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Carla Accardi. Tributo a una protagonista dell’Astrattismo e della pittura: Una Donna

Nata a Trapani il 9 ottobre 1924, Carla  Accardi mette a punto all’Accademia di Belle Arti le sue capacità pittoriche: a Palermo, la città che meglio della sua natia allora era più aperta a una visione culturalmente  vivace.

Nel 1947 è già diplomata, pronta per la grande avventura romana. In quegli anni, la Capitale vive un ardore intellettuale e artistico che durerà sino a circa tutti gli anni Sessanta e come raramente avverrà in seguito: fu piena di mescolanze di menti lucide e originali, di linguaggi espressivi, di personalità con una propensione alla sperimentazione e alla rottura dell’accademismo che resero la situazione davvero unica, oltre che foriera di sorprese. Così fu, e tanti giovani da una parte uccisero i padri dall’altra ad essi si accompagnarono poiché i grandi Maestri furono generosi: la guerra aveva accomunato i destini e i desideri. Era bastata. Il cambiamento fu quasi un passaggio di testimone.

Aiutarono questa rivoluzione dolce i tanti luoghi  informali dove ci si poteva confrontare in maniera diretta e apparentemente leggera – di una leggerezza, cioè, italocalviniana – e dove si creò una vera e propria scena riunita a teorizzare e formalizzare un’arte nuova. L’Italia era uscita malconcia dal conflitto, stava ricostruendosi, e Roma accoglieva gente da tutto il Paese; le arti visive erano in fermento: si perseguiva una figurazione di afflato etico e politico ma, anche, una non-figurazione che stava sempre più delineando territori e confini.

L’Osteria dei Fratelli Menghi in Via Flaminia 57 era uno dei punti di ritrovo per molti di questi artisti, cinematografari, sceneggiatori, scrittori, poeti e intellettuali: tra gli anni ’40 e i ’70 ci passarono tutti, come bene raccontò Ugo Pirro nel suo Osteria dei pittori:

“I fratelli Menghi, osti avidi soprattutto di notti avventurose e interminabili discussioni, facevano credito senza garanzie a tutti i giovani talenti dell’arte astratta e d’avanguardia, alle loro compagne e ai loro amici. Salvavano così dalla triplice censura (del mercato, del governo, del realismo socialista) un pezzo dell’arte italiana.”.

Roma aveva una lunga tradizione di cenacoli in Caffè e Osterie eletti a posti della cultura spesso alternativa: dal Caffè Greco all’Aragno, dal Notegen a Cesaretto, da Rosati a Canova – tutti rigorosamente al Centro della città, e solo per citarne alcuni – era tutto un via vai di piatti, bicchieri, progetti, litigate, riflessioni intellettuali e molti disegnini sulle tovaglie di carta: dai fratelli Mengi nacque anche, come raccontò Salvatore Scarpitta (ne: Il vero Barone rampante, “Corriere della Sera”, 23 agosto 2007), Il barone rampante di Italo Calvino che fu ispirato da un racconto dell’artista italoamericano che ricordava di se stesso, bambino, arrampicato su un albero di pepe…

Da Menghi prese pure corpo e anima il Gruppo Forma 1 di ispirazione marxista. Attardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Concetto Maugeri, Perilli, Turcato, Sanfilippo, che Anna ama e sposa poco dopo (nel 1949), e, appunto, l’Accardi fondarono quello che fu un movimento che rese l’opera, già in parte fattasi autonoma dalla stretta necessità della rappresentazione, completamente autosufficiente: al punto quinto del Manifesto che essi licenziarono si legge, infatti, di un uso delle ” forme della realtà oggettiva come mezzi per giungere a forme astratte oggettive” e, insomma, a un interesse per “la forma del limone” e non per “il limone”.

Forte era la voglia di conciliare le opinioni politiche con la scelta artistica che si scontrava, dato il rivoluzionario risultato formale, con l’incomprensione della maggioranza del pubblico e del P.C.I. che preferiva, evidentemente, il verismo sociale, Guttuso, il Neorealismo, piuttosto che quest’arte difficile, che il popolo aveva difficoltà a seguire: dimenticando che sempre l’arte – si pensi a Caravaggio, per esempio – ha rivoluzionato accademismi e idee correnti, è apparsa arcana o scandalosa; soprattutto, negando ad essa – come fanno i totalitarismo, i regimi o, più semplicemente, i benpensanti e l’accademismo – la sua libertà e il diritto ad esprimersi. Carla Accardi e i suoi sodali non suonarono mai, per dirla alla Vittorini, il piffero della rivoluzione (Elio Vittorini, Politica e cultura. Lettera a Togliatti, in “Il Politecnico”, 1947). Per questo Palmiro Togliatti entrò a gamba tesa nella diatriba condannando questa ricerca come già era avvenuto nel giugno del 1946 su “Rinascita”, tramite M. Alicata, contro “Il Politecnico” e via via con botte e risposte che in una parrocchia pretendevano una cultura di propaganda, nell’altra riflettevano di quanto il marxismo contenesse:

“parole per le quali ci è dato di pensare che la nostra rivoluzione può essere diversa dalle altre, e straordinaria. Può essere tale che la cultura non si fermi o che la poesia non decada ad arcadia, e noi dobbiamo almeno sforzarci di fare in modo che sia tale.” (Elio Vittorini, cit., 1947)

In che direzione è andata la Storia, fortunatamente, lo sappiamo ma allora l’Astrattismo era visto alieno ed alienante rispetto alle opere, per esempio, di Renato Guttuso… Persino alcuni del Gruppo Forma 1 cambiarono ad un certo punto strada: Mino Guerrini lasciò la pittura per dedicarsi al giornalismo e al Cinema, Ugo Attardi negli anni ’50 tornò al figurativo. Carla resistette e insistette: e divenne grande.

Fino al 1949 espone alle mostre del gruppo, nel 1950 ha la sua prima personale alla Libreria Age d’Or di Roma; l’anno dopo è a Milano: alla Libreria Salto è con gli artisti del MAC, Movimento Arte Concreta.

La sua cifra stilistica segnica è in quegli anni fluida e automatica, via via da minima scrittura si amplia, si dilata e si impone una riduzione cromatica dove il gesto, l’io, è tenuto lontano.

Ha un’importante personale del 1955 alla Galleria San Marco di Roma ed è presente, voluta da Michel Tapié, alla rassegna internazionale Individualità d’oggi (Galleria Spazio, Roma; Galerie Rive Droite, Parigi). Le donne artiste allora non erano molte, Carla deve aver lottato molto per essere come fu: instancabile, coerente, incisiva, in un mondo ancora dominato da uomini. La consacrazione è lì a due passi: nel 1964 avrà una sala personale alla Biennale di Venezia (già inserita con un’opera nel ’48, vi ritornerà nel 1976, nel 1978 e nel 1988 mentre nel 1997 farà parte, come consigliere, della connessa Commissione), quella della perdita del primato artistico italiano ed europeo a vantaggio degli USA. Ma questo è un altro racconto, mentre quello su Carla la vede accanto a un’altra grande donna, Carla Lonzi, che la presenta alla Biennale dello sbarco in forze dell’arte americana. Il sodalizio tra l’Accardi e la Lonzi sarà sotto il vessillo del pionierismo femminista grazie all’impegno in “Rivolta Femminile”, che darà luogo a una riflessione e a segni altri rispetto a quelli assertivi maschili e non l’allontanerà dall’Arte ma la allontanerà, invece, dal coerente radicalismo della Lonzi, e la porterà nella successiva (1976) esperienza militante della Cooperativa Beato Angelico.

Nel 1965 l’artista siciliana varia un poco il suo linguaggio che si accende – grazie a vernici fluorescenti – e sembra illiquidirsi – applicato su supporti plastici trasparenti – e dilatarsi: varca quindi la cornice ed entra nella vita, appropriandosi e modificando lo spazio. Erano, quelli, gli anni delle sperimentazioni povere e dall’uscita dalla dimensione del quadro: non dimentichiamo, anche, che nel 1966 alla galleria La Salita di Roma l’americano Richard Serra portò un maiale vivo dando vita a una sorta di performance zoologica come nel 1969 Kounellis farà, ma con cavalli – altrettanto vivi – nello spazio non canonico come lo era il garage di Via Beccaria a Roma di Fabio Sargentini; l’installazione cioè, divenne performance come già nel 1968 fu con Teatro delle Mostre, organizzata dalla Galleria La Tartaruga di Plinio de Martiis, e come l’anno dopo all’Arco d’Alibert di Mara Coccia farà Gianfranco Notargiacomo. A ben guardare, davvero sembra che le opere dell’Accarsi siano, “(…) già dagli anni ’50″, un suo “tentativo di spazio e ambiente.” (Luca Massimo Barbero, intervista di Laura Traversi su art a part of cult(ure) – http://www.artapartofculture.net/2011/03/31/carla-accardi-luca-massimo-barbero-lintervista-di-laura-traversi/

Negli anni Settanta l’Accardi rientrerà nella dimensione  a parete che, a ben guardare, non fu tanto rigida come ai primi tempi: sceglierà sì un alfabeto compositivo geometrico ma le grandi tele saranno chiamate, non a caso, Lenzuoli (li esporrà alla Galleria Editalia di Roma nel 1974); ma porterà avanti anche e ancora opere nello spazio con  installazioni.

In una griglia-quadro più tradizionale tornerà poi, dagli anni Ottanta, reiterando serialmente il suo segno-stilema, quasi a darsi un lemma basico su cui la costruzione di linguaggio si è retto saldamente: con qualche inciampo in un eccesso di compiaciuta bellezza. Ma è consentito, a una protagonista che ha imposto il rigore e la ruvida  essenzialità in quei lontani anni ‘del Dopoguerra? A noi pare proprio di sì…

Oggi l’Accardi ci lascia ma la sua opera, come quella di ogni grande autore, resterà: non solo nei libri, nelle case di collezionisti e nei musei di mezzo mondo ma come guida ideale poiché essa ha formato e avuto assistenti poi artisti a loro volta (Francesco Impellizzeri, Laura Palmieri…); e ha davvero trovato, come  efficacemente individuò già nel ’64 la Lonzi (nel catalogo della Biennale citata, la XXXII):

 ” un modo di visualizzare il caos degli stimoli psichici, di classificarli per affinità morfologica e intensità di suggestione, di controllarne l’indefinito fluire”.

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