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Lo Hobbit: La Desolazione di Smaug. E di Legolas…

Ve lo ricordate Legolas? Quel gran bel pezzo d’Elfo, dagli occhi azzurri e i capelli biondissimi, scattante, che infiniti addusse lutti agli Orchetti nella trilogia cinematografica (ma libresca prima) de Il Signore degli Anelli? Ecco, diciamo che già non doveva comparire affatto ne Lo Hobbit: La Desolazione di Smaug (secondo capitolo della trilogia tolkeniana che è approdata al cinema nel 2012 con Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato) ma se poi proprio vuoi, tu, Peter Jackson, far fare questo cammeo dalle tinte amarcord a Orlando Bloom, che almeno non sembri abbia rubato gli occhi a un rettile, per favore! (Signori degli effetti speciali, suvvia!).

Ma, chiaramente, non sono gli occhi di Bloom-Legolas la vera stonatura in un film che, tutto sommato, regge bene i 161 minuti di cui è composto ed è a mio avviso ben fatto (una sequenza in particolare, per quanto fittizia, ho trovato sublime ma essendo in conclusione di pellicola, non la espliciterò). È, piuttosto, la totale irriverenza nei confronti di J.R.R. Tolkien. Già Il Signore degli Anelli (sempre di Jackson) venne riassemblato in maniera discutibile, e ora la stessa sorte tocca anche a Lo Hobbit.

La storia, ridotta all’osso, è quella di un giovane Hobbit, Bilbo Baggins (Martin Freeman), che parte, ingaggiato come Scassinatore, per un viaggio inaspettato (lui che non ha mai messo piede fuori dalla Contea) alla volta della Montagna Solitaria insieme a 13 Nani, comandati da Thorin II Scudodiquercia (Richard Armitage), e allo Stregone Gandalf il Grigio (Ian McKellen). Lo scopo della eterogenea Compagnia – che Gandalf abbandonerà per sbrigare altre importanti faccende prima di attraversare Bosco Atro, per poi tornare – è quello di sconfiggere il potente drago Smaug, che tempo addietro si era impossessato delle terre dei Nani e delle loro (ma non solo) ricchezze, affinché Thorin possa riprendere il suo posto sul trono di Erebor nella Terra di Mezzo.

È durante questo viaggio, non privo di insidie, che Bilbo “ruberà” a Gollum l’Anello (lo stesso che poi consegnerà al nipote Frodo, 60 anni dopo, ne Il Signore degli Anelli) e che metterà alla prova il suo coraggio e il suo ingegno. Incontrerà Aquile, Orchetti, Ragni, Elfi silvani (seppur passando inosservato…) e gli Uomini di Pontelagolungo (in particolare Bard l’Arciere, intrepretato da Luke Evans). Ma, soprattutto, fronteggerà l’arguzia e il fuoco del drago Smaug nel tentativo di recuperare l’Archengemma tanto cara ai Nani. Come sappiamo, Bilbo tornerà a casa (altri non avranno la stessa fortuna), al suo confortevole “buco”, ma non sarà più lo stesso Hobbit partito un anno prima dalla Contea.

Ora, non vorrei esagerare con i dettagli del film, ma far salvare i Nani e Bilbo dagli Elfi durante lo spiacevole incontro con i Ragni a Bosco Atro e poi caldeggiare un invaghimento amoroso tra l’Elfa Tauriel (Evangeline Lilly) – figura del tutto inventata, messa a capo delle guardie reali – e il Nano Kili (Aidan Turner) è… troppo! Nel primo caso, perché viene rubata la scena a Bilbo, il quale, proprio in quell’occasione, ribalta del tutto la sua figura: da ingombro si fa guerriero (Pungolo, il suo pugnale, verrà finalmente brandito con fermezza). Tuttavia, facendo intervenire quasi subito gli Elfi, questa crescita del personaggio rimane a metà, non viene esaurita del tutto, anche se ci saranno poi altre occasioni per rimarcare tale evoluzione. Ben più grave, invece, è l’intreccio di cuori che vedrebbe coinvolta dapprima Tauriel con Legolas (che nel libro non compare, ma essendo figlio del re, la sua presenza è un vizio plausibile), e poi la stessa con Kili.

Un’Elfa. E un Nano. Innamorati. Non che non sia bello vedere come gli scritti di Tolkien stimolino la fantasia degli uomini contemporanei, ma è quantomai una fantasia bizzarra. Lo Hobbit, inoltre, è un racconto totalmente maschile e sarebbe stato giusto che tale rimanesse (quando ha voluto, lo scrittore non ha avuto remore nel presentare al lettore personaggi femminili). La forzosa presenza di tale quota rosa, per quanto ben interpretata e architettata, costringe la regia a scelte discutibili, che snaturano l’opera tolkeniana, riducendo tutto alla solita solfa melensa che toccherà vedere dove andrà a parare nel terzo e ultimo capitolo della saga.

Ad ogni modo, il film è un bel film: 161 minuti volano via piacevolmente, nonostante occhiatacce e corrucciamenti; l’azione è sempre dietro l’angolo; Freeman riesce a dar soddisfazione al tratto che fece Tolkien di Bilbo; le ambientazioni sono eccellenti; e per spezzare una lancia in favore della sceneggiatura, buona l’idea di esplicitare dove fosse andato Gandalf dopo aver lasciato la Compagnia, così da non lasciare lo spettatore perplesso; Smaug, infine, è a dir poco spettacolare, sia come carattere (perfetto il doppiaggio italiano di Luca Ward, ma Benedict Cumberbatch non deve essere da meno) sia come estetica. Nel primo capitolo era stato appena tratteggiato, ma qui esplode in tutta la sua grandezza: è scaltro, furbo, avido, ironico, maestoso, distruttivo. Magnifico quanto orribile. (Nota a margine: io ho visto la pellicola nel classico 2D, e il risultato mi è parso ottimo).

Nota stonata, invece, è il doppiaggio della lingua madre delle creature protagoniste, come l’elfico: risulta posticcia con i toni italiani, per cui sarebbe stato meglio lasciare le voci originali degli attori, come fu per Il Signore degli Anelli. E a proposito di voci, splendida l’interpretazione di Gigi Proietti per quella di Gandalf che dà spessore e anima a un personaggio fenomenale e complesso qual è lo Stregone. Sempre in tema di suoni, belle le musiche della colonna sonora e in particolare I See Fire di Ed Sheeran, apprezzabile sui titoli di coda (vien voglia di cantarla); come la realizzazione, nel primo capitolo della trilogia, Un viaggio inaspettato, del Canto dei Nani (The Misty Mountains Cold): peccato non averlo risentito anche in questa occasione.

In conclusione, si tratta dell’eterna disputa tra libro e adattamento cinematrografico. Meglio l’uno o l’altro? In questo caso, direi: meglio entrambi. Sono due opere eccellenti quanto distanti (per secolo, mezzo e volontà), e in quanto tali vanno godute. Se volete abbandonarvi a un bel film e a una bella storia fantasy, andate sereni al cinema. Tuttavia, se volete rivivere lo spirito e la penna di Tolkien mettetevi pure comodi in poltrona, assicuratevi di avere accanto a voi un’abbondante tazza di tè caldo con qualche fetta di pane e marmellata, in sincero stile Hobbit, aprite la vostra copia del libro al capitolo La Desolazione di Smaug e… qualcosa accadrà, e sarà magico.

Così almeno eviterete il nuovo sguardo serpentesco di Legolas…

1 commento

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  • Francamente non sono d’accordo con la critica alla trama del film rispetto al libro. Cinema e scrittura sono due arti diverse che esaltano aspetti differenti, fin troppo. I fini, i modi con cui le emozioni vengono descritte sono troppo lontane in certi frangenti per poter essere appieno apprezzabili identicamente nell’una e nell’altra. Un libro è un libro e come tale trova la sua forza nelle parole e nelle immagini che evocano. Un film ispirato a quell’opera è la medesima storia ma essa usa immagini definite, suoni insieme alle parole. E’ un film ispirato ad un opera letteraria non una copia sterile che trasposta cinematograficamente parola per parola. Se così fosse risulterebbe limitata e soporifera il più delle volte. un film è un’opera a se stante che trae ispirazione e può trasformarsi talmente tanto da non rassomigliare nemmeno minimamente al libro da cui è tratta. Preferisco di gran lunga un impronta genuina del regista piuttosto che una copia sterile. Quindi sono dell’opinione che un film va giudicato come tale e un libro come un libro. Come non posso usare gli stessi criteri per valutare un piatto culinario e un dipinto (per quanto ispirato ad esso sia) non posso nemmeno usare i medesimi per giudicare egualmente film e libro.

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