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Jebila Okongwu. L’intervista

Sua madre Wendy (Wolfe) è australiana di famiglia scozzese; suo padre Stephen (Okongwu) è nigeriano. Per Jebila Okongwu (Londra 1975) che ha vissuto i primi anni della sua vita in Nigeria, poi in Australia e successivamente a New York (prima di trasferirsi a Roma), l’identità è un tema di innegabili andate e ritorni. I suoi tre passaporti – verde, blu e bordeaux (nigeriano, australiano e britannico) – sono una presenza tangibile, quindi, in cui la vita privata intercetta il suo lavoro d’artista e viceversa. Scultura e pittura sono discipline che Jebila esplora parallelamente, prima e dopo il 2010, data significativa nella sua ricerca personale, in cui per la prima volta in età adulta torna in Nigeria per conoscere suo padre. E’ allora, con la memoria ancora fresca delle esperienze sensoriali dei mercati africani, che comincia a lavorare su un’icona pop – la banana – adottandola come cifra espressiva. Ne parliamo nel suo studio-abitazione in Via di Donna Olimpia, in uno dei palazzi degli anni ’30 dell’Istituto di Case Popolari di Pasoliniana memoria. “Sembra un villaggio con quel cortile al centro”, afferma l’artista. “Mi piace molto il senso di comunità che c’è qui e anche l’architettura di questi palazzi, le loro curve, i volumi… Strane forme che mi ispirano.” Del resto sono proprio le “curve” degli edifici di Borromini ad averlo portato, quasi quindici anni fa, a Roma dove nel 1999 ha avuto luogo la sua prima mostra personale.

Jebila Okongwu è tra gli artisti invitati a partecipare al progetto “Un altro Natale” (a cura di Maria Ida Gaeta) alla Casa delle Letteraure di Roma (dal 18 dicembre al 31 gennaio 2014) in cui con opere inedite degli artisti Navid Azimi Sajadi, Pietro Marcozzi Rozzi, Jebila Okongwu, Glen Turner e dei poeti narratori Camilla Brunetti, Alexandra Censi, Susan Daboous, Nicola Ingenito, Stefano Pisani e Matteo Trevisani.

Nel tuo lavoro hai adottato la banana come icona. Quale é il senso di quest’operazione?

La banana introduce al tema dell’esotismo come ribaltamento del concetto che, secondo me, è di per sé razzista e viene dal colonialismo. Penso, infatti, che chi vive in una determinata cultura non si pone il problema dell’essere esotico oppure no, questo vale in Africa come pure in Europa o in qualsiasi altro luogo. Io stesso vivo questa dimensione come esperienza personale di uomo per metà bianco e per l’altra africano. Infatti capita spesso che quando parlo della mia identità c’é chi mi definisca “molto esotico”. La gente si costruisce un’idea di esotico. Ecco perché, ricorrendo ad un linguaggio ironico, ho risposto alla richiesta di chi voleva vedere qualcosa di “esotico” da un artista “esotico”. Così, partendo dall’idea di lavorare con la scultura – inizialmente ho anche dipinto in maniera più tradizionale, ma sentivo che non funzionava – ho scelto un frutto, la banana, che é quello che offre più livelli di significati. Sono riuscito a rendere quel “senso di Africa” che avevo in mente.

L’arte tribale, in particolare, è quella con cui ti sei confrontato fin dagli esordi…

Sì, la tribù degli Igbo che è quella a cui appartiene mio padre che proviene dalla Nigeria dell’est. Gli Igbo sono famosi per i bassorilievi geometrici di legno con cui scolpiscavano le porte delle capanne più ricche. Studiando le linee geometriche di quelle sculture, ognuna delle quali ha un determinato significato, ho realizzato la mia prima scultura in noce. Ma questa soluzione non mi soddisfaceva perché la trovavo troppo tribale, appunto. Sono andato avanti sperimentando qualcosa che fosse più pop, aumentando la scala e utilizzando un materiale plastico, la vetroresina che dipingevo con dei colori vivaci. In tutto il mio lavoro, comunque, le matrici sono l’arte tribale e quella pop.

Invece, la scelta del cartone per le tue sculture quando avviene?

E’ dal 2010 che ho iniziato ad usare questo materiale. Inizialmente non ho fatto che raccogliere intorno al mercato, qui a Roma, alcuni cartoni che erano stati buttati via e che mi avevano colpito per i colori e le scritte. Ho portato alcune scatole in studio con la convinzione che, ad un certo punto, avendole sotto gli occhi mi avrebbero ispirato nella realizzazione di un nuovo lavoro. Ma erano mesi e non succedeva nulla, finché accidentalmente qualcosa cadde su una scatola rovinandola. Così ho pensato di usare il cartone facendo un primo collage bidimensionale, passando poi alla scultura tridimensionale. Il mio linguaggio sconfina sempre tra pittura e scultura.

Come nasce l’idea di usare la cucitura per le sculture delle banane?

La cucitura rimanda alla dimensione dell’artigianato africano, come quei giocattoli fatti con le lattine di bevande cucite insieme. Ma c’è anche un aspetto pratico, perché è molto difficile incollare i cartoni in forme curve. Ugualmente le basi, che hanno altrettanta importanza perché danno alla scultura importanza e la connotano con un senso del rituale o di un altare, sono cucite e poi smaltate.

In alcuni casi hai utilizzato anche il tessuto wax print…

Nei nuovi lavori ho fatto delle basi che ho rivestito con il tessuto africano wax print. Hanno una storia che li accomuna, come le banane provengono da diversi paesi, Ecuador, Camerun, Costa d’Avorio… e segueno le rotte degli schiavi. I cartoni stessi rimandano immediatamente ad un’idea del viaggio. Anche i tessuti africani viaggiano, anche se in senso contrario, arrivano i Africa dall’Indonesia. C’è un ulteriore collegamento visivo che è quello dei cartoni che, messi insieme, ricordano proprio certi disegni dei tessuti africani, non mi riferisco solo ai wax print ma anche alla trame e all’ordito della tessitura a telaio e, naturalmente, ai loro colori.

Nella tua sperimentazione sembra che l’aspetto manuale abbia grande importanza. E’ così?

Sì è molto importante, anche se non faccio tutto il lavoro da solo. C’è un ragazzo eritreo, Finot, che mi aiuta nella realizzazione delle opere. Di solito ho dei quaderni dove appunto le idee e il loro sviluppo. Disegno e scrivo prima della fase esecutiva. A volte, però, scopro la soluzione durante la realizzazione dell’opera.

Parliamo della tua formazione, hai studiato arte in Australia, hai vissuto a New York e ora in Italia…

Prima ancora ho vissuto per tre anni in Africa, ma ero molto piccolo. Poi ci siamo spostati in Australia dove mia madre, che è archeologa-antropologa, si è occupata per tanto tempo di aborigeni. Per il suo primo lavoro lì – all’epoca avevo cinque anni – il museo la mandò in un posto molto remoto, una riserva che si trova 300 chilometri a ovest di Ayers Rock, per studiare, registrare e fotografare la mitologia degli aborigeni. Non avendo una tradizione scritta era necessario salvaguardare la loro identità che i giovani, che spesso hanno problemi di alcool e droghe, stanno perdendo. Dopo quest’esperienza ci trasferimmo a Perth, poi andai all’università di Melbourne per studiare arte.

La figura di tua madre è centrale nella tua vita, invece tuo padre?

Loro si separarono quando ero molto piccolo. Si conobbero a Cambridge, in Gran Bretagna, io nacqui a Londra, ma poi dopo due anni si spostarono in Nigeria vivevamo tra Lagos, Ile-Ife e Ibadan. Sono tornato per la prima volta in Nigeria solo quattro anni fa. In quell’occasione ho conosciuto anche mio padre, perché mia madre non aveva mantenuto rapporti con lui, anzi aveva una certa difficoltà nel parlare di quel rapporto finito male. Quando abbiamo cercato di contattarlo non è stato facile perché essendo ingegnere chimico aveva viaggiato spesso. Aveva vinto borse di studio in Russia e Canada poi finendo per lavoro nel Stati Uniti. Finalmente ci siamo conosciuti nel 2010. Sono stato in Nigeria solo per sei giorni, ma è stato bello. Adesso, spesso, ci sentiamo al telefono.

Come è avvenuto il vostro incontro?

Mi è venuto a prendere all’aeroporto di Lagos, poi siamo andati nella sua casa dove ci sono anche degli ambienti che affitta agli studenti. Loro, sapendo che sarei arrivato, hanno cucinato la Pepper Soup, una zuppa di pepe il cui ingrediente principale è una lumaca molto grande. Un piatto un po’ strano per me. Non avevo neanche fame, avendo mangiato soprattutto platano fritto comprato dai venditori ambulanti in mezzo al traffico di Lagos. Ma non potevo non mangiare quel piatto che era stato preparato per me. Durante quei sei giorni abbiamo girato e parlato molto. Abbiamo cucinato insieme, mio padre mi ha portato al mercato e anche nelle gallerie d’arte.

Il 2010 è un anno particolarmente fecondo, considerando che nello stesso periodo sono nate le banane. Pensi che ci sia una relazione tra il viaggio in Nigeria e questo soggetto?

Le banane sono arrivate dopo il viaggio in Nigeria. Penso che al livello estetico l’influenza non sia stata immediata. Non era neanche la prima volta che andavo in Africa Occidentale, infatti nel 2008 ero stato nel Benin. Però sono parecchie le persone che hanno notato un cambiamento profondo nel mio lavoro. Anche Lorcan O’Neill, dove quest’anno ho esposto nella personale River Crossing, lo sostiene. Probabilmente l’influenza è stata a livello inconscio.

Pensi che l’arte sia stato uno strumento per conoscere te stesso?

Sì, questa è stata la cosa più importante. Il mio lavoro è basato sull’identità. La domanda “chi sono” è difficile per chiunque, tanto più quando non si hanno ricordi del proprio padre e si vive in un paese lontano. Io, poi, avevo un aspetto molto strano rispetto agli abitanti dell’Australia. Penso di essere ad un buon punto, perché ho fatto il lavoro più difficile che era quello di capire come unire due linguaggi molto diversi fra loro che sono entrambi parte di me. Ora c’è equilibrio tra la parte “etnica” e quella occidentale.

Affronti questi temi con grande serietà, ma mentre lavori riesci anche a divertirti?

Sì. Trovo divertente anche tagliare tremila pezzi di cartone. E’ il senso della scoperta che mi piace allora non mi rendo conto della fatica. Mi entusiasmo anche quando lavoro con materiali che non è piacevole maneggiare, come la vetroresina, che puzza ed è tossica.

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