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Il Don Giovanni di Filippo Timi: un corpo senza sogni è la vera dannazione

Dimenticare Mozart. Il Don Giovanni – vivere è un abuso, mai un diritto è una creatura unica, uno spettacolo-feticcio del suo autore, regista e protagonista Filippo Timi, dissacrante e dissacratore di fronte al testo originale divenuto pura materia scenica in caduta libera. Una libertà a tratti spiazzante per il pubblico assopito dai clichè, vivificante per chi invece avverte la stanchezza di una drammaturgia priva di originalità. Il Don Giovanni di Timi è pura carnalità, sprezzante dei limiti imposti dalla decenza e delle remore morali è pronto a sfidare ogni convenzione per affermarsi come conquistatore assoluto dei corpi femminili disprezzando la morte che lo insegue senza poterlo mai afferrare, mentre felice si trastulla tra un water e un sottogonna affogando nella tentazione che consapevolmente lo condurrà all’inferno.
Chi può salvarlo? E soprattutto vale davvero la pena rinunciare a questa forma di amore dolcemente turpe per la vita e per i suoi più voluttuosi piaceri? Non è facile distinguere dove finisca il personaggio e inizi l’interprete, divenuto anch’egli personaggio condividendo la sua esperienza biografica non solo a teatro ma anche tra le righe dei suoi romanzi, strumento di profonda catarsi da sofferenze e contraddizioni di una vita divenuta da un certo momento in avanti sinonimo di palcoscenico.

Esibire, esibirsi è cura e garanzia di felicità, manifesto di una gioia contagiosa che straborda irriverente e vorrebbe includere lo spettatore annullando la distanza: lasciarsi trascinare da quest’energia, riempiendo gli occhi dell’abbaglio scenografico – l’oro, il bianco neon e i lussureggianti costumi a colmare l’assenza di elementi naturalistici – diretta emanazione di un mondo affamato di verità. La fortissima personalità del Don Giovanni alias Timi non schiaccia ma valorizza splendidamente la varia umanità – con in testa le donne – caratterizzata grazie al grande talento degli attori, tra tutti le irresistibili Marina Rocco e Lucia Mascino, confinate in televisione spesso al ruolo di comprimarie ma vere e proprie rivelazioni dal vivo.

La scelta di cogliere lo spirito di un’epoca diventa reinvenzione e commistione di linguaggi e visioni estetiche e sonore, scavando negli abissi di Youtube per raccontare stranezze e frustrazioni del nuovo millennio, povero di bellezza e di certezze, alla disperata ricerca di un assoluto che duri oltre la romantica parentesi di una canzone o di un amplesso, perché il corpo insaziabile trovi la pace. Eppure quella fuggevole sensazione di un attimo può essere molto più soddisfacente dell’infinito dell’anima, eccitante fiamma preludio alla dannazione, speranza di un’eterna bulimia del desiderio che assicuri la salvezza dalla soffocante ipocrisia dei doveri. Liberatevi dai vincoli della normalità “prima che il puzzo di questa vita di rinunce si incrosti sulla pelle e uccida tutti i sogni vostri”: l’addio alla vita di Don Giovanni è l’ennesimo testamento teatrale dell’uomo che lo incarna, favoloso delirio nell’altalena tra passato e presente: un presente che è tutto arte, che conquista e trascina perché depura, anche se per un breve intervallo, dalla paura del giudizio, e lascia bramosi d’invidia per chi con successo abita l’autenticità del teatro e si veste ogni giorno di bellezza.

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IL DON GIOVANNI – VIVERE È UN ABUSO, MAI UN DIRITTO di e con Filippo Timi. E con: Umberto Petranca, Alexandre Styker, Marina Rocco, Elena Lietti, Lucia Mascino, Roberto Laureri, Matteo De Blasio, Fulvio Accogli. Regia e scena: Filippo Timi. Assistente alla regia: Fabio Cherstich. Luci: Gigi Saccomandi. Suono: Beppe Pellicciari. Costumi: Fabio Zambernardi in collaborazione con Lawrence Steele. Produzione: Teatro Franco Parenti – Teatro Stabile dell’Umbria.

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