzione. L’atmosfera, poi, era molto più internazionale, diversamente da Roma dove c’era una realtà più urbana. In quel caso ho fotografato su diapositiva a colori. Come tutti anche io, che mi reputo un fotografo amatore, usavo sia il negativo in bianco e nero che il colore, ma in diapositiva perché allora il negativo a colori era instampabile. Solo Ghirri ci riusciva, ma senza ingrandire troppo l’immagine. E poi la diapositiva stampata su carta cibachrome era meravigliosa!”

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

Info mostra

  • Dino Ignani. 80’s DARK PORTRAITS
  • IX edizione di FotoLeggendo
  • a cura di Matteo Di Castro e Paola Paleari
  • s.t. foto libreria galleria, Roma
  • dal 26 novembre 2013 al 5 gennaio 2014
  • libro 80’s DARK PORTRAITS con testi di Daniela Amenta, Roberto D’Agostino, Paola Paleari e un racconto di Emanuele Trevi
  • www.stsenzatitolo.it; www.fotoleggendo.it

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