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L’artista come raccoglitore. Martina Angius (Ordine) alla Muga Multimedia Art Gallery, Roma

Ci sono tre tendenze prevalenti nell’arte contemporanea le quali corrispondono alle tre scuole di pensiero più diffuse al giorno d’oggi.
La prima è quella di creare un tipo di arte informata dei progressi tecnologici del nostro tempo. Dalle installazioni con un pesante contenuto digitale ai primi esperimenti con la cosiddetta realtà aumentata, ogni opera che si avvalga delle più recenti scoperte tecnologiche viene incorporata in un’arte che nemmeno nei sogni più fantasiosi di Asimov.
Una seconda tendenza è il ritorno alla natura. Come in alcuni i film di fantascienza e anche in alcune più credibili ipotesi, l’unico modo per andare avanti è tornare alla madre terra.

Alcuni artisti giustificano la loro scelta con una presa di posizione ben chiara; il concetto di progresso tecnologico dei quali i bianchi colonizzatori tanto si sono fregiati per secoli, in quanto simbolo della loro supposta superiorità intellettuale, si è rivelato deleterio e dannoso per l’ecosistema terra.

Una terza tendenza è quella dell’arte “A Capa di Ombrello”, termine forgiato ora e in questa sede per definire un tipo di arte vacua, di moda. Una pratica che mimi le forme di quello che era stata l’arte contemporanea in passato, ma che in fin dei conti risulta un semplice gadget che permetta all’artista di definirsi tale. Detta anche arte senza senso o arte hipster.

Fortunatamente questa mostra non appartiene alla terza categoria, ma alla seconda.

“E’ una cosa sarda, questa predilezione per la natura”, afferma il curatore Donato Di Pelino scrutando con il suo occhio dal languore dannunziano l’opera di Martina Angius e non mancando di riallacciarla alla scena dei giovani artisti sardi operanti nel contesto romano.

“D’altronde l’esigenza di Martina è stata sempre quella di catalogare, ordinare, tutto quello che trovava: gli elementi naturali vengono da lei classificati seguendo un metodo non scientifico ma del tutto emotivo, istintuale.”

La forza motrice dell’artista sembrerebbe dunque una naturale l’attrazione verso qualcosa di vivido, reale, terreno, terrestre. Allo stupore elettronico della tecnologia Angius sovrappone il ghiribizzo della natura. L’invito è al silenzio e alla contemplazione di forme spontanee, alle volte sorprendenti.

Senza chiamare a sé l’ira degli amanti degli squali e degli odiatori della formalina, il suo processo è assai più delicato rispetto a quello degli imbalsamatori di animali dell’arte contemporanea, eppure non meno necrofilo. Nel senso migliore del termine.

Una teca di vetro può bastare a racchiudere una forma nella sua bellezza morta.
Si tratta di opere mobili, soggette all’avvizzimento, in cambiamento durante le settimane della mostra.

I fiori incollati alle pagine sul muro sembrano essere state strappate da diari e poi esposte alla luce, per sempre sottratte alla propria pompeiana immobilità.

Esponendo il decadimento Angius se ne enfatizza l’inevitabile estetica, spesso dimenticata nella disattenzione e sgomitazione urbana.

Ponendo fiori, cortecce e piante hic et nunc, viene spontaneo farsi domande sulla storia biologica di questa vegetazione.

E’ una storia di emancipazione, quella delle piante erte ad opere dall’opera selezionatrice dell’artista. Dal loro ruolo irrilevante nell’ambiente urbano i vegetali diventano protagonisti all’interno della galleria.

Con cura botanica, l’artista si fa raccoglitore. Raccogliendo uccide e immortala.
L’ossessione di ordine in natura, laddove vige una naturale entropia, sembrerebbe un controsenso, oltre che uno scioglilingue.

Eppure l’assurdo concetto di ordine è una necessità prettamente umana e forse la strada più sincera da intraprendere.

Ordine è una mostra quieta e contemplativa, una boccata d’aria necessaria nel chiasso dai toni quasi pubblicitari dell’arte contemporanea.

Il cursore diretto sulle immagini visualizzerà le didascalie; cliccare sulle stesse per ingrandire.

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