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La mostra che non ho visto #55. Federico Cozzucoli

Federico Cozzucoli in una sua elaborazione digitale da una foto di Susanna Beatriz Soriano
Federico Cozzucoli
in una sua elaborazione digitale da una foto di Susanna Beatriz Soriano

Da quando vivo in Sardegna, sia per la distanza geografica, sia per la difficoltà nello spostarmi, dovuta a una non adeguata presenza di mezzi di trasporto, sono tante le mostre che avrei voluto vedere e non ho visto.

Del resto, ho deciso io di isolarmi, dopo sedici anni dedicati a cercare di presenziare a tutti i vernissage delle gallerie romane (ho vissuto a Roma dal 1996 al 2010), dove per lo più ero ignorato, e a mia volta ignoravo tutti, per dedicarmi alla visione di ciò che stava appeso o proiettato sui muri o poggiato sul pavimento. Le mostre, oltre l’istruzione nelle Pontificie Università e nell’Accademia di Belle Arti, sono state la mia vera palestra culturale, il mio confronto con il mondo dell’arte e il linguaggio contemporaneo, che è diventato un amore di cui non riesco più a fare a meno.

Ciò che mi manca di più però sono le grandi mostre, quelle istituzionali dove i lavori degli artisti venivano da tutto il mondo, quelle che ad un pigro come me permettevano di viaggiare rimanendo in Italia, senza incorrere nel pericolo e nel disagio di dover parlare una lingua straniera o biascicare il pochissimo inglese che conosco.

Ricordo in ordine sparso: la mia prima, credo, mostra vista a Roma dedicata all’altare di Pergamo alla Fondazione Memo; il mio primo incontro con Burri in una mostra antologica a lui dedicata al Palazzo delle Esposizioni; la mostra di Matisse ai Musei Capitolini – oltre a spendere i soldi del biglietto comprai persino il catalogo, allora ero uno studente in canna: non che le cose sia molto cambiate. In un’altra mostra alle Scuderie del Quirinale vidi la Danza di Matisse insieme ad altri quadri provenienti dai musei di San Pietroburgo; sempre alle scuderie del Quirinale ricordo la grande mostra dedicata ad Antonello da Messina, la cui iconografia di San Sebastiano ha ispirato un mio lavoro fatto in questi ultimi anni, ma non ancora esposto.

Ma una mostra che è rimasta particolarmente nella mia memoria, in maniera mitica visti i miei studi dedicati alla teologia e all’arte sacra, é quella dedicata al volto umano di Cristo, realizzata per il Giubileo del 2000 al Palazzo delle Esposizioni.

Una riflessione di come l’arte possa mediare i valori della religione e del misticismo cristiani. Proprio questa mostra si lega alla mostra che non ho visto e che avrei voluto vedere: quella dedicata a Costantino a Milano nel 2013, nell’anniversario dell’editto di Milano del 313 che ha sancito la libertà di culto per il cristianesimo.

La mia curiosità sicuramente era per i reperti, provenienti da tutti i musei d’Europa, che narravano la nascita dell’arte cristiana, ma soprattutto mi interessava l’analisi sotto traccia che si era fatta sul significato di quell’editto, che sanciva l’inizio del teocrazia cristiana.

Nell’antichità religione e politica non erano poteri distinti e contrapposti, e passeranno secoli perché si affermi il teorico principio ‘libera Chiesa in libero Stato’, ma l’imporsi del cristianesimo come religione dello Stato, conseguenza dell’editto di tolleranza di Milano, ha tolto divinità all’imperatore, e i cristiani, del resto, sono stati perseguitati proprio per questo motivo: non volevano adorare l’imperatore. La divinità-imperatore con l’editto del 313, non immediatamente e consapevolmente, trasferisce sull’uomo Dio Gesù Cristo la propria regalità. Tra un reperto e l’altro, tra un ritratto di Costantino e di sua madre Sant’Elena, avrei letto forse cartelli didattici e intuito l’idea della nascita di un’Europa cristiana che diventerà evidente nell’effige del futuro Sacro Romano Impero.

Del resto, si parlava di radici cristiane dell’Europa, almeno fino a quando era in vita Giovanni Paolo II e regnante Benedetto XVI, ma si è subito obiettato che si dovesse parlare anche di altre radici culturali: quella ebraica, sempre presente e sempre perseguitata e ghettizzata; quella islamica, in continua lotta armata e contrapposizione dialettica con il cristianesimo, portatrice di nuove scoperte matematico-scientifiche; quella frutto della Rivoluzione Francese, i cui valori laici illuministi sono la base fondativa dei moderni Stati Europei. Ma l’idea di Sacro Romano Impero come elemento unificatore rimane fino a Napoleone che nella sua laicità e anti-cristianesimo volle cingersi della corona Imperiale. Nel 1805, nel Duomo di Milano, egli si impose da solo la corona sul capo, pronunciando la frase: “Dio me l’ha data e guai a chi me la toglie!”.

Ci sarà stata, tra i reperti esposti, la Corona Ferrea usata anche da Napoleone, la Corona di Re d’Italia segno del potere imperiale, ricavata secondo la leggenda da uno dei chiodi della croce di Gesù e per questo anche reliquia conservata nel Duomo di Monza?

Purtroppo non sono stato a vedere la mostra, ma ci volevo veramente andare?

Le scuse per non esserci stato le ho: la paura di essere deluso nelle aspettative, la pigrizia di superare distanze e disagi. Sicuramente stavo realizzando un importante progetto culturale… e non mi sono neanche procurato il catalogo per vedere le immagini dei reperti esposti e l’apparato critico, ho solo letto alcune benevole recensioni, che parlavano di una notevole affluenza di pubblico. Mi sono chiuso nelle mie elucubrazioni mentali, che qualcuno giudicherebbe in maniera meno benevola. Del resto io, come i santi cristiani del IV secolo che non subivano più le persecuzioni imperiali, mi sono dato all’eremitaggio culturale senza raggiungere la santità e la notorietà, dedicando all’Altro da me il fare arte sacra contemporanea. Mi sarà possibile?

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