Viva Verdi

Nel 2013 appena trascorso, i melomani di tutto il mondo hanno avuto di che gioire: si festeggiava il tanto atteso bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi e Richard Wagner. Nell’industria culturale, il calendario determina con sempre più frequenza i programmi di concerti e mostre, come se due fenomeni del tutto irrilevanti, nascita e morte, fossero indispensabili per un confronto sereno con il passato. Delle feste comandate, come il Natale, possiamo lamentarcene o rallegrarcene, e se è comprensibile opporre una certa resistenza alla commemorazioni, molto spesso queste obiezioni dimostrano un’opposizione alla memoria in sé. Anche se non amiamo ricordare, per senso di dovere, persone opere o avvenimenti, è giusto opporre a dei festeggiamenti spesso deturpati da uno spirito puramente commerciale, la nostra apatia di intellettuali puri e duri? In realtà l’importanza dell’avvenimento supera ogni riserva e il binomio Verdi-Wagner non merita indifferenza né diffidenza.

La mostra in corso a Roma presso il Complesso del Vittoriano dal titolo Giuseppe Verdi. Musica, cultura e identità nazionale, ricca di cimeli e documenti, ci permette di fare alcune considerazioni, di carattere generale, su uno dei musicisti italiani più amati e rappresentati nel mondo.

La forza e la novità di Verdi risiede sia nella sua idea di unità drammatica «Se l’opera è di getto, l’idea è una e tutto deve concorrere a formare questo Un, una vera e propria ossessione per la concisione che il musicista non si stancava mai di raccomandare ai librettisti, con il rischio dell’incomprensibilità per eccesso di stringatezza, sia un’attenzione particolare agli aspetti scenografici e alla mise en scène che rivela l’influenza dell’opera francese soprattutto nell’uso, a partire da Un ballo in maschera, della «disposizione scenica», un opuscolo stampato che prescriveva minuziosamente il modo di realizzare l’opera (compresi i suggerimenti di recitazione per i cantanti).

E se la concezione sonora resta fedele al modello rossiniano, fondamentalmente analitico, dove ogni strumento tende a mantenere la sua individualità (direzione contraria alla linea romantica che trasforma l’orchestra in un iperstrumento dal timbro sempre cangiante), l’orchestra verdiana ha un suono inconfondibile, totalmente indipendente dal modello wagneriano e semmai più vicino al francese Berlioz: una concezione che sarà fondamentale nell’evoluzione della musica post wagneriana a partire dagli intrecci cameristici di Mahler, passando per il più wagneriano degli italiani Giacomo Puccini, fino all’ultimo Debussy e al giovane Stravinskij.

Ma la grande rivoluzione del teatro verdiano risiede anche, e soprattutto, in quella tendenza realistica lontana dal realismo programmatico e naturalistico della seconda metà dell’Ottocento e che è condensato nella formula «inventare il vero» di cui Verdi additava a maestro supremo William Shakespeare. Di qui la sua visione del mondo che può essere riassunta nel conflitto tra aspirazione alla felicità individuale e sua negazione da parte della società e delle istituzioni e che lo porterà alla creazione di personaggi che per varietà e profondità umane risulteranno una novità assoluta nell’opera europea. Ai personaggi astratti rossiniani e alle passioni amorose delle eroine belliniane e donizettiane, Verdi contrapporrà una molteplicità di figure agitate dai più diversi sentimenti: la coppia Macbeth consumata dall’ambizione e dal rimorso, Rigoletto diviso tra la complicità con il tiranno e la tenerezza paterna; Violetta divisa tra passione e sacrificio; Filippo II roso dal taedium vitae; Falstaff pateticamente incapace di accettare il declino della vecchiaia.

Il caos nei rapporti umani, raffigurato nella metafora ricorrente della vita come guerra, viene sì osservato con un atteggiamento partecipe dell’uomo che lotta e soffre per la felicità, ma anche con un pessimismo che prende atto dell’inevitabilità che l’uomo soccomba all’istituzione.

Il tendere dell’uomo alla realizzazione di un legame amoroso, o affettivo familiare (Rigoletto), di un’amicizia (Don Carlos), della libertà di un popolo (Nabucco), del raggiungimento di un potere (Macbeth) si intreccia con le contrapposizioni politiche (Simon Boccanegra), religiose (I lombardi alla prima crociata), razziali (La forza del destino), di classe (Luisa Miller), di pregiudizio (La traviata), dell’istituzione matrimoniale (Un ballo in maschera), del senso dell’onore (Ernani); una realtà molteplice osservata con grande partecipazione ma che, a differenza di Wagner che prospetta una soluzione rivoluzionaria o nichilista, non trova soluzione al di fuori di una stoica accettazione dell’infelicità umana che la storia (Manzoni insegna) perpetuamente ricrea e che si concluderà, alle soglie del XX secolo, con il concertato finale del Falstaff «Tutto nel mondo è burla».

Info mostra

  • Giuseppe Verdi. Musica, cultura e identità nazionale
  • Complesso del Vittoriano
  • Salone Centrale
  • Via San Pietro in Carcere (Fori Imperiali)
  • Fino al 2 febbraio 2014
Fabrizio Florian

Fabrizio Florian

Nato a Torino nel 1964, dopo gli studi musicali (pianoforte) e dopo la scuola per interpreti e traduttori, dal 1984 ha intrapreso una lunga carriera in campo editoriale che lo ha portato a collaborare con molte case editrici torinesi (EGA, Seb 27, Ananke, Edizioni Sonda, Utet) in qualità di traduttore e editor. Del 1989 escono le prime traduzioni dal francese da Voltaire (per i tipi di Seb 27) e articoli e traduzioni di semiologia (per la rivista universitaria Quaderni di semiotica). Contemporaneamente è stato coinvolto nella ricerca di nuove modalità della comunicazione nell’ambito della mostra Progetto Sonda, curata dal Centro di Ricerche Semeion di Roma, occupandosi di analisi linguistica e testuale e seguendo i corsi di perfezionamento sul modello Mac P (Modello Attanziale Cognitivo-Paradigmatico). Organizzatore culturale è stato responsabile dell’ufficio stampa e dei rapporti con l’estero della casa editrice Ananke dove ha curato in particolare le collane di Filosofia e Psicologia (testi di Friedrich Nietzsche, Stefano Zecchi, Olivier Abel, Simone Sausse-Korff) e ha tradotto il saggio di studi culturali di Bran Nicol Stalking, quando la passione diventa ossessione e, per le Edizioni Sonda, il Dizionario Madre/Figlia degli psicologi Joseph e Caroline Messinger. Dal 2010 è iniziato l’impegno di organizzatore e curatore di mostre di arte contemporanea presso la Pow Gallery di Torino. Attivo anche in ambito giornalistico si è occupato di cinema e di musica prima di diventare, nel 2010, responsabile della redazione romana del “Corriere dell’Arte” e autore di centinaia di articoli dedicati all’arte contemporanea e alla scena artistica torinese e romana.

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