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Ciao, Freak

Un altro pezzo di musica italiana, ma di quella disallineata, se n’è andato nel mese di febbraio.
Dopo i lutti di Lucio Dalla, Enzo Jannacci, Little Tony, Franco Califano, Claudio Abbado, Valerio Negrini (il quinto Pooh) e, recentemente, di Francesco Di Giacomo (del Banco di Mutuo soccorso) – a 67 anni il 21 febbraio -, nella notte tra 11 e 12 è stato il triste turno di Roberto Freak Antoni, il frontman degli Skiantos.
Leader di una formazione storica che ha sempre rappresentato il vertice della musica demenziale italiana, pur nella pienezza di capacità tecnico-musicali ragguardevoli e ovviamente modello e fonte di ispirazione per Elio e Le Storie Tese, Freak Antoni si è congedato da noi, e dalla brutta malattia che l’aveva minato, all’età di 59 anni; ne avrebbe compiuti 60 il prossimo 16 Aprile. “Se non altro la malattia mi ha fatto smettere con la droga”, scherzava un anno fa Antoni, che d’altro canto fu forse il primo a dire che “La vita è una fregatura”, una tra le tanti frasi divenute slogan di una generazione colpita dall’acume ironico di chi faceva notare quanto fosse inutile (già 20 anni fa) pretendere qualcosa “da un paese che ha la forma di una scarpa”.

Sin dagli esordi, nel 1977 a Bologna, gli Skiantos anticipando proprio il Movimento di quell’anno, hanno manifestato in forma arguta, stimolante e irriverente la loro protesta con pezzi entrati a buon diritto nella leggenda come Mi piaccion le sbarbine e Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti, da cui il titolo omonimo del suo libro-manifesto (nove in totale le sue pubblicazioni). A proposito della doppia valenza, demenziale e culturale, delle sue produzioni, ci sembra illuminante (per chi non l’abbia conosciuto) una sua dichiarazione:

“Nelle nostre canzoni abbiamo sempre mescolato due livelli, quello alto, escatologico, di impegno politico, e quello basso, scatologico, gergale… Ma la poesia ci insegna che non ci sono parole proibite, è solo la retorica che le divide in auliche o di basso livello. Ed è proprio la retorica, intesa come atteggiamento di supponenza ed ipocrisia, che rende volgari le cose”.

Nel 2012 Antoni, raffinato paroliere, oltre che scrittore e performer, aveva lasciato gli Skiantos per intraprendere una carriera da solista, ma poco dopo è stato colpito dalla malattia. Ora noi, in attesa di verificare se davvero, come è stato chiesto da più parti, il Festival di SanRemo ricorderà degnamente l’attività musicale e culturale di Roberto Freak Antoni, per ricordare il geniale personaggio senza cedere alla spirale della malinconia, scegliamo di rievocare uno dei suoi fantastici concerti con il gruppo attraverso una nostra recensione d’annata, nella convinzione che al Freak avrebbe fatto piacere. Nel ’79, in un celebre concerto al PalaDozza, gli Skiantos salirono sul palco senza suonare, e si misero a cucinare spaghetti. Mentre gli spettatori, infuriati, gli lanciavano di tutto, Freak Antoni rispondeva con l’ormai celebre frase:

“Questa è avanguardia, pubblico di merda”.

Dai tempi del ’77, quando il pubblico era impreparato a simili proposte perché anche il punk da noi arrivò col solito colpevole ritardo, la situazione s’era evoluta, i “35 anni di grandi insuccessi” come li definiva il leader, e “la fatica di nuotare controcorrente”, avevano in parte ripagato la sua “voglia di pretendere più considerazione da pubblico e critica”. Questo può essere rispecchiata dall’entusiasmo del pubblico e da quello con cui noi ne scrivemmo, all’indomani di quel concerto del 6 Marzo 2009 a cui si riferiscono le righe seguenti.

Baby, sei uno Skiantos!
Per non restare ancorati ad una lettura superata della sopportazione, si sono riuniti al Circolo degli Artisti venerdì 6 marzo un buon quantitativo dei rappresentanti di quella elite di massa di cui parlano alcuni sociologi, a loro volta ipnotizzati dal frenetici ritmi di consumo e produzione di libri, dischi e frittatine in padella. Sto parlando di quella ampia fetta di pubblico dell’industria culturale, non la solita nicchia, che giunge ad avvertire con nettezza l’assurdità insita nell’essere soggiogati da un cantautore o da un saggista (per questo gli Skiantos declamano:

“Siete un pubblico di merda / applaudite per inerzia / Compran tutti i cantautori / come fanno i rematori / quando voglion fare i cori / che profumano di fiori / A me piace scoreggiare / non mi devo vergognare!”).

Questo cospicuo segmento di pubblico è portato a porre in relazione questa difficile condizione emotiva innescata dai paradossi contemporanei non con la magia enigmatica dell’equinozio ma con il rifugio sicuro nell’ozio, pur creativo, o nel proletariato intellettuale. Soprattutto di questo tipo di individui consapevoli e reattivi si componeva la folla che gremiva il mitico locale romano durante il concerto proprio degli Skiantos, il gruppo burlesco di rottura che sin dal ’77 propone con esuberanza da invasati il dettato di una logica illogica che, in contrapposizione al buon senso e alle carinerie del Conservatorio, si spiega forse col declino del senso del sacro e con la preoccupazione ormai diffusissima di proteggersi piuttosto l’osso sacro dagli assalti alle spalle.

E se la nautica da diporto non conosce crisi, navigare a vista nel rock demenziale è un lusso necessario, specie se uno non preferisce affogare nella melma laccata dei tuguri del Grande Fratello. Nei confronti di queste folle avide di Senso, il taumaturgo Roberto Freak Antoni offre il miraggio di una chiarificazione del tutto, presentando l’ultimo CD del gruppo, dal titolo Dio ci deve delle spiegazioni. A lui (senza la maiuscola), cioè ad Antoni si deve invece il conio della stessa definizione “rock demenziale”, che almeno sugli Skiantos si attaglia perfettamente, essendosi nel corso di una lunghissima carriera distinti col mignolo abbassato, ma il medio alzato, come uno stuolo di guastatori che agiscono sul linguaggio basso, da un momento all’altro riconducendolo alle più ostruite cloache (si sono anche qualificati come “l’unico gruppo che parte dalle cantine per arrivare alle fogne!”) o riscattandolo come strumento di una poetica d’avanguardia intesa in senso ipercritico e catramoso. Durante il concerto, come secondo la loro migliore tradizione, che fa di tutto per non essere aulica, non sono mancati infatti i momenti di interazione di stampo punk o dadaista (fate voi, a questo punto) col pubblico; diversi capi di lingerie femminile tirati sul palco o comparsi dal nulla, hanno ricoperto un’asta, ma solo quella del microfono, e chi disponeva della materia prima, immaginiamo che avrà sgrullato la propria ragazza, al grido di: “Piccola, stasera sei uno Skiantos!”, mentre più tardi il Freak Antoni ha preso a fingere di suonare un violino e ai numerosi contestatori (tutti violinisti, ovviamente) che lo bersagliavano con commenti salaci o complimenti insinceri ha risposto piccato:

“Non capite niente, questa è avanguardia!”

Capita che quando gli artisti sono troppo avanti, scavalchino gli steccati del decoro manierato e delle convenienze musicali per sostenere le ragioni degli spiriti indomabili: Sono un ribelle, mamma, vai a dormire non star sveglia nella stanza…” è ormai un inno dei nottambuli casalinghi di ogni etnìa. Ma la vocazione da elite di massa del gruppo riappare quando Antoni si presenta con un mantello bianco e foglie di lauro alle tempie, in una citazione del compianto John Belushi di Animal House nella scena dello scombiccherato toga party. E’ il cantante stesso degli Skiantos in un’altro momento dello show, a riconoscere di essere “oscenico”, come front-man.

A partire dai tre pezzi in apertura di concerto, tratti dal loro ultimo lavoro, gli Skiantos arrotano i loro strumenti proprio “sulla cresta dell’onta” su cui sostano da qualche decennio, facendone sfrigolar fuori scintille e distorsioni che si perdono tra gli occhi pisti di chi è stato contro come loro per tutti questi anni. Una gran fatica, come quella che forse compie Gianluca La molla Schiavon, col suo impetuoso drumming che tambureggiante è dir poco, ma almeno son stati coerenti, anche se a volte si rischia di far la figura della “Testa di pazzo”; altre volte però, qualcuna lancia un reggiseno sul palco, e questo significherà pur qualcosa. Ci sarà forse chi rimprovererà agli Skiantos di non essersi raffinati musicalmente in tutto questo tempo, ma questa ci appare una strategia mirata a non appiattirsi sulle classifiche e a non assecondare con leziosità un pubblico che già di suo si è smaliziato fino a porsi come elite di “prosumers” e che cerca di mantener viva la sua dimensione spaventosamente grezza di massa, dandole non di rado connotazioni tribali magari metropolitane che la virulenza del punk può in qualche modo assicurare. Al tempo stesso, la demenzialità riduce a pattume ogni spiegazione, compresa giustamente questa, e offre spiegazioni di tutto nei termini ilari di una salutare caciara comunicativa.

Dopo la chiusura del concerto, sancita da ben quattro bis, il leader ha annunciato una “seconda parte dello spettacolo, a cui seguirà il dibattito, una istituzione da recuperare…”. Come si vede, l’esigenza, oltre che di suonare duro, di far luce sui mal di panza che ci rovinano la gioventù è manifestata con una vivacità bipolare che spinge gli Skiantos a cantare sia “Massacrami pure”, sia “Ti rullo di cartoni”.

La formazione attuale in cui ogni componente è ribattezzato con uno pseudonimo demenziale, si avvale, accanto ai due membri fondatori Roberto Antoni detto Freak, voce, laureato al DAMS con una tesi sui Beatles, e Fabio Dandy Bestia Testoni, chitarra e cori, chitarrista neoprofessionista e rocchettaro militante, anche di Max Magnus Magnani, basso e cori; Luca Tornado Testoni, chitarra; Gianluca La Molla Schiavon, batteria, mentre hanno fatto parte della storia del gruppo in passato Andrea Setti detto Jimmi Bellafronte, geometra e cantante per diporto, Stefano Spisni Sbarbo Cavedoni, universitario DAMS, attore di prosa, clown, poeta e cantante, Leo Tormento Pestoduro, Andy Bellombrosa, Frankie Grossolani, Gianni Lo Grezzo, etc.

Ai cinefili e patiti dell’audiovisivo in genere ricordiamo che Roberto Frak Antoni ha anche partecipato a film come Paz! e Jack Frusciante è uscito dal gruppo, ma è altresì presente in un’intervista-cult del regista di cinema sperimentale Roberto Nanni, in cui paradossalmente si dice ben consapevole del fatto che “l’intervistato con obbligo di biografia quasi sempre si parla addosso, si sbrodola un po’”. Memori di questa non troppo solenne lezione (l’intervista è girata on the road e dura pochi minuti), concludiamo allora con una sua frase epigrafica che ci può aiutare a tirare avanti nelle giornate che ci aspettano:

“Dio c’è, ma ci odia”

e anche, necessario corollario:

“Se uno s’impegna, può star male ovunque”.

Ciao, Freak!

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