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Nuovi Mondi

«La siccità del 1404 aveva devastato gran parte del mio regno», firmato: Re Giorgio. Ma di quale siccità stiamo parlando? Quale re Giorgio fa questa amara riflessione sulle sorti del suo regno? In realtà è un estratto dei primi dialoghi in modalità storia di Crea un Nuovo Mondo, un videogioco di gestione per Nintendo DS e Wii nella quarta versione uscita nel 2009. Un’esperienza virtuale che si può vivere, in teoria, all’infinito. Un po’ come la storia dell’umanità, che un giorno anche per un mondo sacrale o secolarizzato avrà un ineluttabile termine, un game over (per rimanere nel crudo linguaggio dei videogames). Forse, addirittura, in un orizzonte post-umano la nostra specie sarà destinata ad estinguersi su un altro pianeta, fondando nel frattempo città in un nuovo mondo. Anche se oggi questa possibilità ci appare inverosimile e priva di una collocazione spazio-temporale, tuttavia non è sufficiente ad escludere che un giorno non si possa verificare, se noi come gli autori della letteratura e del cinema di fantascienza saremo capaci di creare delle suggestioni così forti, tali da poter orientare i destini futuri della storia dell’uomo anche aldilà dei confini di questo pianeta.

Il libro City makers muove proprio da queste istanze: in che misura le arti, la letteratura e, più recentemente, un certo tipo di cinema Sci-Fi, ma anche pensatori provenienti dai campi più disparati dell’attività e del pensiero umano abbiano contribuito con il loro lavoro e con la loro azione ad influenzare le avanguardie architettoniche dettandone contemporaneamente i destini, l’estetica, l’assetto della società e dei sistemi sovranazionali creando mondi anche come quello che noi stiamo vivendo. Non è un caso che gli autori di questo libro, così come i creatori del XIX secolo di nuovi scenari urbani – soprattutto Furier, Considerant, Cabet, Owen, John Ruskin e William Morris –  provengano da discipline ed esperienze culturali diverse.

La nostra (stra)ordinaria quotidianità è anch’essa una deriva rispetto a quello che un giorno è stato solo un sogno ad occhi aperti o una precisa volontà di volgere lo sguardo oltre e di superare dei consolidati e secolari assetti delle società attraverso il tempo. Ovviamente, la stratificazione e l’esperienza umana e la multiculturalità della storia precedente non permetteranno mai un’uniformità e una nitidezza della visione della narrazione fantastica o politico-utopistica ma se ne avvicineranno di molto fino a fare accettare il nostro presente come un naturale processo storico che nasconde le suggestioni da cui muove.

Del resto, in qualche modo, nella nostra simultaneità stiamo ancora vivendo la deviazione orwelliana di 1984, il romanzo distopico per eccellenza, scritto ormai quasi 70 anni fa: ma nella contemporaneità, tutto ci appare coerente e consueto e le inquietudini del romanzo, almeno nel mondo occidentale, sono percepite ed in parte edulcorate dal conforto della tecnologia della rete. Il network digitale sembra essere l’unico baluardo di resistenza attiva ai totalitarismi tecno-capitalisti di fine XX e inizio del XXI secolo, messi a nudo con il crollo della borsa di Wall Street del 2008. Lo stesso dicasi per le rivoluzioni in corso nei paesi islamici o comunque dell’area medio orientale. Lo scenario mondiale ha visto in un brevissimo tempo una straordinaria accelerazione di eventi quasi paragonabile a quella che aveva caratterizzato il secolo scorso, con la trasformazione di tutti i processi politici, economici e sociali. Da una parte, quindi, una tecnologia che viene dall’alto, in grado di tracciare e spiare 24h su 24h le nostre esistenze e orientare le nostre scelte – dalla politica all’acquisto di un dentifricio -, producendo desideri indotti e mettendo in crisi le libertà degli individui; dall’altra la risposta dal basso, del fare rete nella rete opponendosi a questi disegni di rifondazione di nuovi mondi e assetti sociali. Come? Grazie alla controinformazione e alle piazze virtuali che si trasfigurano in forme concrete di resistenza, in consapevolezza del valore e della forza delle nostre scelte nel quotidiano reale per approdare a un rinnovato concetto di libertà e di autodeterminazione.

Ritornando più direttamente a City makers, in esso viene brillantemente svelato l’inganno e i meccanismi con i quali le suggestioni e le seduzioni di nuovi mondi e scenari urbani ci fanno pensare di stare assistendo davvero a un futuro prossimo: utopistico o distopico, sostanzialmente non c’è molta differenza perché quel che conta è la malìa, la forza dell’immagine e della narrazione visiva o letterale. I virus del contagio sono di fatto già incubati all’interno dell’organizzazione della società attuale, nella sua estetica, nella sua tecnologia. Bisogna solo innescarli e liberarli spostando appena più in alto la soglia dell’immaginazione, esasperare alcuni aspetti, massimalizzare “la climax”: così, il nuovo mondo è servito. La futuribile, algida megalopoli è pronta a brillare sotto un nuovo cielo azzurro o, viceversa, ad ottenebrare con i suoi miasmi letali le classi subalterne relegate nei recessi delle sue viscere. Le connessioni in un automatismo soggettivo e poi collettivo, in grado di recepirne il nuovo orizzonte degli eventi, andranno ad allagare come plasma il sistema linfatico generando inediti oscuri-distopici scenari o luminose e utopistiche realtà.

In Antitodi umani, di Francesco Verso, la città di Alta, “l’alveare dei ricchi”, una sorta di langhiana Stadtkrone, che cos’è se non la dilatazione architettonica dei lussuosi comprensori di alcune metropoli sudamericane? Ad esempio, San Paulo, dove moderni e confortevoli condomini simili a torri d’avorio cinte da alte mura, sistemi di video-sorveglianza e guardiania armata, affacciano le loro piscine direttamente su sterminate e disperate favelas. La contaminazione con la realtà è a portata di mano nelle residenze verticali e ultra-lussuose di Dubai, in un vasto e anche cafone lessico di architetture, o meglio di innesti-architettonici esogeni esclusivi sorti su isole e atolli artificiali. L’utopia è già qui e in lussureggianti giardini pensili e piste da sci artificiali nel cuore del deserto nella penisola araba. E Suburbia, “il formicaio dei poveri”, non è, dopotutto, la trasposizione letterale della Pacific Trash Vortex, ossia dell’enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica)? L’accumulo si è formato lentamente a partire dagli anni cinquanta, a causa dell’azione della corrente oceanica chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre), dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario, che permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di loro. L’immenso agglomerato di spazzatura è realmente situato nell’Oceano Pacifico, approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord. La sua estensione non è nota con precisione: le stime vanno da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km² (cioè da un’area più grande della Penisola Iberica a una più estesa della superficie degli Stati Uniti), ovvero tra lo 0,41% e il 5,6% dell’Oceano Pacifico. Le valutazioni ottenute considerano l’ammontare complessivo della sola plastica dell’area in un totale di 3 milioni di tonnellate e potrebbero essere contenuti fino a 100 milioni di tonnellate di detriti. Ma la radicalizzazione di Suburbia sta nell’ibridazione con un’altra realtà: quella della città cinese di Guiyu, situata nel sudest della Cina, dove tutti gli scarti di immondizia, soprattutto di elettronica, costituiscono un vero business e l’economia reale con la quale sopravvive la comunità cittadina. Gli avanzi planetari arrivano a bordo di grossi camion e vengono poi riciclati con processi per lo più artigianali: gli abitanti della città ne ricavano gli elementi da rivendere. I pezzi più ambiti sono i circuiti stampati, tenuti a parte, il resto finisce nel calderone: i chip dentro delle bacinelle, per poi essere rivenduti alla Foxconn (un nome altamente evocativo che rimanda immediatamente a suggestioni cinematografiche di multinazionali come la Pharmakom o la Tyrrel Corporation), che produce componenti anche per “la tanto amata” ( soprattutto dalle giovani e agiate comunità occidentali) e “politicamente corretta” Apple. Greenpeace ha lanciato il consueto e lugubre allarme: l’aria e l’acqua a Guiyu sono, ovviamente, altamente inquinate. Molti componenti rilasciano mercurio, fortemente tossico, che finisce fatalmente nella catena alimentare. Il passaggio – seducente e cupo – è breve da qui ad una generazione di umani che infine impara a sopravvivere ai devastanti cancri diventando una comunità di mutanti. Spostare appena più in alto lo sguardo e le antenne sensibili. La distopia è già una realtà, basta aggiungere un ingrediente, un piccolo, a volte anche ingenuo “coup de théâtre”. Tutto qui, niente di straordinario.

Fondamentalmente, l’elemento comune che c’è dietro ogni narrazione della creazione di un mondo altro, di un inedito scenario urbano è la presenza di un nuovo ordine mondiale dove a volte i bisogni dell’umanità sono stati soddisfatti e regna sovrana l’armonia; o, al contrario, dove le sorti dell’umanità sono precipitate in un  altro medioevo, le libertà personali represse nella violenza e impera un dispositivo politico o pseudo-religioso totalitario. Inoltre, nella narrazione c’è un totale, intollerabile distacco dal peso millenario della storia dell’uomo per come l’abbiamo conosciuta e in parte anche vissuta. Governa sovente l’ucronia. Tutt’al più, la storia fa solo da scenografia di cartapesta, perdendo ogni segno di continuità e vitalità: si volatilizzano, salvo in alcuni rari casi, tutti i riferimenti a personaggi irrinunciabili e innascondibili alla storia: da Gesù a Hitler, da Giulio Cesare a JF Kennedy; e spariscono anche tutte le rivoluzioni, da quella francese a quella russa, e gli imperi, da quello romano a quello cinese; i grandi industriali e capitalisti, le multinazionali, persino le liturgie, le tradizioni popolari, i temi sociali; i campioni di sport olimpico e anche le olimpiadi; i filosofi, i poeti, gli artisti, i musicisti comprese le rockstar e, per buona pace di molti, i Grammy Awards. Scompaiono, come improvvisamente ingoiati da un buco nero, tutta l’umanità e gli ordini mondiali precedenti come se tutto quel che è il nuovo ordine mondiale non abbia affinità e relazioni con quello che c’è stato in precedenza, e né responsabilità né conseguenze. Unica eccezione possono essere le città, le metropoli-megalopoli ed intangibili, trasfigurate dal tempo e dalla storia e che spesso, però, non hanno più neanche lo stesso nome pur conservano sotto la nuova pelle il DNA originario.

A mio avviso, sta anche qui la debolezza dell’affermazione, per quanto affascinante e suggestiva, di Victor Hugo “Ceci tuera cela” (questo ucciderà quello) applicabile qui alla potenza evocativa di un libro rispetto alla solidità della roccia di cui è composto un edificio che sarà destinato a sostituirlo; è semmai corretto, come conclude City Makers “Ceci ne tuera pas cela” (questo non uccide quello: non lo esclude, la coesione è possibile). Non si intravede affatto la subordinazione ed il trapasso bensì un sodalizio, sempre più forte e osmotico, tra la carta e la pietra per la costruzione di nuove città, nuovi scenari urbani e, appunto, nuovi mondi. Il tutto, ovviamente, attraverso il pensiero, la regia e l’azione dei futuri City Makers.

Il libro

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