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Zio Vanja, leggera infelicità o infelice leggerezza?

Un incontro inatteso e inevitabilmente denso di attenzione mediatica quello di Marco Bellocchio, Michele Placido e Sergio Rubini con il teatro e soprattutto con Cechov.
Zio Vanja attrae a Vicenza un folto pubblico certo desideroso di ritrovare face a face quei volti cinematografici così noti e amati, protagonisti, sotto la direzione di Bellocchio, di una pièce consumata nel breve spazio di un rimpianto. Non è la trama a riempire di grandezza il racconto sulla scena, ma l’abisso esistenziale che un gruppo familiare declina in ogni sua sfumatura: gli anziani con la loro saggezza popolare, il razionalismo disincantato del turbinoso medico condotto, il fascino decadente dell’acculturato professore accompagnato dalla giovanissima e (quasi) devota seconda moglie.

E ancora, quasi come fossero un solo essere, Vanja e la nipote Sonia, custodi dell’indolenza di campagna, intrappolati con spirito di sacrificio e compiaciuta rassegnazione nel solco di una vita sempre uguale a se stessa. A sconvolgere i ritmi bucolici della tenuta, segnati dalle stagioni e dalle attività campestri, è lo spirito della città, il fumoso eloquio del vecchio intellettuale, padre di Sonia e odioso – e odiato – cognato dell’inquieto Vanja, pronto a difendere ad ogni costo quel luogo intriso del suo sudore, plasmato da anni di brutale fatica.

E’ una natura solo immaginata, che rimane fuori dalle finestre, ai margini della scena, mentre la casa diventa il centro delle vicende familiari racchiudendo la narrazione fino a renderla intima, partecipata, così umanamente vicina da dimenticarsi velocemente dell’artificio scenico.
Una masseria dai colori mediterranei – forse preludio al progetto cinematografico del regista sullo stesso testo cechoviano, con annunciata ambientazione pugliese – definita dall’essenzialità del legno grezzo e chiaro, piena di luce e di movimento interiore. Se molto poco succede infatti sul piano dell’azione drammaturgica, rimanendo sempre nello stesso spazio esistenziale e fisico, i personaggi mettono a nudo quello che all’esterno del focolare domestico mai avremmo potuto vedere.
Tormenti, speranze, debolezze e passioni brucianti d’amore e di collera sono il vero cuore pulsante di un’opera profondissima, tutta giocata sull’interpretazione degli attori, e nondimeno sulle scelte di regia: ecco che nel suo Zio Vanja Bellocchio definisce con chiarezza una visione fedele al testo ma lontana dalle tradizionali coordinate di rappresentazione della drammaturgia cechoviana.

Il tono si mantiene alto, stridente verso l’acutizzazione di sentimenti spogliati sul filo della comicità della gravità di fondo, complice soprattutto l’interpretazione di Sergio Rubini che trasferisce tutta la sua forte personalità artistica nel personaggio di Vanja. Manca nello spettacolo la possibilità di condividere emotivamente i paesaggi dell’anima così mirabilmente tratteggiati da Cechov, forse più difficili da esplorare per lo spettatore ma veri custodi della bellezza. Lavorano con dedizione e tuttavia si fermano in superficie gli attori diretti da Bellocchio, rendendo più carnale e sanguigna, e certamente più vicina ai caratteri di oggi, questa infelice umanità incapace di uscire dall’immobilismo. Non è l’epilogo a consegnare il senso, sono le fuggevoli domande introspettive affidate qui alla recitazione senza, così sembrerebbe, uno spettro motivazionale in grado di sostenerle fino in fondo sul piano etico e interpretativo.

ZIO VANJA di Anton Cechov. Regia di Marco Bellocchio. Con Michele Placido, Sergio Rubini, Pier Giorgio Bellocchio, Anna Della Rosa, Lidiya Liberman, Bruno Cariello, Maria Lovetti, Marco Trebian, Lucia Ragni. Scene e disegno luci: Giovanni Carluccio. Musiche originali: Carlo Crivelli. Costumi: Daria Calvelli. Produzione: Goldenart.

 

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