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Vienna. Dopo Matisse e i Fauves, da Monet a Picasso. Il grande dono all’Albertina dalla collezione Batliner

L’Albertina di Vienna è nata della passione collezionistica di Alberto di Sassonia, arciduca d’ Austria (1738-1822). Un solo memo per ricordare chi era: colui che per l’ amata moglie Maria Cristina fece ideare da Canova il magnifico monumento nella vicina chiesa degli Agostiniani. L’Albertina è internazionalmente nota per l’ inarrivabile qualità delle sue collezioni di disegni e stampe, cui diede inizio Alberto quando era governatore dei Paesi Bassi spagnoli (l’odierno Belgio). La mostra in corso Da Monet a Picasso – un titolo che altrove evocherebbe disinvolte cavalcate tra pochi capolavori in un mare di minori, rispecchia invece la straordinaria donazione di classici moderni ricevuta dalla collezione Batliner. Andate sul sito on line (www.albertina.at) e capirete da soli perché. Una sequenza di opere anche inedite contrassegnate da una qualità eccezionale, collezionate e poi selezionate per un’ elargizione “storica”, di quelle che in Italia non si vedranno facilmente, a meno di un rivoluzionario miglioramento dei rapporti tra stato e cittadini e di una più vera e matura coincidenza dei loro interessi.

Matisse e i Fauves, l’esposizione appena conclusa nella stessa sede, traeva origine proprio da questa eccezionale donazione permanente. Per chi non l’abbia visitata resta inoltre l’eccellente catalogo (a cura di H. Widauer e C. Grammont), che ha sintetizzato in modo esemplare antecedenti e risultati di quella fondamentale rivoluzione visiva e culturale. Un’opportunità storica per l’ Albertina di risarcire la distrazione dell’establishment culturale viennese, focalizzato all’epoca dai fasti secessionisti, e lento anche dopo nell’assimilare quella deflagrante meteora, passata tra 1905 e 1908, malgrado la feconda e parallela fioritura dei Fauves ungheresi, ormai sulla via di una vera riscoperta storica (v. Les Fauves hongrois 1904-1914, Cat.della bella mostra al castello di Budapest del 2008, già a Céret-Chateau Cambrésis-Dijon). La mostra Matisse. La figura in arrivo in Italia ( Ferrara, Palazzo dei Diamanti, dal 22 febbraio, a c. di I. Monod-Fontaine) includerà anche vari tra i capisaldi fauves appena visti a Vienna.

Teatro del loro debutto fu a Parigi il Salon d’Automne del 1905, per importanza forse addirittura superiore all’odierna Biennale di Venezia. L’etichetta di “belve, animali feroci” (Fauves, wild beasts) fu appioppata da Louis Vauxelles, critico d’arte di Gil Blas, descrivendo il contrasto tra le morbide sculture neorinascimentali di Albert Marquet e le feroci tele dei suoi compagni di strada. L’allestimento – volutamente violento – era dell’ architetto Frantz Jourdain. L’arena, ovvero la gabbia delle belve, era la sala VII del Grand Palais, ma in realtà il critico Vauxelles di feroce aveva notato anche le reazioni del pubblico scioccato. L’anarchia politica -cui molti artisti erano affiliati- sembrava deflagrare sulle tele, ma lo scandalo e la sua risonanza fruttarono. Molte di quelle novità inquietanti e già celebri furono a disposizione dei collezionisti dopo poche settimane nelle gallerie parigine di Berte Weill e di Ambroise Vollard. Similmente a questi mercanti, anche il collezionista Leo Stein comprò subito il ritratto di Signora con cappello di Matisse (la Femme au chapeau era la moglie Amélie). In pochi mesi le opere di Maurice de Vlaminck, Kees van Dongen, Henri Manguin, Othon Friesz arrivarono in molte capitali europee, a Mosca e New York. Matisse era il capo della gang, Derain il vicecapo, Othon Friesz e Raoul Dufy, le belve al seguito ( H.Widauer, Cat., p.14sgg, che cita Vauxelles e altri).

Da quale humus traevano il loro coraggioso e abbacinante repertorio? Da Van Gogh l’applicazione dei colori ad impasto, da Gauguin una piattezza radicale -per un mondo in due dimensioni- e una manipolazione arbitraria dei colori (uso soggettivo), da Cezanne i potenti tocchi costruttivi e la libertà di larghe porzioni incompiute. Dagli impressionisti la memoria visiva e tecnica degli schizzi (K.A.Schröder, Cat., p.9) e le pennellate frammentate dei neo-impressionisti e di Signac (sulla polisemia stilistica e sulla storia dei fauves, v. C. Grammont, p.142 e la sua vasta bibliografia).

Nelle sale dell’Albertina si sono viste alcune delle opere più precoci di Matisse, la materica Notre-Dame del 1899 (Tate Gallery, Londra) e soprattutto Strada ad Arcueil (1903-4, Coll. privata) col suo abbacinante contrasto tra muri soleggiati ed ombre fucsia. Matisse – così come il suo amico André Derain-  stava allora cercando la sua strada: lo testimoniano ad esempio l’Interno svizzero del 1901 e un Interno di Derain dello stesso periodo. Nel 1904 Matisse visitò Paul Signac a Saint Tropez, realizzando Luxe, Calme et Volupté, comprato al Salon des Indépendents dallo stesso Signac (oggi al Musée d’ Orsay).

Della fondamentale estate seguente – a Collioure, quando i due amici Matisse e Derain oscillavano parallelamente tra puntinismo e negazione delle ombre- sono state e saranno presenti a Vienna acquerelli e disegni, ma soprattutto alcune bellissime tele della Collezione Batliner.

Nel 1905 Matisse portò da Derain il mercante Vollard, il quale comprò tutto ciò che aveva nello studio di Chatou e gli commissionò la serie delle Vedute di Londra. Nello stesso mese di ottobre parteciparono entrambi al Salon, con gli amici dello studio di Gustave Moreau (Manguin e Marquet) e di Chatou (de Vlaminck).

Otto fra le straordinarie 30 vedute londinesi (1906/7) fatte in atelier invece che en plein air, realizzando la versione avanguardista fauve della veduta topografica, sono appena uscite dall’ Albertina, frutto e testimonianza della pronta committenza di Vollard che volle ripetere il successo della Galleria Durand-Ruel con l’esposizione di quelle di Claude Monet (50 dipinti, di cui 37 esposti nel fatidico 1904).

Un’ancor necessaria (ri)scoperta possibile per il grande pubblico riguarda l’artista forse meno altisonante del gruppo – Henri Manguin – rappresentato a Vienna da opere vicine anche ai Nabis e alla pari coi migliori dipinti di Gauguin (es. The Prints, 1905). Con Marquet, l’altro compagno di Matisse nell’ atelier di Gustave Moreau, resta pur sempre tra i nomi meno celebri di quell’ indimenticabile momento.

Memorabili anche i paesaggi e le marine di Maurice de Vlaminck – l’amico di una vita di Derain – sportivo, musicista, scrittore prima che pittore autodidatta. Alcuni restano in permanenza nella donazione Batliner. Diceva di se stesso che senza la pittura, luogo della libertà e della distruzione delle convenzioni, sarebbe finito sul patibolo, da bombarolo. La naturale forza dei suoi colori puri -rosso, giallo, blu cobalto- con l’aggiunta del colore secondario verde, furono la dirompente materia prima di tutta la sua vita. Tramandano la sua origine fiammingo-olandese, ed anche la sua folgorazione per Van Gogh – alla Galleria Bernheim-Jeune, nel 1901 – col quale condivise la tecnica a piccoli tocchi rettangolari. Il fauvismo, aderente all’ emozione del colore, ha in lui il rappresentante di più ardente vigore compositivo, spesso (s)bilanciato verso immaginari punti di fuga.

Di Matisse c’è stata a Vienna anche la magnetica Finestra aperta (1905, Washington, National Gallery), dipinta dalla stanza-studio di Collioure senza regole di prospettiva lineare, aerea, o di colore: non è una finestra sul reale, ma una superficie coperta di pittura. Cionostante, lo scopo di Matisse e Derain non era certo l’arte per l’ arte. Nell’ inverno 1906/7 Braque, Friesz e Derain vissero e dipinsero nel sud della Francia, in un intenso scambio di esperienze biografiche e di lavoro. Cinque dipinti di Braque, di cui tre fatti sull’ immenso estuario della Schelda ad Anversa (1905-6), testimoniano la sua breve adesione al Fauvismo (1907). Di lì a poco Braque, Derain -con Picasso al lavoro sulle Demoiselles d’Avignon- avrebbero preso una strada diversa da quella di Matisse e della sua Joie de vivre. La retrospettiva su Cezanne del 1907 ebbe un’ influenza potentissima su tutti loro, che virarono verso una ripresa della forma, una geometrizzazione che porterà al cubismo.

Per chi voglia evitare le trappole delle appartenenze e delle -pur necessarie- definizioni critiche basta riandare alla Natura morta di Matisse (Ermitage, 1903/6), la cui complessità deve aver arricchito generazioni di cubisti, futuristi e oltre.

Senza contare il Matisse scultore di cui sono stati presenti a Vienna importanti bronzi raramente visibili insieme ai dipinti. “Serpentina” del 1909 (Washington, Smithsonian) sarà anche a Ferrara con altri pezzi fondamentali. Di Derain – ed anche di Matisse e Vlaminck- vanno ricordate poi le rare ceramiche commissionate da Vollard (1906), in collaborazione con André Metthey.

Nel 1906 Vlaminck e Derain scoprirono l’arte africana, contagiando col loro entusiasmo Matisse, che a sua volta portò l’attenzione di Picasso su di essa. Sono state presenti all’Albertina le archetipiche maschere e sculture-reliquarii lignee appartenute a Matisse e de Vlaminck e l’ indimenticabile letto intagliato da Derain (1906/07). Trasmettono con vigore il messaggio della “primitiva” scultura d’Africa e d’Oceania (Maori, Polinesia), penetrato negli occhi e nella sensibilità di quegli artisti in occasione dell’ Esposizione Internazionale parigina del 1900 (non senza aver prima esplorato vocabolario e forme scultoree di Egitto e India), e poi dilagata in tutto il mondo culturale e collezionistico. Sono attesi a Ferrara numerosi bronzi e tele testimoni della vitalità delle radici di tale diffuso primitivismomoderno.

Altre presenze fondamentali: Raoul Dufy e Othon Friesz, originari di Le Havre, che furono gli innovatori della tradizione paesaggistica di Normandia e sono apparentati al fauvismo, per affinità impressionistiche. Alla stagione di vedute normanne, spiagge e marine con barche (1906/7) di Dufy e di Marquet -con le città di Le Havre o Trouville così moderniste e impavesate da bandiere e manifesti- seguirà una produzione più tarda e pregiata, continuata molto a lungo fino ai risultati lievi e quasi mondani, che alimentano ancora oggi il mercato artistico (v. Tefaf***).

Due sale a parte sono state dedicate a Vienna a Kees van Dongen e a Georges Rouault, contraddistinti da una sostanziale indipendenza dal gruppo, che non impedì loro di partecipare alle stesse epocali esposizioni d’ inizio secolo.

Sempre a Vienna, merita una segnalazione il recupero del Winter Palace di Eugenio di Savoia Carignano (Parigi 1663-Vienna 1736), il condottiero italiano giuntovi da poverissimo rifugiato, nel 1683. Fu feldmaresciallo, diplomatico, collezionista, bibliofilo ed edificatore di una notevole serie di favolosi palazzi e domini gia a trent’anni. Fu comandante dell’ esercito imperiale in Ungheria a trentacinque (una sua statua equestre domina Budapest dal notevole Belvedere del palazzo Reale), presidente del Ministero della Guerra dell’ impero asburgico a trentotto anni e poi governatore dei Paesi Bassi del Sud, quasi fosse un Asburgo egli stesso. Fedele stratega e diplomatico, celibe per obbligo (da abate di alcune abbazie savoiarde che gli garantirono le prime rendite di sostentamento) ma probabilmente senza sacrificio perché, tra le righe delle cronache d’epoca, se ne intuisce la natura “gay”.

Il suo Palazzo d’Inverno accoglie i visitatori con un’ elegante e sontuosa parata di scenografici apparati barocchi (http://www.belvedere.at/de/schloss-und-museum/winterpalais). Non ci sono più le sovrapporte di Rubens nè le tre biblioteche, in cui Eugenio amava ritirarsi, accanto alla Galleria delle pitture, ma facciata, hall e scalone d’onore sono straboccanti di nivei stucchi, rilievi e sculture tra cui ricorrono Atlante ed Ercole, evidenti numi tutelari del padrone di casa. Genius loci soprattutto lui, il Principe Eugenio, per un edificio che sarebbe diventato un ulteriore monumento alla storia di Vienna e del suo impero. Comprato da Maria Teresa, è stato a lungo sede istituzionale, ma sta ora riacquisendo l’ identità originaria. Al suo primo architetto, Johann Bernhard Fischer von Erlach, si deve il modello di partitura architettonica adottato in facciata pensato per essere ampliato facilmente, come del resto avvenne, passando dalle iniziali 7 finestre a 12 e poi a 17 aperture consecutive. A seguito delle vittorie sui Turchi (1683-1693, da Vienna a Zenta) ad Eugenio furono donati vasti possessi fra la Drava e il Danubio e poté iniziare la costruzione di quello che viene considerato la manifestazione e il capolavoro del suo mecenatismo, il Palazzo del Belvedere nelle sue due sedi collegate dal magnifico giardino (http://www.belvedere.at/en/schloss-und-museum), un fondamentale gioiello barocco progettato da Johann Lucas von Hildebrandt (1668-1745).

Vienna offre collezioni d’arte d’interesse fondamentale già nella Hofburg, il complesso dei palazzi imperiali propriamente detti, e nel Museo di Storia dell’arte (Kunsthistorisches Museum http://www.khm.at/en/ ma trascurare il Belvedere equivale a sentirsi scaltri viaggiatori senza essere stati a Parigi o a Londra. La visita congiunta delle antiche dimore di Eugenio di Savoia consente di rievocare la figura – quasi dimenticata al di fuori delle cerchie degli storici competenti – di un leggendario italiano all’estero, condottiero transnazionale e campione della difesa europea di fronte al pericolo ottomano.

  •  DA MONET A PICASSO. La collezione Batliner
  • Albertina, Vienna.
  • web: www.albertina.at

La mostra MATISSE E I FAUVES (catalogo in inglese e tedesco) comprendeva 56 opere di Matisse, tra cui 10 dipinti e varie xilografie e litografie dalle Collezioni Batliner e Werner, ora in sede in modo permanente. Opere da: Tate Gallery-Londra, Centre Pompidou-Parigi, Coll. Thyssen-Bornemisza-Madrid, Musei Ermitage e Puskin-Mosca, Moma e Guggenheim- New York, National Gallery di Washington, Edimburgo, Belgrado e da molti altri Musei e Collezioni pubblici e privati, oltre che dalla stessa Albertina, per un totale di 60 prestatori.

In arrivo:

  • Matisse. La figura. La forza della linea, l’emozione del colore.
  •  Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 22 febbraio- 15 giugno 2014
  • http://www.palazzodiamanti.it

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