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Una grande illusione -The great illusion. Non dell’arte ma dell’amore tascabile. Intervista a Manuela De Leonardis

La grande illusione / The great illusion a cura di Manuela De Leonardis è una mostra enciclopedica e ciclopica: due aggettivi con assonanza che nasce dalla scorsa del lungo elenco degli artisti invitati. Sono davvero tantissimi:

Minou Amirsoleimani, Valentina Angeli, Marco Baldicchi, Alessandra Baldoni, Enzo Barchi, Heidi Bedenknecht-De Felice, Claudio Bianchi, Benedetta Bonichi, Claudio Bonichi, Paolo Buggiani, Maila Buglioni, Viviana Buttarelli, Alejandro Caiazza, Pamela Campagna, Claudio Cantelmi, Carlo Cecchi, Bruno Ceccobelli, Consuelo Celluzzi, Franco Cenci, Claudia Chianese, Rupa Chordia, Fabrizio Cicero, Laura Cionci, Letizia Colella e Renata Del Medico, Dario Coletti, Vera Comploj, Teresa Coratella e Nora Lux, Claudio Corrivetti, Angelo Cricchi, Chiara Dellerba, Tommaso De Dona, Benjamin Demeyere, Simon d’Exéa, Claudio Di Carlo, Mauro Di Silvestre, Gianni Dorigo, Elena El Asmar, Stefano Esposito, Laura Facchini, Gaetano Fanelli, Angela Ferrara, Candida Ferrari, Inès Fontenla, Giovanni Gaggia, Pietro Gagliano’, Antonella Gandini, Eugenio Giliberti, Gianni Godi, Guido Guidi, Archana Hande, Susan Harbage Page, Satoshi Hirose, Iginio Iurilli, Mojmir U. Ježek, Mikhail Koulakov, Luca Lavatori, Giusy Lauriola, Lemeh42, Emilio Leofreddi, Loredana Longo, Lorenzo Lupano, mad|is|dead, Sergio Marcelli, Melissa Marchetti, Graziano Marini, Leonardo Martellucci, Sergio Meloni, Maria Carmela Milano, Patrizia Molinari, Silvia Morera, Carla Mura, Elly Nagaoka, Massimo Nardi, Melina Nicolaides, Giacinto Occhionero, Franco Ottavianelli, Luigi Pagano, Mirko Pagliacci, Daria Paladino, Angela Palmarelli, Daniela Papadia, Valentina Parisi, Stefano Parrini, Daniela Perego, Luana Perilli, Emanuela Petrini, Grezzo Piacentimi, Antonio Picardi, Francesca Romana Pinzari, Franco Profili, Pupillo, Claudia Quintieri, Quraish (Mohammed Quraiseh), Carlo Rocchi Bilancini, Mimmo Rubino, Massimo Saverio Ruiu, Virginia Ryan, Jack Sal, Lorella Salvagni, Jackie Samosa, Francesco Sannicandro, Suzanne Santoro, Paco Simon, Jolanda Spagno, Rita Soccio, Giuliana Storino, Lino Strangis, Silvia Stucky, Pio Tarantini, Claudia Tröbinger, Franco Troiani, Roberta Ubaldi, Gloria Valente, Delphine Valli, Fernanda Veron, Irene Veschi, Stefano Veschini, Alessandro Vignali, Maria Angeles Vila, Rita Vitali Rosati, Michele Welke, Fiorenzo Zaffina, Luca Zampetti.

Moltissimi di Roma o di stanza nella Capitale, dove Manuela De Leonardis vive e lavora e dove la mostra ha avuto casa. Un battaglione di autori, insomma, per una tematica curiosa: non solo l’Amore, che è sicuramente soggetto principale della stessa collettiva e degli oggetti esposti ma i romanzi rosa che l’Amore hanno a loro volta come protagonista della propria semplice narrazione. Ci riferiamo a quei libri dalla trama stereotipata, rivolti ad un pubblico essenzialmente femminile e scritti con linguaggio mirato a toccare le corde del sentimento, a smuovere la passione sopita e a tranquillizzare che “tutti vissero felici e contenti” alla fine di un percorso accidentato degno di Giulietta e Romeo della porta accanto, dei Promessi sposi da Soap Opera: più West Side Story che William Shakespeare… Talvolta si incappa in un linguaggio forbito, il più delle volte banale. Certo è che questa letteratura di serie minore e commerciale ha avuto una grandissima fortuna e la produzione di pubblicazioni di questo tipo non si contano poiché saranno milioni…

La curatrice ne ha trovati una enorme quantità nell’aprile 2013 a Roma, accanto ad un cassonetto per i rifiuti: in formato pocket, scritti in lingua inglese e pubblicati negli Stati Uniti tra il 1984 e il 2012. Il titolo, La grande illusione / The great illusion, allude ironicamente proprio al contenuto di 123 romanzi rosa dei 128 originari, punto di partenza per altrettanti artisti invitati dalla curatrice a riflettere sul tema in oggetto: a ciascun artista è stato consegnato un libro perché fosse interpretato nella totale libertà creativa, cosa che ognuno ha fatto nei modi e nei termini che appartengono alla propria ricerca visiva.

“L’idea dell’amore romantico a cui sottendono questi romanzi (univocamente in chiave eterosessuale), passionale, trasgressivo, adrenalinico che illusoriamente nutre la fantasia e i sogni di avide lettrici, è una via di fuga che diventa formula consolatoria attraverso l’invenzione letteraria. Le reali dinamiche all’interno dei rapporti amorosi e le implicazioni del contesto, sono soltanto parzialmente (e temporaneamente) riconducibili agli stereotipi proposti da questa letteratura di genere. Centoventitre le interpretazioni personali degli artisti che offrono ulteriori stimoli di riflessione.”

Chiediamo a Manuela De Leonardis lumi su questo suo progetto.

Manuela, mi sembra che tu abbia una passione enciclopedica che sembra essere la cifra stilistica dei tuoi progetti: dai tre libri realizzati ed editati con Postcart a Cake, libro dove avevi conservato un ricettario che hai fatto interpretare agli artisti invitati… Ora questa originale nuova proposta… Mi sbaglio su questo tuo gusto enumerativo?

“Sicuramente c’è una grande passione per il libro – anche come oggetto – pagine da sfogliare e da annusare, non solo da leggere. Ma anche da riscoprire. Forse mi porto dietro un gioco che facevo da piccola, che era proprio quello di andare a scoprire i libri di famiglia. Alcuni sono molto antichi, come il manoscritto in volgare del 1489 su cui il professore di Paleografia e Diplomatica, all’Università, avrebbe voluto farmi fare la tesi di laurea.”

Come è nata l’idea della mostra? So che anche qui, come in Cake, il “caso” ha fatto la sua grande parte, quasi duchampianamente… lo individuo addirittura come uno dei temi portanti dell’esposizione…

“Sì, il caso c’è, ma non è mai casuale… Mi sono imbattuta nel ricettario anonimo (scritto a mano), che poi è diventato Cake, in un charity shop di Londra. L’ho pagato 50 pence.
I romanzi d’amore, invece, erano in due buste lasciate accanto ai cassonetti dell’immondizia a Roma, sulla Cassia, dove abito. I libri non si possono buttare! Questa è la considerazione che mi ha spinto a prendere quelle due buste e a portarle a casa. Devo ammettere, però, che quando ho visto il contenuto – 128 romanzi d’amore trash – ho messo in dubbio il mio gesto istintivo.”

Un altro tema, forse il più evidente, che questa mostra pratica, con i suoi artisti e le loro opere tanto difformi, è l’Amore; anche il Libro, seppure qui nella sua forma di letteratura minore entra in gioco; quindi, Lettura e Sentimento creano un binomio inscindibile: come lo hai inteso, tu? Come gli artisti?

“Come dicevo, trattandosi di romanzi che propinano un amore stereotipato e abbastanza fasullo, ho pensato immediatamente di coinvolgere una serie di artisti – tanti quanti i libri (in mostra, essendoci state cinque defezione, le opere sono 123 sui 128 libri iniziali) – per approfondire il tema, proponendo una visione molto più ampia. Forse, nel fondo, c’era anche un’idea di riscatto dei libri stessi, a cui veniva data un’altra possibilità.”

Peccato si parli solo di passione eterosessuale… ma i romanzi, quei romanzi, non contemplavano altra possibilità; come avete affrontato questo limite?

“Quei romanzi – scritti tutti in lingua inglese e pubblicati prevalentemente negli Stati Uniti negli ultimi trent’anni – parlavano solo di amore uomo/donna, passioni edulcorate, inossidabili visioni sognanti di principi azzurri a cavallo di Rolls-royce… Ma la vita si sa, è ben diversa…
Ce lo ha mostrato Massimo Ruiu che per la realizzazione della sua opera ha utilizzato sterco di vacca: il romanzo che gli era stato consegnato era ambientato in Texas, popolato da tante mandrie quante sono le donne che sognano amori impossibili, magari nutrendo le loro illusioni attraverso i romanzi rosa e vivendo una vita di merda. L’artista statunitense Susan Harbage Page, invece, ha avvolto il suo romanzo con del cordoncino nero per manifestare il suo disappunto sulle idee sbagliate a proposito dell’identità di genere e delle false dichiarazioni contenute nelle pagine del libro. Suzanne Santoro arriva addirittura ad ipotizzare che l’autrice del libro (tale Betty Neels), vista la forte impronta patriarcale, possa essere un uomo e non una donna, affermando che:

“E’ orribile che venga riproposta in questo libro una chiamata all’ordine: una caccia al marito ideale di un’eventuale moglie ideale. Ogni donna necessita della vita che vuole e del tipo di amore che desidera, o di accettare la vita che si trova a vivere anche restando sola, libera da costrizioni psicologiche (gelosie pericolose, violenze) o ricatti economici. Lo stare da sola può concedere una vita più riflessiva e creativa, come propone Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé.”

Quanto all’intervento di Maria Angeles Vila Tortosa è una riflessione sui matrimoni di convenienza in cui:

“la maggior parte delle volte, venivano e vengono dimenticati i valori fondamentali dell’amore tra due persone, creando un’unione tra sconosciuti che spesso finisce in una grande amarezza e delusione.”

Molti artisti – tra loro Elly Nagaoka, Mad is dead, Leonardo Martellucci, Inés Fontenla – hanno bruciato il libro con intenti diversi – altri lo hanno cancellato, azzerandolo o rendendolo illeggibile (Delphine Valli, Jolanda Spagno).

L’ironia è la chiave di lettura di molte opere (Loredana Longo, Alessandra Baldoni, Simon d’Exèa, Franco Cenci, Fiorenzo Zaffina, Lorella Salvagni, Paolo Buggiani, Jack Sal, Satoshi Hirose), ma non è esclusa neanche la possibilità di sognare, come propone Laura Facchini con il suo cuscino di un vecchio corredo su cui ha ricamato il libro intero, oppure Francesca Romana Pinzari con Acchiappasogni. Filo, ricamo e sutura appartengono anche al linguaggio artistico di Giovanni Gaggia e Maila Buglioni, mentre Virginia Ryan, ricorrendo al tessuto africano, gioca sul binomio sesso/esotico facendo cambiare la pelle al protagonista maschile raffigurato nella copertina del libro. Lì dove Lemeh42 focalizza l’attenzione sul dramma dei migranti, disegnando su tutte le pagine del libro i volti dei rifugiati arrivati in Italia, mentre Rita Soccio parla della declinazione tragica dell’amore che si traduce troppo spesso in femminicidio. L’artista indiana Archana Hande, in The Bride Thief (urf Barbie), associa amore perfetto a corpo perfetto, rimandando all’immagine di un’icona con cui devono fare i conti le bambine degli ultimi settant’anni:

“In questo lavoro faccio a pezzi la Barbie, in modo che sarà difficile unirli nuovamente; mentre il libro è totalmente incollato, tanto che nessuno potrà più leggerlo e li metto dentro una scatola di cartone poco attraente: quello che sto cercando di vendere come pacchetto è la disillusione di un mito.”.

A proposito di miti e disillusione anche la cipriota Melina Nicolaides ribalta la visione idilliaca del suo paese, mitologicamente luogo di nascita di Afrodite (e quindi associato ad una serie di significati stereotipati) per puntare il dito sui problemi reali e oggettivi della contemporaneità di una “Enclave minuscola ultraglobalizzata e artificialmente ri-colonizzata da idee, informazioni, prodotti, persone.”. Il critico Pietro Gaglianò – anche lui coinvolto in questa follia creativa – trasforma la protagonista femminile di After the Affair in uomo, convertendo tutti i pronomi, gli aggettivi possessivi, alcuni sostantivi e alcune locuzioni senza alterare mai la trama. Interventi che Gaglianò realizza con la penna rossa,trasformando “she” in “he”. She è anche il titolo dell’installazione di Letizia Colella e Renata Del Medico che stagliuzzano le parole del libro distribuendole nelle 11 bottiglie di vetro, segnando su ciascuna etichetta il numero differente di parole corrispondenti. Messe in successione, le etichette ricostruiscono la frase “Her sigh of contentment when she felt the reality of him”, tratta dal capitolo VII, pag. 120, di The Proud Wife (edizione Harlequin). Quanto a Vera Comploj con Waiting Game ci racconta un’esperienza che le è accaduta tre anni fa a New York, dove vive dal 2009:

“come si suol dire, a volte la realtà supera la finzione, persino quella dei romanzi rosa.”

Insomma, come afferma Claudio Bonichi:

“Centoventotto artisti a caccia del grande illuso o della grande illusa, pronti a tracciarne l’identiKit, correndo il rischio di trovarsi, alla fine, davanti ad un autoritratto…”. 

Se una piccola osservazione debbo fare rispetto a questa collettiva riguarda la vastità e disparità degli artisti invitati, che ha comportato, a mio avviso, un (inevitabile?) su e giù dell’asticella qualitativa. Questo ad altri ha dato, invece, un’idea di democraticità tanto da fare una citazione ardita, ovvero con Sgarbi e il “suo” Padiglione della Biennale di Venezia. Ci dai un’indicazione che ci chiarisca come hai selezionato gli autori invitati (e persino una giovane curatrice nelle insolite vesti di artista) e perché hai dato l’impressione di un’arretramento critico in favore di un’apertura onnicomprensiva?

“Il progetto è nato in maniera istintiva e autonoma. Ho iniziato a coinvolgere artisti che conoscevo personalmente, poi nel giro di pochissimo tempo – considerando che ho trovato i libri a fine aprile 2013 e i primi di giugno erano stati già tutti assegnati e spediti o consegnati in Italia e all’estero – si è creata una rete tra artisti e critici (ad esempio Federica La Paglia, Loredana Longo, Gabriele Tinti, Giovanni Gaggia, Stella Marina Gallas, Franco Profili e tanti altri hanno segnalato questo progetto ad altri artisti). Artisti di generazioni diverse – alcuni particolarmente noti – che ho lasciato che interpretassero il tema dell’amore nella piena libertà. Questa è la forza – e probabilmente anche il limite – di un’operazione completamente indipendente. Del resto l’amore non è un grande caos? Devo, però, contestare la citazione “ardita” del Padiglione di Sgarbi, intanto perché le opere de La grande illusione sono state tutte realizzate appositamente per la mostra, partendo dal libro consegnato a ciascun artista. Poi, perché, come ci tengo a sottolineare, dietro non c’è alcun interesse economico, se non quello che le opere sono state generosamente messe a disposizione per la vendita con finalità benefica, gestita dall’Associazione L’Arte della Memoria. Le opere rimaste invendute – come era chiaro fin dall’inizio – rimangono di proprietà degli artisti.

Lo spazio della Temple Gallery è davvero molto bello anche per la sua frequentazione studentesca internazionale: come si sono rapportati i giovani americani con questa “invasione” pacifica tanto particolare?

“Questa è una domanda che va girata a Shara Wasserman, responsabile dello spazio espositivo, che a sua volta ha accolto questo progetto a scatola chiusa e con entusiasmo fin dalla scorsa estate.”

Un’ultima domanda riguarda il citato Cake: in che senso questa mostra è un veicolo di fund raising a sostegno del progetto CAKE per Bait al Karama Women Centre?

“Ho cercato un collegamento tra i due progetti di cui sono ideatrice e curatrice che, come dicevo inizialmente, hanno in comune un oggetto-libro. Personalmente (forse cinicamente) penso – benché abbia un compagno che amo e stimo – che la formula di amore più resistente sia quella della solidarietà. Ho scelto di supportare un’iniziativa che ho trovato convincente per una serie di motivi. Bait al Karama (in italiano significa Casa della Dignità) è stata creata per dare posti di lavoro alle donne palestinesi di Nablus. E’ una scuola di cucina – primo Convivio Slow Food in Palestina – dove la tradizione è il punto di partenza per guardare al futuro.”

Info mostra

  • La grande illusione
  • a cura di Manuela De Leonardis
  • Finissage giovedì 6 marzo 2014 – orario non-stop 14,00-18,00
  • Promoter: Associazione Culturale L’Arte della memoria
  • Gallery of Art, Temple University Rome
  • Lungotevere Arnaldo Da Brescia, 15 | 00196 Roma
  • Info 063202808
  • catalogo con testi di Manuela De Leonardis e schede a cura degli Artisti
  • artedellamemoria@libero.it
  • Partner tecnici:
  • Studioidea SRL, Monterotondo (Roma)
  • Gallery of Art, Temple University Rome
  •  Con il patrocinio di ROMA CAPITALE

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