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What’s the time: 22 anni di videoarte in una ex stazione ferroviaria

What’s the time ha rappresentato l’addio di Maria Vedder alla cattedra di Media Art presso l’UDK, l’Accademia di Berlino. Dopo più di vent’anni d’insegnamento, una delle pioniere della Videoarte in Germania e non solo, si ritira attraverso una mostra organizzata con i suoi ex allievi presso lo spazio ZK/U tra i cui fondatori, tra l’altro, ci sono ex alunni dell’UDK.

In questa operazione non c’è niente di nostalgico o commemorativo, anzi le opere della Vedder si sono perse e hanno dialogato con i video degli altri artisti presenti, vale a dire: Kaya Behkalam, Matthias Fitz, Mikko Gaestel, Niklas Goldbach, Simone Häckel, Boris Hasselbach/Transforma, Ariane Pauls Daniel Urria, Juliane Zelwies. Il concetto attorno al quale esperienze e video così eterogenei nei loro risultati ultimi convergono, è quello della ricerca di una definizione, non certo ultima, della dimensione del tempo. Un tempo tanto estetico quanto fisico. Attraverso coordinate, tracciate da Anja Osswald nel testo in catalogo, quali soggettivazione, post-digitale, vastità dello spazio e politica, l’operazione si snoda in maniera articolata e completa quasi come si trattasse di uno dei tanti corsi della Vedder stessa. La riflessione sul tempo è ben presente anche nella scelta delle opere in quanto ogni artista presenta due opere, una degli esordi ed una attuale.

Tra tutti i video presentati, naturalmente verrebbe da dire, uno dei più interessanti era proprio di Maria Vedder dal titolo Künstlerisches Arbeitsfeld oder das Geheimnis des Künstlerischen Schaffens. Il video del 1981 e girato a Colonia, è diviso in cinque parti che rifletto/riprendono cinque spazi diversi uniti però dal comune denominatore dell’azione che la Vedder porta avanti in ognuno di essi: vale a dire la costruzione di uno spazio artistico. Nonostante il concetto possa assumere ben presto valenze estetiche/speculative sulla condizione dell’artista all’interno di una società produttiva, l’azione della Vedder è tutt’altro che iperuranica, anzi: potremmo dire che è aristotelicamente radicata a terra in quanto l’artista, sia che si trovi a bordo di una piscina o sulla banchina di una stazione, è intenta a delimitarsi uno spazio attraverso il posizionamento di quattro paletti e del filo rosso. Ed ecco che a livello visivo nel giro di tre minuti, questa la durata di ogni episodio girato in Super 8, viene mostrato chiaramente un concetto altrimenti in-sintetizzabile. È interessante vedere poi come la Vedder difenda questo suo quadrato di autonomia dalle irruzioni dei passanti e dalle molestie dei bambini mettendo, attraverso il suo vestito bianco, ancora più in risalto la sacralità di tale spazio.

Notevole era ed è anche il video di Kaya Behkalam dal titolo Theran Reflections dove la riflessione non è intesa solamente come il pensare-su-qualcosa bensì la riflessione fisica di un oggetto su di una superficie. Ad essere riflessi in questo caso sono i murali ed i cartelloni di Terhan raffiguranti martiri e leaders religiosi. L’opera installata su due schermi posizionati diagonalmente, mostra da una parte il dipinto murale o il poster, comunque l’originale, e dall’altra la superficie che lo riflette, la copia. La riflessione, quella del pensiero, nasce proprio dal fatto che la riflessione, quella fisica, è colta su superfici precarie, non nitide, rovinate come specchietti retrovisori, pezzi di vetro, vetrine di negozi, quasi a voler metter in evidenza da una parte, la non chiarezza con la quale tali messaggi vengono veicolati, e dall’altra l’interferenza con la quale vengono recepiti.

Sempre Behkalam ha presentato poi un’altra opera dal titolo Excursion in the Dark capace di giocare con i forti contrasti di forma ed apparenza. Girato a Il Cairo nel 2011 dopo la cacciata del presidente Mubarak, il video ritrae la spettrale quanto mai inaspettata calma che regna dopo la mezzanotte per le strade del capoluogo egiziano. In un clima sospeso, causa coprifuoco, e totalmente opposto a quello che i media hanno proposto per mesi, la voce di Walter Benjamin attraversa il silenzio e cerca l’interpretazione onirica del dato storico. Altra opera interessante, proprio per questo gioco di rimandi tra interpretazione e visualizzazione, firmata da Juliane Zelwies dal titolo Stubenhocker era composta di undici piccoli monitor sparsi negli angoli e nei luoghi più angusti dello spazio espositivo. Stubenhocker è una parola tedesca dalla difficile traduzione che sta ad indicare colui il quale preferisce stare chiuso in casa piuttosto che uscire e fare nuove conoscenze. I piccoli video, in bianco e nero, raffigurano per la maggior parte immagini di roditori, scoiattoli, topi, e anguste intercapedini. L’operazione sottende dunque allo stanamento degli Stubenhockern portandoli ad avvicnarsi per forza di cose allo schermo assumendo posizioni contorte e scomode uscendo così dalla loro area protetta. Altra opera da segnalare è Ten, di Niklas Goldbach nella quale viene indagata tanto la questione del doppio e dell’altro, quanto quella degli oscuri processi del potere. Nel video dieci uomini, dieci copie dello stesso personaggio interpretato da Goldbach, si ritrovano in un hotel di lusso. I dieci Goldbach sono intenti a compiere azioni e rituali vuoti ed apparentemente privi di significato. La chiarezza, la perfezione estetica e la cura del dettaglio con il quale il video racconta, in maniera tutt’altro che narrativa, le azioni di questi personaggi mette in risalto la formalità del potere in netto contrasto con la sua vacuità estrema. La location del video, Atene, non fa altro che sottolineare, con il suo paesaggio notturno, questa incongruenza.

L’operazione organizzata da Vedder ed alunni ha trovato nella sede espositiva un respiro ed un signficato ancora più ampio. La mostra è ospita infatti nello spazio ZK/U (Centro per l’arte e l’urbanistica), ovvero un’ex stazione ferroviaria nel cuore del quartiere di Moabit. ZK/U rappresenta ancora lo spirito pionieristico della Berlino appena riunificata tra occupazioni e spinte sociali. ZK/U si pone infatti tanto come centro di sperimentazione per le arti visive, comprendendo tra esse anche l’urbanistica, quanto come luogo d’incontro per gli abitanti del quartiere mettendo in luce, come detto, ancora una volta quel carattere indipendente di inizio anni 90.

Info

  • What’s the time?
  • 22 Jahre Videokunst
  • Maria Vedder und Alumni der Klasse Medienkunst
  • Univerisität der Künste, Berlin
  •  With works by: Kaya Behkalam, Matthias Fitz, Mikko Gaestel, Niklas Goldbach, Simone Häckel, Baris Hasselbach/Transforma, Ariane Pauls, Daniel Urria, Maria Vedder and Juliane Zelwies.
  • Zentrum für Kunst und Urbanistik ZK/U
  • Siemensstrasse 27
  • 10551 Berlin, Moabit

 

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