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La mostra che non ho visto #54. Alberto Di Fabio

Alberto Di Fabio in un ritratto fotografico di Alessandra Morelli
Alberto Di Fabio
in un ritratto fotografico di Alessandra Morelli

Una Mostra non vista, una ragazza non baciata… Fa parte dell’uomo il desiderio di ottenere, di possedere l’impossibile.
L’equilibrio tra le varie entità fisiche e metafisiche, il sogno di aver visto un qualcosa che non si è visto ma che rimane vivo nella mente, sogno e realtà, spazio tempo, realtà parallele. Questi tipi di entità sono gli ingredienti delle mie opere.

Siamo tutti eruditi, ci siamo laureati, conosciamo la storia dell’arte e amiamo il contemporaneo. Quante cose vorremmo fare? Quante città vorremmo visitare? Chi vive a New York si vuole trasferire a Londra, chi sta a Londra vuole vivere a Los Angeles e cosi via…

Quanti amici si sono separati dai propri compagni? Vivi con una persona stupenda e vorresti amarne altre cento… Ciò che si è perso è il tempo biologico dell’uomo.

Spesso mi fermo a pensare che i ritmi quotidiani di vita sono sempre più veloci. Concentrarsi è sempre più difficile. Lavoro da diversi anni sul tema dell’elettromagnetismo di neuroni e sinapsi. Uno dei più grandi neurologi americani afferma in una sua teoria che i neuroni sono andati avanti di cinque secondi sul ritmo della nostra vita quotidiana. I neuroni si sono allontanati dal loro tempo biologico, sono sottoposti ad un’ansia continua. Siamo carichi di ambizioni, di informazioni e di sogni e non siamo mai contenti. È un vortice che si ferma solo quando respiriamo in maniera orizzontale – come un respiro yoga, tra la mente e lo stomaco – e ci accontentiamo di quello che abbiamo fatto durante il giorno. Lo dico sempre alle persone che mi sono vicine: cerchiamo di stare calmi, di concentrarci e scrivere una piccola poesia. Ciò che a me dà felicità sono le ore di concentrazione sulla stessa opera.

Dopo questo piccolo appunto neuronale, devo dire che spesso penso a una mostra che avrei voluto vedere, non l’ho vista ma ne ho sentito parlare, ne ho letto vari testi ed è sempre viva nelle mie opere, è la mostra di Lucio Fontana del 1949 presso la Galleria del Naviglio a Milano, l’Ambiente nero. Allestito per pochi giorni, è considerato la prima manifestazione creativa del gruppo spaziale, momento fondamentale per la storia dell’opera-ambiente. L’Ambiente, illuminato con la luce nera di Wood, fa gravitare forme fosforescenti appese al soffitto, con un effetto flottante, spaziale.

Fontana aveva dato vita con altri artisti a una serie di manifesti spaziali, a partire dal Manifesto Blanco pubblicato nel 1946 a Buenos Aires, nei quali viene affermata l’importanza dell’eternità del gesto creativo, piuttosto che della materia, un gesto nuovo che nasce da una consapevolezza tecnologico-scientifica del mondo moderno:

“Gli artisti anticipano gesti scientifici, i gesti scientifici provocano sempre gesti artistici.”

E’ il primo tentativo di liberarsi da una forma plastica statica; l’ambiente era completamente nero, entravi trovandoti completamente isolato con te stesso, ogni spettatore reagiva con il suo stato d’animo del momento, precisamente, non influenzavi l’uomo con oggetti, o forme impostegli come merce in vendita, l’uomo era con se stesso, colla sua coscienza, colla sua ignoranza, colla sua materia.”

Come egli stesso afferma, l’invenzione dell’artista spaziale consiste nell’evoluzione del linguaggio dell’arte e nell’impiego di mezzi nuovi che permettono allo spettatore di crearsi da sé, con la sua immaginazione e le sue emozioni, un tema figurativo per viaggiare nello spazio.

In connessione con la ricerca spaziale dell’Ambiente nero, negli stessi anni sviluppa il ciclo dei Buchi costruiti come ideali costellazioni.

Io buco… passa l’infinito di lì, passa la luce, non c’è bisogno di dipingere”

Sono gli anni in cui l’applicazione di nuove tecnologie fa nascere le prime tele e le carte-telate forate, sperimentalmente impiegate negli studi della RAI-TV di Milano per le proiezioni di “immagini luminose in movimento”. Questa figurazione cosmica è la risposta alle sollecitazioni della Pop art, con l’attenzione puntata alle conquiste dello spazio compiute dall’uomo, alle sue passeggiate nell’universo.
Proprio la relazione tra arte e scienza, lo spazio in relazione con il tempo, la fisica quantistica, il sistema sensoriale che ci dà la percezione dell’esistenza del bosone di Higgs, permettono di andare oltre la bidimensionalità della tela o la tridimensionalità della scultura creando un’opera dove è possibile entrare. “L’arte entra in una dimensione” sensoriale, è un qualcosa che ci fa sognare, che ci fa sentire la vita e la danza cosmica a diverse frequenze.

Democrito già nell’antica Grecia tramite i sensi percepiva l’esistenza dell’anti-materia, Anassimandro parlava degli “eoni” che oggi conosciamo come galassie. Il sensoriale percettivo è sempre attuale. Mentre lavoro desidero spesso di vivere l’installazione di Fontana, sogno di entrare dentro i sui lavori che diventano, per me, esercizi di elevazione e permutazione per la conoscenza e la rivelazione del dogma assoluto che cerco di trasmettere all’osservatore. Il mio obiettivo è produrre con una pittura, che resta bidimensionale, una sorta di elettromagnetismo, delle onde, per suscitare delle emozioni, come può fare un quadro optical o un’installazione sonora.

Anche se non ero ancora nato e non ho visto quella mostra a Milano è bello portarla sempre dentro di me.

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