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Ken Yang o del dandismo equatoriale

Alla National Art Gallery di Kuala Lumpur si può visitare la mostra di Ken Yang intitolata Paris.

L’artista malese lasciò la sua terra nei primi anni Duemila per approdare in Europa. A Parigi ricostruisce la sua identità di pittore e di uomo su un modello ottocentesco di giovane bighellone decadente, ma non solamente negli atteggiamenti. Yang, infatti, ricostruisce intorno a sé un’atmosfera, del tutto inventata, della Parigi baudeleriana, mischiando stereotipi ad oggetti d’antiquariato, piccoli ninnoli, gioiellini e dagherrotipi, abiti teatrali dove improbabili cappelli e marsine diventavano indispensabili accessori di questa nuova identità. La maschera si prolunga nella pittura, se ne impossessa stravolgendo quella naturale impostazione cromatica fatta di veloci drammatiche pennellate che vediamo in un quadro pre-migratorio; in mostra c’è un ritratto, infatti, a figura intera, spostato fuori asse a sinistra, costruito dai contrasti cromatici di vestito e carne incredibilmente veri, eseguito prima del viaggio in Europa.

La pittura di Yang sarà, dal momento del suo approdo a Parigi, tutta una costruzione del suo personaggio, che rivisita e travisa, copia e traduce, tradisce e celebra. La rivisita, di fatto, la pittura ottocentesca introducendo se stesso e le persone sue amiche in scenari noti della pittura occidentale, travisa il senso del ritratto e della composizione poco nel paesaggio che è quasi assente, Yang predilige una rievocazione teatrale di facile approccio, anche se eseguita con una tecnica raffinatissima, travisa anche questa, ostentandola come legittimazione del genere, non come strumento e copia. Yang copia i Bari di Caravaggio, La Primavera di Botticelli, come cartoline o cartelloni dell’arte più nota e, difatti, le traduce in un linguaggio sud orientale sovraccarico e ignaro del precedente pre – raffaellita e dei suoi più melensi cascami. Tradisce, si tradisce, tradisce anche la sua naturale dotazione di colore, la sua più genuina realtà, per un mondo fittizio, dove è regista di una pantomima fatta di piccoli particolari ossessivi da cui poter stillare autenticità; ripudia l’esotismo sostituendolo con un altro ben più allineato con le istanze della globalizzazione. Yang si fa meccanico sapiente della riproduzione, operaio diligente di una produzione di immagini in cui celebra il proprio personaggio. Celebra la riuscita di una trasformazione, la sua prova d’attore, la sua capacità di esecutore il suo ruolo di pittore, di ritrattista, di artista, celebra l’incarnazione di un mito letterario, la sua grottesca posa da bighellone, le donne e le pose di un mondo che trae da fotografie ingiallite e visite ai musei, eppure rimane distante, sempre, non entra per nulla in relazione con il soggetto anche quando questo è se stesso, perché guarda al trionfo della strategica invenzione del suo alter ego più che al suo vero Io. Fa riflettere però, questo Dandismo equatoriale, dopo tutto, anche Koons, Cattelan o Vezzoli non hanno fatto, in definitiva, lo stesso, ovvero costruire un personaggio più che un’opera d’arte, ma forse questo fa parte della contemporaneità.

Detto questo, è onesto rimarcare però la strepitosa tecnica acquisita in Europa da Yang che, sebbene risulti, certe volte, una sterile esibizione e un vacuo virtuosismo, in alcuni casi, dietro la lucida verniciatura, dentro i contorni compitati con perizia, riesce a restituire una vena di folle originalità, forse frutto proprio di quella spasmodica ricerca di un copione da seguire. L’attore pittore è, quindi, un caso curioso di esotismo rovesciato, che riporta in patria i caratteri di contrasto, le fogge e le pose di quel mondo conosciuto attraverso il colonialismo.

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