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People and the city #4. Il tempo che trascorre a volte ci trova fermi con noi stessi

E’ passato un altro mese sul progetto, un mese di fermo per cercare di far decantare la moltitudine di input ricevuti dall’esterno.
E’ stato come lasciarsi andare alle onde del mare in una giornata pigra in cui anche fare il morto a galla può essere un’impresa. E’ stato come guardare dalla spiaggia il grande mare con il suo moto incessante e sentirsi ancora più fermi e ancora più persi nelle fila delle ultime frasi lasciate alla risacca degli ultimi lettori ritardatari. Il sole a riscaldare il viso e dentro un vuoto che permette solo di avere a che fare con se stessi, un momento magico in cui si deposita la  polvere anche sulle parole, di immobilità assoluta in cui i significati sono sospesi in attesa di un verdetto più esplicatore che risolutivo.
La calma di chi ha tempo, di chi non vuole perdersi nel ricatto spaziotemporale di un’attesa ma gioisce dei piccoli cambiamenti, lievi segnali della vita che scorre, momenti delicati in cui ci si può permettere di dedicarsi all’arte della correzione dello stile, della percezione dei piccoli dettagli, quelli che generalmente sfuggono nella rincorsa di obiettivi con scadenza. Come perdersi indolentemente dietro la luce di un raggio di sole che illumina i movimenti di minuscoli granelli di polvere nell’aria, un leggero  sbadiglio a ricordare la stanchezza accolta con letizia.
Guardare nuovamente le foto conosciute e cercare qualche possibile personaggio nuovo tra le forme appena accennate dei passanti che le albergano, qualcuno che possa aver incontrato la signora coi capelli bianchi o la  ragazza con la coda alta o l’uomo con gli occhiali da sole… che scalpitano, aspettano sospesi tra le righe delle loro storie che qualcosa o qualcuno interrompa l’attesa e dia un nuovo corso al loro destino romanzato, sembrano quasi chiamare con voce leggera sussurrando.
Loro hanno la fretta che controbilancia la lentezza con cui questo mese ha preso corso e si è dipanato lungo i percorsi già tracciati.
Ma non c’è stata la voglia di dare un seguito, più un bisogno di lavorare su un fermo immagine, guardare meglio i personaggi, ripassare i lineamenti con più forza, per non farsi sorprendere dalle possibilità. La vera innovazione questo mese è stata l’immobilità, scoprirne i vantaggi e stiracchiarsi pigramente, cambiare posizione solo per inerzia, per sentire meglio le dita dei piedi vibrare e tendersi continuando a restare nella contemplazione di cosa in questi mesi è giunto sulle pagine virtuali che riguardano il social book.
Qualche foto cittadina, in viaggio o turistica, qualche commento timido, gli apprezzamenti dei seguaci fedeli della pagina facebook, che non smettono mai di mostrare interesse e danno un senso alla ricerca costante di nuovi stimoli del progetto.
Qualche nuovo interessato proveniente dai gruppi di linkedin che sta annusando l’aria prima di provare a partecipare. Poi il risultato è stato la scelta di usare un contributo letterario di un artista metropolitano che ha appoggiato il suo personaggio eccentrico tra i post con nonchalance, che sembrava più disegnato, e quel disegno è tornato su un foglio tra le mani del ragazzo con il cappello panama il giorno della mostra.
Grazie Matteo Iammarrone per la partecipazione. E questa nuova uscita la lascio con indolenza e intento, con una scommessa tra immobilità e attività a scoprire quale delle due sia più produttiva, ma questo lo scopriremo solo il prossimo mese.

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