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L’obiettività di un giudizio estetico è assolutezza anacronistica. Scultori della Speranza di Anna Detheridge

Scultori della Speranza, coverL’autrice lo dichiara subito, nella premessa agita come indicazione di metodo, che al cospetto dell’arte contemporanea la “pretesa obiettività di un giudizio estetico resta un’illusione di un’assolutezza anacronistica”, e che “un pensiero critico adeguato richiederà una comprensione più completa del legame intimo tra concetto e valore, dell’interconnessione tra estetica ed etica anche da parte dell’osservatore partecipante”. È un racconto politico e sentimentale quello proposto da Anna Detheridge, intendendo entrambi i termini nel loro significato più profondo, con la comprensione di quelle periferie di senso che riemergono – warbughianamente – e collegano fra loro storie individuali, movimenti collettivi, contrazioni del tempo e dilatazioni dello spazio.

La trattazione si serve di uno zoom che si avvicina fino alla ripresa del dettaglio (narrando l’esperienza diretta, la conoscenza personale, la vicenda privata degli artisti e degli autori, enunciando le predilezioni dell’autrice e dandone ragione) e si allontana, per collocare continuamente la discussione in una cornice di riferimenti internazionali, contenente gli scenari geopolitici e quelli sociologici, senza mai lasciare il legame, forte e chiaro, con il mondo dell’arte.

La misura di cui si serve Anna Detheridge è sempre lo spazio di relazione sociale che diventa preminente a partire dall’inseminazione dell’arte concettuale e si estende successivamente, attraverso la centralità del corpo dell’artista, alla dinamica della prossemica interpersonale, al rapporto con l’architettura, con la città, con le forme del potere e con la cultura che si costruisce trasversalmente rispetto al controllo di quest’ultimo. La parte centrale del volume spazia lungo il confronto che l’arte impegna con la definizione del territorio, dell’immagine reale e di quella codificata dai meccanismi di governo. Il paesaggio sociale e la sua rappresentazione, così come la discussione critica sulle forme della sua continua trasformazione, sono un luogo di azione per tutti gli artisti che puntano a infrangere l’unicità del punto di vista e che, per vocazione, tendono a diffidare dall’immagine data e dalla conoscenza depositata.

Scultori della speranza si costruisce anche attraverso un continuo ricentramento dell’esperienza italiana del secondo Novecento, che viene demistificata e liberata di presunti meriti e di inutili complessi di inferiorità, gli uni e gli altri ugualmente responsabili di una indefinita subalternità rispetto alle esperienze centroeuropee e soprattutto statunitensi. Detheridge estrae una linea di continuità che connette gli artisti contemporanei italiani alla ricerca nella sfera pubblica e nella dimensione partecipativa, mettendo in evidenza un aspetto meno convenzionale delle molte eredità accumulate dalle glorie passate (ed estinte): quel “rapporto privilegiato che, lungo i secoli, gli artisti hanno intrattenuto con lo spazio progettato all’interno della città”.

Ancorandosi alle ragioni di questa riflessione, l’autrice delinea una storia secondaria dell’arte contemporanea, registrata in parte al margine, che sceglie spesso di mettere in evidenza il contributo delle artiste e di quegli artisti che meno si sono attenuti alle linee del sistema, quello per lo più collegato alle logiche di produzione e inevitabile reificazione dell’arte. Così rientrano in scena, da protagonisti, molti autori eccentrici geograficamente (come i Brasiliani, per esempio) o egemonicamente (gruppi minoritari, attivisti), che con il loro lavoro hanno espresso e difeso posizioni autonome, capaci di dichiarare prospettive anomale, di interferire con la narrazione piana della realtà, senza mai escluderla.

Scheda libro

  • Anna Detheridge
  • Scultori della Speranza
  • Einaudi, Torino 2012
  • € 35.00

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