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La mostra che non ho visto #52. Lino Strangis

Lino Strangis in un autoritratto
Lino Strangis in un autoritratto

C’è da specificare fin da subito che da qualche tempo, almeno dieci anni (cioè da quando la mia vita si è definitivamente votata alla ricerca artistica e teorico-estetica), è per me diventato difficile andare alle mostre per una serie di ragioni che non sono sicuro sia il caso di spiegare qui… Basti tener presente che leggo costantemente riguardo un buon numero di mostre ma ne vedo raramente ed in modo “accuratamente-casuale”. Ad alcune non vado, consapevolmente, per evitare di “farmi del male”, soprattutto per evitare che quanto mi capiti di fruire influisca negativamente su alcuni miei st(r)ati psicologici direttamente legati al mondo dell’arte, della produzione e della diffusione artistica contemporanea (che sono per vari versi la mia dolce ossessione, con tutto ciò che ne consegue).

Sono poche le mostre che “mi piacciono” davvero (al di là del non necessariamente sentito assenso che si può dare agli eventi ad esempio su facebook). Quasi sempre si tratta di mostre a cui prendo parte o a cui partecipano cari e stimati amici. Se negli anni della mia formazione il mio peregrinare è stato intenso ed in un certo senso onnivoro, attualmente il non visto, o almeno il non visto direttamente, di persona (perché molto spesso ultimamente “visito” le mostre tramite la loro documentazione  video caricata su youtube) costituisce una soluzione importante tra quelle che posso considerare.

Trovandomi in queste condizioni la domanda di scrivere riguardo una mostra non vista mi è apparsa in un primo tempo come l’opportunità di immaginare la mostra”ideale”, forse quella maggiormente “desiderata”, quella alla quale non sono stato perché non si è mai tenuta… Proprio escludendo la  presenza personale, ho pensato (magari meglio ancora se non disponendo di alcuna testimonianza diretta) di poter effettivamente immaginare… … Probabilmente, in fondo, questa mostra, la mia mostra che non ho visto preferita, è quella che dobbiamo ancora pensare, magari ancora una volta con Ganni e/o con amici artisti, oppure forse una mia prossima personale…

Ecco a ben vedere posso annotare  facilmente che di certo nella mia hit parade delle mostre non viste ci sono le mie mostre future, non tutte (non sono così narcisista), ma quelle dove avrò finalmente la possibilità di fare tutto al meglio, come vorrei, magari senza limiti di budget… Finora, anche nelle occasioni migliori, ho sempre dovuto limitare la mia immaginazione a quello che, molto crudamente, è realizzabile basandomi sul peso delle mie tasche (notoriamente leggere) o dei rari (e non proprio all inclusive, se anche sempre amabili) finanziatori. Questo mi ha sempre lasciato quel certo tipo di pulsione latente a immaginare una situazione, per l’appunto, ideale, come può essere la mostra che non ho visto.

D’altra parte mi vengono in mente decine di mostre che hanno letteralmente segnato le storie delle arti contemporanee a cui non ho presenziato per ragioni puramente anagrafiche. Altre, poi, sono quelle a cui non sono andato perché tenutesi lontano dai luoghi in cui vivo (e non ho avuto la possibilità di raggiungere) e quelle che si tenevano in città (Roma) mentre io ero fuori, ma ogni volta che sto per scrivere una data o un titolo, una qualche forza mi allontana dal farlo… Forse perché nominarne una farebbe un torto ad un’altra, o forse perché certi fenomeni si possono comprendere più a fondo nelle loro concatenazioni che non come elementi isolati, discreti. E forse, non avendone una in particolare in mente, non mi va neanche di cimentarmi in un mero esercizio di elencazione. E’ come se chiedessero di scegliere, ad esempio, una rock band, una soltanto, in tutta la storia del rock: si va bene, messo alle strette, sceglierei i Pink Floyd quasi senza esitazione, ma non senza dispiacere e una forte perplessità per vari fattori che vi lascio intuire, ma soprattutto perché, credo, comunque sia, scegliere uno o pochi in una storia ormai lunga e complessa, sia un’operazione in qualche modo sempre “fallace”. Se anche può essere un esercizio rassicurante immaginare l’ideale incarnato nel concreto, in un fenomeno storico-artistico passato e storicizzato e quindi noto all’umanità, in fondo, almeno per quanto mi riguarda, è chiara e forte una certa indole che viene a rompere questa temporanea sintonia con la storia, evidenziando la sua provenienza “conservatrice” e spingendo con gran forza verso la costruzione di qualcosa sempre da venire, non ancora mai stato. Qualcosa di ignoto e illuminante…

Mi viene a questo punto da pensare a Memorie di cieco, saggio di Derrida che lessi qualche anno addietro e di cui mi sono rimaste impresse alcune interessanti interpretazioni sul concetto di non visto: il filosofo, in conclusione di una lunga serie di ragionamenti, suggerisce l’affascinante ipotesi che la cecità (il non vedere) sia ‘presente al fondo della vista’. Un’interpretazione che trova la verità nel paradosso: non si può non essere ciechi, non si può non non-vedere se si vuole vedere davvero.

Da questo punto di vista la mostra non vista è la più vista che mai, ma nello stesso tempo viene da chiedersi in questa ottica cosa effettivamente vada a significare ‘non visto’ in questa epoca di esperienze telematiche che vanno a ridefinire il concetto di fruizione dell’opera d’arte oltre che quello di “presenza in loco”… Scatenerebbe la “questione onto-tecnologica” e questo aprirebbe ad una lunga serie di pensieri, ma li lascerò pascolare nella mia mente; chi ha letto fin qui, se può, faccia pure lo stesso.

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